3 marzo 1943
PCd'I, PSI e GL, firmano a Lione
un accordo nella lotta contro il fascismo

PCd'I, PSI e GL, rappresentati rispettivamente da Giorgio Amendola e Giuseppe Dozza, da Giuseppe Saragat e da Emilio Lussu, firmano a Lione un accordo con il quale confermano l'unità d'azione nella conduzione della lotta contro il fascismo e indicano nel ricorso alla "volontà popolare liberamente espressa" il momento fondante della futura forma statale.Giuseppe Saragat

Giorgio Amendola, figlio di Giovanni, comunista dal 1929, svolse un ruolo dirigente nella Resistenza e fu deputato per il PCI all'Assemblea Costituente e poi in tutte le legislature fino alla fine. Membro della direzione del suo partito dal 1955, negli anni '70 favorì l'apertura europeista del PCI e si dichiarò per la partecipazione dei comunisti a responsabilità di governo, e per un atteggiamento responsabile e produttivo in economia. Opere: Lettere a Milano, Una scelta di vita, Un'isola.

Giuseppe Saragat, volontario nella Prima guerra Mondiale, aderì al Socialismo riformista nel 1922. Sotto il regime fascista emigrò in Svizzera e poi in Austria e in Francia. Nel 1930 concluse con Pietro Nenni la riunificazione dei due partiti socialisti in esilio, rientrato in Italia nel 1943, fu arrestato e consegnato ai tedeschi, ma riuscì ad evadere con Sandro Pertini. Presiedette l'Assemblea Costituente fino al gennaio 1947. Contrario alla politica d’unità del PSI coi comunisti, guidò la scissione socialdemocratica nel 1947, rimanendo poi indiscusso capo del PSDI. Fu vicepresidente del consiglio con De Gasperi e con Scelba e Segni.

Dopo l'avvio della destalinizzazione, promosse il riavvicinamento con il PSI, incontro di Pralognan con Nenni, nel 1956 e la costituzione di governi di centrosinistra. Ministro degli esteri nel primo governo organico di centrosinistra, presieduto da Aldo Moro nel 1963, fu eletto presidente della repubblica il 28 dicembre 1964, coi voti dei partiti di centrosinistra e del PCI, in sostituzione di Antonio Segni, dimessosi per malattia. Nel 1971, allo scadere del mandato, ritornò alla direzione del PSDI.

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RICORDIAMOLI

ALDO MORO

Aldo Moro nato a Maglie, Lecce, nel 1916 e morto a Roma nel 1978, si era formato nella FUCI, di cui fu presidente nazionale dal 1939 al 1942, insegnò filosofia del diritto e istituzioni di diritto e procedura penale nelle università di Bari e di Roma. Aldo MoroDeputato della DC ininterrottamente dal 1948, fu ministro di grazia e giustizia e della pubblica istruzione, e infine segretario nazionale della DC dal 1959 al 1964.

In tale veste pilotò il partito verso il centrosinistra, fino a costituire nel dicembre 1963 il suo primo governo con tale formula, cui ne seguirono altri due fino al 1968. Dopo la sconfitta elettorale del 1968, la sua posizione si indebolì entro la DC e lui assunse il ruolo di leader della sinistra del partito, attento a segnalare i mutamenti sociali e culturali in atto in Italia, ipotizzando una "terza fase" della democrazia italiana dopo il centrismo e il centrosinistra.

Ministro degli esteri dal 1970 al 1972 e 1973/74, assunse di nuovo la guida del governo, a capo di due ministeri di centrosinistra. Presidente della DC dal 1976, si sforzò di attuare una politica di confronto chiamata "strategia dell'attenzione" verso il PCI, che sarebbe sfociata poi nei governi di "solidarietà nazionale".

Il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma fu rapito dalle Brigate Rosse, che avevano individuato in lui la figura centrale del sistema politico italiano: si aprì un drammatico periodo di cinquantacinque giorni, segnato dallo scontro tra il partito della "fermezza", che riteneva un patteggiamento con le BR una resa dello Stato al terrorismo, e quello della "trattativa",per cui primo dovere era quello di salvare la vita di Moro,e dal susseguirsi di messaggi dalla "prigione" dello stesso Moro, fino al ritrovamento del suo cadavere il 9 maggio in via Caetani, nel pieno centro di Roma. Molti aspetti del sequestro e dell'assassinio di Moro sono rimasti ancora non chiariti.

