3 luglio 2001
Assolti i vertici del Sismi

Il processo sulle presunte deviazioni della struttura dell'intelligence italiana chiamata Gladio si conclude con l'assoluzione per i principali imputati. La seconda corte di Cassazione di Roma proscioglie i vertici del Sismi, il servizio segreto militare, da qualsiasi responsabilità: tra essi l'ammiraglio Martini, ex direttore, e l'ex capo di stato maggiore Inzerilli.

Nessuna responsabilità da parte degli ex vertici del Sismi sulle presunte deviazioni di Gladio, la struttura cosiddetta "Stay Behind", costituita in Italia in ambito Nato. Lo ha stabilito la seconda Corte di assise di Roma che ha assolto l'ammiraglio Fulvio Martini, ex direttore del Servizio segreto militare, l'ex capo di Stato Maggiore Paolo Inzerilli e l'ex direttore della VII Divisione, responsabile di Gladio, Giovanni Invernizzi. Dopo una Camera di consiglio durata oltre tre ore, la Corte, presieduta da Renato D'Andria, ha assolto gli imputati dalle accuse, a seconda delle posizioni, di soppressione di documenti concernenti la sicurezza dello Stato, per non aver commesso il fatto, e di falso ideologico, perchè il fatto non sussiste.

Non è stata quindi accolta la tesi dell'accusa, rappresentata dai pubblici ministeri Franco Ionta, Giovanni Salvi e Pietro Saviotti, i quali, nel sollecitare l'assoluzione di Invernizzi, avevano chiesto la condanna, per falso ideologico, di Martini ad un anno e sei mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena, e di Inzerilli a sei anni e quattro mesi di reclusione, di cui cinque anni e quattro mesi condonati.

Secondo l'accusa, Martini e Inzerilli avrebbero dato false indicazioni alla Presidenza del Consiglio, al Cesis e alla Magistratura sulla struttura "Stay Behind", attestando fatti non veri in merito a finalità, composizione dell'organizzazione ed eventuali collegamenti con la strage di Peteano. Un'attività, per l'accusa, che avrebbe impedito la verifica dei controlli su Gladio da parte delle autorità competenti. A Inzerilli, inoltre, si contestava di aver distrutto documenti classificati riservati. Proprio il tema della soppressione e l'occultamento dei documenti è stato uno dei temi dell' inchiesta giudiziaria. (l’Arena di Verona del 4 luglio 2001)

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RICORDIAMOLI

RICORDIAMOLI

LA TRAGEDIA DI SAN GREGORIO E RINA FORT (3)

L'INCONTRO

Intanto era arrivato Giuseppe Ricciardi. Lungo la strada s'era attardato perché la macchina aveva avuto delle noie, prima al motore, poi due gomme s'erano afflosciate. La notizia gliel'avevano data sotto casa, alcuni amici siciliani che parevano lì in attesa del suo ritorno. Ma c'erano anche dei poliziotti in borghese che lo fermarono subito, invitandolo in questura.

Ricciardi ebbe reazioni strane, all'annuncio della strage: diede in un grido, fece il gesto di chi vuole uccidersi, buttandosi con la testa contro il muro, cominciò a piangere e a inveire contro Caterina (gli avevano detto a bruciapelo che l'assassina era la sua ex-amante), ingiuriandola, dichiarando che l'avrebbe uccisa. Quando gli dissero che erano spariti i gioielli parve dimenticare il sangue dei suoi e si interessò a quello che era stato asportato.

Confronto in questura: Caterina aveva già fatto le ammissioni più compromettenti, ma continuava a resistere su alcuni punti: aveva ammesso di aver ucciso Franca e il piccolo Giovanni, ma negava ostinatamente di aver colpito Giuseppina e soprattutto di aver strangolato Antoniuccio.

Fu a questo punto che Caterina Fort e Giuseppe Ricciardi vennero messi a confronto.

Si trovarono così. l'una di fronte all'altro. E qui avvenne quello che nessuno si sarebbe mai immaginato.

I poliziotti avevano spinto avanti il Ricciardi in quella stanza dove, da diciassette ore, Caterina veniva martellata da un incessante interrogatorio, ma lo tenevano d'occhio, perché in via San Gregorio aveva urlato che voleva ammazzare la donna, la sterminatrice della sua famiglia. E invece Ricciardi l'abbracciò. Senza sottilizzare sul fatto che, proprio quella donna che egli abbracciava, era l'autrice della sua tragedia.

Cominciava la ridda delle ipotesi, e gli argomenti per una rigogliosa fioritura li aveva forniti la stessa Fort. Quando aveva finalmente confessato, aveva detto: non ero sola. C'era stato con lei un siciliano amico di Pippo, un certo Carmelo.

