3 maggio 1973
Fanfani smentisce il «New York Times»

Amintore Fanfani smentisce il "New York Times", che ha sostenuto che la DC avrebbe ricevuto fino al 1967 ingenti finanziamenti dal governo statunitense e che lo stesso Fanfani si sarebbe premurato di sensibilizzare l'ambasciatore Martin perché fossero ripristinati.

Amintore Fanfani, nasce a Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo nel febbraio del 1908, dopo duro lavoro e studio ottiene la cattedra di economia. In giovane età coltiva entrambe le sue maggiori passioni: la politica e la pittura, la prima sarà la sua missione, la seconda lo svago preferito.

Sotto il fascismo si unisce al gruppo antifascista della sinistra cristiana guidato da Giorgio La Pira e da Giuseppe Dossetti: sono i cosiddetti professorini che, nell’immediato dopoguerra, entreranno nella Democrazia Cristiana dando origine ad una corrente di sinistra che criticherà da posizioni progressiste della leadership di Alcide De Gasperi. Amintore Fanfani

Dotato di un carattere schietto e di un sarcasmo capace di incenerire l’interlocutore, divenne ben presto uno dei dirigenti politici democristiani più apprezzati all’estero, ma meno stimato nel paese e, addirittura, avversato ed odiato nel suo stesso partito. Del tipico dirigente democristiano aveva poco, non la moderazione e la capacità di mediazione di un Moro, non la furbizia levantina e curiale di Andreotti,né tantomeno l’eterogeneità e l’incorporeità di Rumor o di un Forlani: Fanfani voleva essere il protagonista e da tale voleva contare nelle scelte decisive del suo partito e del governo, in sintesi voleva influenzare e determinare le linee guida del paese. Nel 1946 è eletto all’Assemblea Costituente dove svolge magistralmente il ruolo di Padre della Patria: di sua produzione è la formula d’apertura della Costituzione repubblicana "L’Italia è una repubblica democratica. Il potere appartiene al popolo che lo esercita nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione", cioè l’articolo 1, che seppe, soprattutto nel Secondo comma, mettere d’accordo sia i sostenitori di "una repubblica fondata sulle libertà" suggerita da Ugo La Malfa, sia i fautori di "una repubblica di lavoratori", come avrebbero voluto Togliatti e Nenni.

Dopo la stagione della Costituente inizia quella di governo. Nel 1948 la DC di De Gasperi ha sbaragliato il Fronte popolare, Fanfani è eletto alla Camera nella circoscrizione di Siena, e De Gasperi necessita di una sponda progressista nella sua compagine governativa. La trova proprio nel politico aretino che è confermato nell’incarico, assunto l’anno precedente nel IV Governo De Gasperi.

Nel gennaio del 1954 entrerà al Viminale dove allora aveva sede, in coabitazione con il Ministero degli Interni, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e vi resterà circa due settimane perché il suo esecutivo otterrà la necessaria fiducia del Parlamento.De Gasperi

Sul finire degli anni ’50, sull’onda della svolta presidenzialista attuata in Francia dal generale Charles de Gaulle, tenterà di aumentare il potere e l’incisività dell’esecutivo e del suo presidente. Non si era ancora in un clima di riforme costituzionali e, quindi pensa di arrivare a ciò concentrando nelle proprie mani sia la carica di segretario politico della DC, che detiene dal 1954, sia la presidenza del Consiglio dei Ministri che conquista nel 1958 a guida di un bicolore DC-PSDI. Ma l’attivismo fanfaniano spaventa molti, dentro e fuori da Palazzo Sturzo, di qua e di là dal Tevere, perciò in meno di un anno perde sia la segreteria del partito, sia la guida del governo che nel 1959 passa a Antonio Segni. Sarà questo il più grande fallimento dell’attivismo di Fanfani che tornerà alla ribalta solo nel 1960, dopo la tragica esperienza di governo di Fernando Tambroni che aveva tentato una svolta a destra ed autoritaria con un gabinetto che si giovava dei voti determinanti del Movimento Sociale Italiano.