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IL FATTO

IL CONFLITTO DELLA LINGUA Giunti all’alba del nuovo millennio, volgiamo indietro lo sguardo a quell’altro inizio di millennio, quando l’Europa stava appena nascendo. Il vecchio continente, allora denso di foreste, emergeva come entità nuova, dopo un lungo e oscuro periodo di gestazione, dalle ceneri dell’antichità classica. Il centro del mondo non era più il Mediterraneo, ma il continente europeo, dove due culture un tempo divise si stavano fondendo: in Europa occidentale le culture di lingua neolatina, eredi del mondo romano, muovevano i primi passi incontro a quelle di lingua germanica, eredi degli ex barbari; e a favorire l’insolita fusione culturale era stata l’azione della Chiesa cristiana.

Duemila anni fa si affacciavano alla storia quelle lingue che oggi sono tra le più parlate in Europa occidentale: italiano, francese, tedesco, inglese, con le loro consorelle, lo spagnolo, il provenzale, le lingue scandinave, ecc.; alcune di queste saranno poi esportate oltreoceano e daranno vita in età moderna ad amplissime comunità linguistiche: basti ricordare l’espansione di spagnolo e inglese nelle Americhe. Certo, durante il primo millennio, il latino continuava a essere la lingua internazionale di cultura e la lingua della Chiesa, ma i giovani germogli sorti dal suo vecchio tronco cominciavano ora a dare segni di vita autonoma.

Il documento di Capua.

Fresco, recentissimo, spuntava l’italiano. Nell’anno 960, infatti, le prime righe messe per iscritto in questa nuova lingua volgare dimostravano che già da qualche tempo doveva essere parlato tra laici e popolo incolto, il che voleva dire la quasi totalità delle persone. Ora si affacciava alla storia nell’unico modo in cui una lingua può farlo: fissata cioè dalla scrittura.

Le prime cose scritte in italiano ci giungono dalla pagina scritta in un documento di Capua; è la famosa testimonianza: "Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti".

Mancavano quarant’anni all’anno Mille. Ma avvisaglie del volgare italiano si erano avute anche prima, qua e là sparse e mimetizzate in testi e documenti ancora latini del Medioevo. Dietro un atto notarile stilato a Pisa nell’868, per esempio, troviamo annotato per mano del notaio Rosselmo: "Libello da Ildiprando Lamprando & Teuperto germani da casa de Chociliana", con quella preposizione da, quei nomi personali e quelle desinenze che ormai latini non erano.

Nomi di persona e di luogo devono essere riferiti nelle carte legali nella forma effettivamente usata, e ci fanno perciò da spia sugli usi del tempo, mostrando la realtà fonetica e l’impiego di tipi onomastici spesso di origine diversa da quella latina.

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LA POESIA DEL GIORNO

DA DECENNI

Da decenni non mi guardo allo specchio
perché vi trovo il tuo volto, lo sguardo
severo e inquisitore. Allora i ricordi
mi danzano intorno e nella mente:
la paura di quando avevo la febbre
e ti chiamavo disperatamente.

Fortuna c’era nonno che stringendomi
da far mancare il respiro, consolava
l’affanno cullandomi e mi narrava
di un uomo che per dare il pane
ai figli volontario era in Spagna.

Un giorno mi misero a zappare per preparare
«l’orticello di guerra» e tu oramai eri in Grecia.
Raccolsi le barbabietole che seminai pensandoti
Ed eri prigioniero dei nazisti, non so dove.

Da decenni non mi guardo allo specchio
per non vedere il tuo volto barbuto
il corpo grondante acqua e i pidocchi
che nuotavano nella «tina» dove
amorevole la moglie e sorelle
tentavano di distruggere, ma
s’impossessarono della mia carne,
s’infiltrarono sotto la pelle e fu altra
sofferenza e altra fame, e tu ancora
non c’eri, ché i pensieri ti portavano lontano.

Non mi guarderò più allo specchio
per non pensare, per ritrovarti dentro
di me avvolto nell’anima, come
quando bambino nei deliri della febbre
ti chiamavo, non c’eri ma ti vedevo
attraverso gli occhi di mio nonno.

Reno Bromuro (da «Poesie nuove»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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