Ecco la sintesi del racconto: gli affari di Ricciardi andavano male, ed egli aveva "studiato" un piano per risolvere la situazione. Avrebbe finto di essere stato derubato e con questa giustificazione avrebbe tentato di tacitare i molti creditori che lo pressavano da vicino. Per questo aveva dato l'incarico a un amico: questo Carmelo non meglio identificato.

La sera del 29 novembre Caterina era uscita di casa e s'era incontrata con Carmelo: dovevano parlare d'affari per conto del Ricciardi. Ma Carmelo le aveva offerto una sigaretta molto forte, certamente oppiata. Da quel momento Caterina era stata simile a una sonnambula e s'era lasciata guidare fino alla casa di Ricciardi.

Del resto, nel pomeriggio, aveva telefonato alla signora Franca preannunciandole una visita in serata. Ricordava vagamente di aver raggiunto il primo piano, lei avanti e Carmelo alle sue spalle. Franca Pappalardo era venuta subito ad aprire la porta accogliendola, malgrado fosse a conoscenza di tutta la storia dei suoi rapporti con Pippo, con molta gentilezza.

Carmelo, che era rimasto nell'ombra, l'aveva spinta avanti e le aveva dato un terribile pugno in testa. Il dolore l'aveva eccitata: s'era trovata, senza sapere come, quella sbarra tra le mani.

Franca s'era spaventata e aveva fatto un gesto per difendersi, ma la Fort l'aveva interpretato come un tentativo di aggressione e s'era difesa con quel ferro. Poi tutto diventava confuso nella mente di Caterina.

Chi era questo Carmelo? Caterina Fort non sapeva essere precisa: era un amico di Pippo, era stato forse una volta al negozio, certo era siciliano. La polizia si mise alla caccia di Carmelo. Dal canto suo, Ricciardi, dopo quel primo gesto inconsulto nella stanza dove Caterina veniva interrogata, s'era schierato decisamente contro la Fort, e più lui si accaniva contro di lei, più la donna cercava di coinvolgerlo nella tenebrosa vicenda.

In poche parole, la situazione poteva essere così delineata: Ricciardi s'era fatto quell'amante durante l'assenza della moglie, e aveva mentito a Caterina dicendole di essere scapolo.

La Fort, dal canto suo, aveva avuto un passato di sofferenze.

Isteroide, fin dalla pubertà soffriva di disfunzioni ovariche. Ancora giovanissima, forse per risolvere un problema economico che pareva invalicabile, s'era sposata con un compaesano, Giuseppe Benedet, ma questi la prima sera delle nozze l'aveva legata ben bene al letto, colto da un attacco di pazzia in piena regola. Anche la sua infanzia non era stata felice.

Il padre le era morto in un incidente di montagna, un incendio le aveva distrutto la casa, e lei s'era salvata come per un miracolo. Il suo primo amore era morto senza poterla condurre all'altare: tisi.

Dopo la terribile nottata col marito pazzo, aveva ottenuto la separazione legale ed era emigrata a Milano. A che fare? La cameriera. Naturalmente era capitata in casa di un tale che approfittava della povera contadina indifesa.

Finalmente aveva trovato il Ricciardi. Il "commerciante" siciliano era un essere primitivo, neppure molto intelligente, ma poteva rappresentare per Caterina una specie di porto d'approdo, un traghettatore verso la rispettabilità. Sposato? Neanche per sogno, mentì il cuor di donna.

Caterina diventò commessa, imparò il mestiere, scoprì che aveva più fiuto di lui, negli affari. E di fatto fu lei che, a un certo momento, prese in mano le redini dell'azienda e la salvò da pericolosi scivoloni. Improvvisamente seppe che, non solo Pippo era già sposato, ma aveva tre figli, e che la moglie, Franca, era in attesa di un quarto.

Pippo riuscì a farsi perdonare anche questa menzogna (tante altre Caterina ne aveva perdonate!).

Sì, aveva moglie, Giuseppe Ricciardi, ma era una moglie che stava lontano, e a Milano non voleva venire, perché già c'era stata e l'aria della grande città non le faceva bene. Ogni tanto, però, mostrava di essere inquieta, scriveva lettere preoccupate, perché Pippo non andava a trovarla e neppure perdeva molto tempo a scriverle.

Toccò a Caterina scrivere alla moglie dell'amante (per bontà d'animo, dissero in seguito i difensori della donna; nel tentativo di addormentare, quietandola, la rivale, spiegarono gli accusatori). Caterina scriveva come fosse stata Pippo, il marito: "Cara Franca ... eccetera".

Ma Franca, lontana, aveva fiutato il vento infido attraverso quelle lettere. Non disse che voleva tornare a Milano: un giorno prese poche cose e i figli e ci arrivò, insediandosi in quella casa di via San Gregorio con l'aria di chi dice: adesso basta col carnevale, ora si mette tutti la testa a posto.