Dopo la sconfitta elettorale DC del 1963 la guida del governo va al più mite Aldo Moro che, incurante delle opposizioni delle destre interne ed esterne al partito, continua nell’esperienza di centrosinistra, inserendo, ed è la prima volta dalla primavera del 1947, dei ministri socialisti nel governo del paese. Nel dicembre del 1963 Pietro Nenni diviene Vicepresidente del Consiglio dei Ministri,e i suoi compagni di partito Giacomo Mancini ed Antonio Giolitti diventano rispettivamente Ministri della Sanità e del Bilancio.

Fanfani è estromesso dai giochi di potere e vede altri alla guida della creatura, il centro-sinistra,da lui stesso ideata e realizzata. Le differenze tra i due modelli di centro-sinistra risiedono soprattutto nel fatto che per il leader aretino il centro-sinistra doveva innanzi tutto compiere riforme strutturali e di sistema in modo da sconfiggere i comunisti, ed indebolire gli stessi alleati socialisti, sul loro stesso terreno politico, invece il leader pugliese, e per il Presidente della Repubblica in carica, il democristiano Giovanni Gronchi intendeva il centro-sinistra come una formula più marcatamente politica in grado di aumentare il numero degli attori politici partecipanti all’azione di governo. Nella seconda metà degli anni sessanta Fanfani comincerà a compiere una svolta moderata e, cominciando a sognare il Quirinale, carica alla quale nessuno nella DC vuole farlo eleggere, assumerà sempre più tenori conservatori tanto da guidare, nel 1974, da segretario della DC la sciagurata campagna referendaria favorevole all’abolizione del divorzio.

All’età di oltre 91 anni si è spento sabato 20 novembre 1999, tra il cordoglio di tutta la classe politica e dirigente nazionale.

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RICORDIAMOLI

LA PENA DI MORTE: UN AFFRONTO ALL’UMANITA’

"Non posso credere che, per difendere la vita e punire una persona che ha ucciso, lo Stato debba a sua volta uccidere. La pena di morte è disumana come il crimine che le dà ragion d’essere" Eduardo Frei, presidente del Cile

La vita di Saba Tekle è finita nel terrore. Era fuori dal suo appartamento in Virginia, negli Stati Uniti, quando un giovane che non conosceva, Dwayne Allen Wright, le ha ordinato di spogliarsi puntandole contro un’arma da fuoco. Lei ha iniziato a togliersi i vestiti e poi ha cercato di scappare. Dopo pochi istanti è stata uccisa, con un proiettile nella schiena sparato a distanza ravvicinata. Aveva 33 anni, era etiope e lavorava negli Stati Uniti per guadagnare abbastanza da inviare soldi ai suoi tre figli di 14, 12 e cinque anni rimasti in Etiopia. Tutta la sua famiglia, inclusa la sorella che aveva sentito tutto mentre si compiva l’omicidio, era distrutta. Dopo nove anni il suo assassino fu portato in una camera della morte e ucciso con un’iniezione letale. Per i sostenitori della pena di morte giustizia era stata fatta e l’esecuzione era la degna conclusione del brutale omicidio.

A un esame più attento tuttavia appare che la degna conclusione della condanna altro non era che un nuovo brutale omicidio. Dwayne Wright era cresciuto in estrema povertà in un quartiere degradato di Washington D.C. Dal giorno della sua nascita era stato circondato da violenza, crimini connessi alla droga, sparatorie e omicidi. Quando aveva quattro anni suo padre fu imprigionato ed egli rimase con la madre che soffriva di malattie mentali ed era spesso senza lavoro. Quando aveva dieci anni, il fratellastro che Dwayne adorava, fu assassinato. A seguito di ciò egli ebbe gravi problemi emotivi. Andava male a scuola; fu mandato in riformatorio e in ospedale dove fu curato per depressione grave con episodi psicotici. Le sue capacità mentali furono definite da ritardato borderline, la sua capacità di parlare fu giudicata ritardata. I dottori trovarono segni di danni organici al cervello.

Un mese dopo aver compiuto 17 anni passò due giorni in cui compì crimini violenti che culminarono nell’omicidio di Saba Tekle. Fu preso il giorno successivo e confessò subito. Allo stesso tempo la società lo aveva condannato a morte.

La storia di Saba Teckle e Dwayne Wright dimostra che l’omicidio è sempre da aborrire. Entrambi questi omicidi sono stati brutali, scioccanti e devastanti per le famiglie, provocando un effetto brutalizzante sulla società. Entrambi sono sbagliati.

"Alcuni governi sostengono che la pena di morte sia necessaria nelle società segnate da crimini violenti. La pena di morte è necessaria, dicono, per scoraggiare dal commettere crimini analoghi, e per ricompensare i sentimenti delle vittime del crimine e dei loro parenti offrendo loro un adeguato riscatto. Tali governi non fanno altro che abdicare alle proprie responsabilità. Dovrebbero concentrarsi sull’estirpazione del crimine migliorando il servizio di polizia e affrontando le cause del crimine. La soluzione della pena di morte, rapida e cristallizzata, mentre non rappresenta un deterrente per il crimine migliore rispetto ad altre punizioni, aumenta invece il clima di violenza. I governi potrebbero offrire alle vittime del crimine e alle loro famiglie un sostegno finanziario o altre forme di sostegno in modo che possano ricostruire le loro vite distrutte. Invece alcuni governi si piegano alla pressione dell’opinione pubblica e si concentrano sul concetto di rivalsa, incrementando un clima di vendetta e brutalità. I governi potrebbero introdurre riforme che sradichino la povertà, i bassifondi e la disperazione. Invece, alcuni governi si affidano a un mal attrezzato sistema giudiziario penale per affrontare le conseguenze della disperazione nell’unico modo in cui riescono, cioè infliggendo punizioni sempre più dure. Ogni persona deve aver diritto alla vita. Altrimenti l’omicida ottiene in modo squallido una perversa vittoria morale rendendo anche lo stato assassino, e riducendo così l’orrore sociale verso la cosciente eliminazione di un essere umano".

Così si espresse il Giudice Sachs, della corte costituzionale sudafricana 1995

La pena di morte non è un concetto astratto. Implica severi traumi e ferite inferte a un corpo umano sino a cancellarne la vita. Significa scavalcare gli istinti umani di base: l’istinto alla sopravvivenza e il desiderio di aiutare altri esseri umani che stanno soffrendo. È un’azione riprovevole che nessuno dovrebbe poter autorizzare, costringere a effettuare e a cui nessuno dovrebbe mai assistere.

Manuel Martinez Coronado, un contadino caduto in miseria di origini indigene, ha impiegato 18 minuti a morire nonostante le autorità avessero assicurato che l’esecuzione sarebbe stata indolore e che si sarebbe conclusa in 30 secondi. Ad esecuzione avviata è mancata la corrente, il che ha provocato lo spegnimento di tutte le apparecchiature per l’iniezione letale fermando il flusso delle sostanze chimiche. I testimoni che sedevano nella sala d’osservazione hanno riferito inoltre delle difficoltà da parte degli incaricati a trovare una vena in cui inserire l’ago. Il procuratore dei diritti umani Julio Arango ha detto: "Penso che abbiamo tutti l’obbligo di riferire ciò che è accaduto: aveva le braccia che perdevano sangue copiosamente". La condanna è stata trasmessa in diretta:il pubblico ha potuto sentire il pianto dei tre figli e della moglie di Manuel Martinez Coronado mentre sedevano nella sala d’osservazione durante l’esecuzione.