E Ricciardi, che era un debole, cedette alle richieste della moglie: abbandonare Rina come amante, licenziarla dall'impiego, dedicarsi esclusivamente ai suoi affari e alla famiglia. Caterina venne messa sul lastrico senza neppure un grazie, senza una lira di liquidazione.

Ma era poi vero? Rina e Pippo si vedevano ancora, discutevano d'affari; quando lui era con lei diceva che della moglie ne aveva fin sopra i capelli. Lui si sentiva grande commerciante, e "quella" era una provincialina.

Brani tratti dal libro di Luigi Cecchini – 10 GRANDI PROCESSI DI AMORE E DI MORTE – De Vecchi editore, Milano 1965)

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO
Antonio Gagliardi e L’urlo dell’anima"

Antonio Gagliardi è nato ad Arzano (il paese che ha dato i natali anche ai libri di Marcello D’Orta), il 13 giugno del 1973. Si diploma Perito informatico nel 1992.

Afferma che il suo male, è la società. Quella che considera risucchiata dall’economia, quella troppo caotica e brutale, troppi occhi chiusi, troppe bocche di cemento e cuori ricoperti d’asfalto. L’anima bendata dell’uomo chiuso nell’eterno desiderio d’affermazione orgogliosa e di dominio terrestre, o non piuttosto nel senso umile di ritorno al tessuto umano-divino di quelle domande e di queste richieste? Orgoglio e angoscia: l'insipienza e l'irrazionalità di questa tragica coppia insidiano e compromettono il movimento di crescita dell'umanità sul piano universale e della persona sul piano individuale. L'umanità si è trasformata in una cosa reale, in un organismo vivo.

L'abbattimento dei diaframmi fra i popoli, come quello del traforo del Gran San Bernardo fra l'Italia e la Svizzera, è già nelle cose, è nella natura stessa della tecnica, nel suo movimento d’espansione e d’unificazione. La tecnica e la comunicazione di idee, due cose che non hanno e non soffrono barriere, precedendo e condizionando le stesse formule giuridiche e i calcoli politici, legano i popoli tutti in un anello di destino unico in bene e in male. Per la prima volta nella storia si fa avanti una conseguente problematica universale, che impone sempre più decisamente una grande politica, e non più la politica che rivolge tutta la sua energia "al problema di chi debba compiere e chi subire contraffazioni" suggerisce Huxiey. "Il cimitero di parole afone" denudano il problema dei paesi sottosviluppati e delle popolazioni sottonutrite, tramonto del colonialismo, crisi delle risorse mondiali e della popolazione mondiale in rapido aumento, problema del lavoro della produzione e del mercato sul piano internazionale, problema della sicurezza di tutte le genti e della pace.

Anche sul piano del singolo, con l'abbattimento delle limitazioni delle forze individuali e con la liberazione dalla servitù del lavoro che abbrutisce, c'è un movimento di crescita, ed è quello della persona umana. Di qualsiasi classe o razza sia, l'uomo viene prendendo coscienza dei suoi diritti e della sua vocazione alla libertà.

Se è vero che le esigenze che caratterizzano il volto del mondo moderno, e che attraversano e inquietano tutti i piani dell'attività umana, ci stimolano a non imprigionare l'uomo nella sola esperienza tecnica, e neanche nella sola esperienza razionale, a riscattare la tecnica dalla brutale concezione utilitaristica e dalla volontà di potenza, a liberarne e a svilupparne i valori umani nascosti nel moto del progresso materiale, a ridurre i disastrosi effetti dell'orgoglio e dell'angoscia, in una parola, a riportare la cultura alla sua genuina fonte, ch'è quella dei valori dello spirito, cui sono legate le esigenze profonde dell'essere, e in cui si ritrova la sua vocazione di fedeltà all'uomo; dobbiamo concludere che queste esigenze portano per mano la nostra età alla speranza.

LE URLA DELL'ANIMA

di Antonio Gagliardi

La mia anima bendata
La mia anima accecata
Due buchi al posto dei miei occhi
Ormai per sempre nel buio
Lingua di marmo
Bocca pietrificata
è il cimitero delle mie parole afone
Ormai per sempre nel silenzio
Piedi uniti
Piedi legati
Piedi spappolati
dal peso della falsa morale
Ormai per sempre senza possibilità di alzarmi
Mani
Mani disperate
Mani tremanti
Mani che rimpiangono d'essere le mie mani
Di un povero pazzo
Di uno stupido idealista
Di uno ucciso dal suono silente
del canto della dea speranza
mai raggiunta.
Rannicchiato lì a terra ad un marciapiede
insieme alla mia anima
Aspetto
Come una foglia d'autunno
che ormai secca
al minimo
alito di vento
aspetta rassegnata
il suo destino
è pronta a frantumarsi.

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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