In Afghanistan nel 1998 almeno cinque uomini condannati per sodomia dalle corti islamiche, che applicano la Shari’a, sono stati fatti avvicinare a delle pareti e quindi sepolti sotto le macerie a mano a mano che i muri venivano fatti crollare. Due degli uomini morirono solo il giorno dopo in ospedale. Uno di essi sopravvisse. In questo stesso paese si uccide con la lapidazione e l’impiccagione, e anche sgozzando i condannati.

La tortura è condannata e messa fuori legge in tutto il mondo, anche da coloro che sono a favore della pena di morte. Tuttavia l’esecuzione è un’aggressione estrema, premeditata fisica e mentale alla persona già resa impotente dallo stato: si tratta degli elementi essenziali della tortura. Se appendere una persona per le braccia o per le gambe sino a che grida dal dolore viene condannata come tortura, come dovremmo descrivere l’appendere una persona per il collo fino a che muore? Se applicare 100 volt di corrente alle parti sensibili del corpo per strappare una confessione viene condannato come una tortura, come dovremmo allora descrivere la scarica di 2000 volt per procurare la morte? Se fare finte esecuzioni è condannato come tortura, come dovremmo descrivere l’angoscia mentale di coloro che per anni si macerano nel pensiero dell’iniezione letale per mano dello stato?

La verità è che il processo legale che autorizza tali crudeltà non le rende meno dolorose. Il fatto che la pena di morte venga inflitta in nome della giustizia non riduce la sofferenza e l’umiliazione. In Ruanda, ad esempio, 21 uomini e una donna sono stati uccisi da un plotone di esecuzione il 24 aprile 1998 per aver partecipato al genocidio del 1994. Le esecuzioni sono avvenute di fronte a una vasta folla, che includeva molti bambini.

La pena di morte è sempre un metodo di giustizia ingiusto. È applicata in modo iniquo. Le celle del braccio della morte sono gremite di persone provenienti da ambienti poveri o da minoranze etniche, quelle persone meno in grado di difendersi davanti a una corte. Raramente tra di loro troviamo milionari. La pena di morte è applicata arbitrariamente, secondo fattori casuali, quali la competenza dei legali, le argomentazioni a difesa, i vantaggi offerti a chi accusa, o grazie di massa per celebrare gli anniversari o i compleanni dei governanti. La vita o la morte di un individuo possono essere una lotteria. E la pena di morte implica sempre il rischio di uccidere un innocente, sia perché è usata come strumento politico per tacitare definitivamente gli oppositori del governo, o a causa di inevitabili errori giudiziari.

(1 Continua)

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UN POETA AL GIORNO – BUSSA ALLA PORTA DELLA POESIA -

ANNA PETRAROLI

Anna Petraroli ha 48 anni è casalinga. Ha sempre amato scrivere poesie lo fa per improntare su di un foglio le sensazioni che prova. Non le ha mai fatto leggere a nessuno ma ora ha deciso di farlo per il piacere di condividere le sue sensazioni con chi la possa comprendere.

"Svegliarsi al mattino serena

la luce dell'alba che spia
che illumina le fredde pareti"

L'atto del poetare proviene da un incanto di realtà schiettissimo. C'è un contrassegno direi fatale e carnale, suggello autentico che trasfigura in arte le cose semplici della vita facendo sì che da questa trasfigurazione germogli la genialità. Quelle che ella chiama "luce dell’alba che spia e illumina le fredde pareti", sono le supreme commozioni della sua vita, che verga sulla carta dandogli un ritmo e un’andatura corale, popolare.

E segnato nel paesaggio, costruito con parole semplici, l’esaltazione che riceve nel sentirsi invadere da un fascio di luce, che rappresenta tutta la bellezza dell’animo semplice e avvinto da una natura, forse d’autorità antica e veneranda. La sua sensibilità di vedersi invasa dal primo fascio di luce del mattino, non gli preclude di rimanere incantata e avviarsi, come una sonnambula, verso una forma classica della vita e dell'arte; verso l'idea di una serenità, come ella afferma "come mai prima non mi riusciva di godere tutto questo?"; e le pare di correre e respirare l’aria pulita coll’odore della terra appena bagnata da una pioggia non carica di "radionuclidi" nelle sconfinate distese di un altro tempo. Nessuno può sapere, come la Petraroli, nel rapido e largo stacco dei suoi versi riesca ad essere modernissima e, al tempo stesso, naturale, popolaresca. Non credo che i versi e l’autrice stessa, passeranno come una cometa; anche se analizziamo le strette ragioni formali, in una sfera più vasta e calorosa. Si sente che Ella dà un esempio d'eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia testimoniata. Sì, testimoniata! Quante volte e quanti di voi (credo tutti) alzandosi di mattino nell’aprire le imposte della finestra, nel vedere il cielo sereno si sente invadere, quasi direi avvolgere da un alone di serenità che senza pensare vi fa gridare, incuranti che altri possano udire: "Sono serena, serena, serena/ Com'è bella stamani la natura".

Un largo sorriso che viene dal cuore! Con questa visione inaugura un tono intimo e grave nella lirica.

L'arte che, assume talvolta un che di romantico, sa ritrovare, come finestre di mare brillanti in fondo a cupi vicoli, aperture e certezze verso serenità dorate. Delicatezze ed agrezze speciose, improvvise miniere di un contenuto infinitamente cosciente.

Ma sensazioni ed immagini di questo genere, pur bellissime, interessano soprattutto come punto di distacco verso una sua natura più profonda. Sono ricordi di ore nelle quali, per intenzione, o simbolicamente soltanto, ella ha cercato di riaffermare il possesso dei propri valori, che vive intensamente ed anticipa la grazia. Si affermerebbe che esprima, con il bisbiglio leggero e la precisione di un disegno psicologico le sue nostalgie, le sue attese, la sua realizzazione di poeta. L'innesto della tonalità, si avverte facilmente e ci rallegra perché l’autrice è serena e la sua serenità non è fittizia ma candida e pura, sincera come la vedono il suo animo e gli occhi. E la piena purezza delle attuazioni appare, dicemmo, nei paesaggi, sia in forme che hanno ancora del descrittivo; sia in vere e proprie illuminazioni Uriche, dove si astraggono del tutto in geometrie i colori e arabeschi musicali, con raccordi semplicissimi di parole facili e ritornanti, che limitano e spartiscono vasti e limpidi spazi...

Ma tali spazi appunto conferiscono all’apparizione della luce dell’alba, paesaggi di libertà e di redenzione; e fanno tanto più sentire come quella serenità non fosse qualche cosa di astratto, un tema da disciogliere in valori affini di cultura.

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LA POESIA DEL GIORNO

RICORDO DI MAGGIO

Il primo maggio vive nel ricordo festante
di bandiere al vento e canti anche stonati,
ma unisoni e inneggiati mano nella mano.
Una catena umana parallela alla strada
compatta nel clamore della gioia.
Due settimane dopo la stessa catena
inneggiava giustizia e libertà
quando improvviso, alle diciassette e dieci,
un colpo di pistola e la Giorgina Masi
cadeva come un fiore di colpo reciso.
Li vidi i suoi giovani anni volare sul Tevere
mentre alzavano l’auto senza che capissi
e mi trovai in senso contrario, contromano.
Corsi come un folle per via Dandolo, raggiungerti
era il suono di tamburo del mio cuore e il canto.
Così fui fra le tue braccia, grato d’esser vivo.
Mi venisti incontro e insieme piangemmo
il corpo inerte sull’asfalto, sul ponte del Tevere
mentre una testa bianca in piedi sopra un auto
incitava alla calma; ma come fa un uomo
ad essere calmo quando un fiore allo sboccio
è reciso brutalmente e, solo, perché il cielo
con gratitudine guardava? Piangemmo, quel giorno
piangemmo tanto, senza avere cuore d’abbracciarci.
Quanto avrei voluto conservare una lacrima
nella cruna dell’ago, ma non lo usavo da anni.

Reno Bromuro (Da Poesie nuove).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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