31 ottobre 1795
John Keats

John KeatsI primi anni dell'Ottocento furono per l'Inghilterra un periodo di grande fioritura poetica, che ebbe i suoi maggiori rappresentanti in Wordsworth e Coleridge, ancora legati al Settecento morente, e in Byron, Shelley e Keats, più profondamente animati dallo spirito del Romanticismo che si diffondeva in Europa.

Per questi ultimi l'Italia fu costante motivo d'ispirazione e divenne una seconda patria. Il più profondo di questi poeti, il più complesso, il più limpido fu senza dubbio John Keats, che seppe esprimere gli aspetti più intimi della sensibilità romantica. Keats nacque a Londra il 31 ottobre 1795 da famiglia molto umile, ed ebbe vita breve e travagliatissima.

Ragazzo, gli mori prima il padre, poi la madre; fu messo come apprendista presso un chirurgo, ma verso i sedici anni intuì la sua vera vocazione e cominciò ad accostarsi alla poesia.

Nel 1818 pubblicò la sua prima opera poetica, Endimione. Frainteso e spietatamente stroncato dai critici, lasciò l'Inghilterra e trovò rifugio a Roma, dove si stabili con l'amico Joseph Severn in piazza di Spagna. Intanto gli era morto un fratello di tisi; Keats stesso, di salute fragile e predisposto alla medesima malattia, ne fu colpito con violenza e mori a Roma nel 1821, a soli ventisei anni.

La sua acuta sensibilità di romantico si univa a un grande amore per la Grecia classica. Aspirazione alla bellezza assoluta e turbamento davanti alla vita e all'amore furono i motivi dominanti delle sue Odi e del suo poema Iperione

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1868: Viene rappresentata a Parigi La vie parisienne di Offenbach

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RICORDIAMOLI

JACQUES OFFENBACH

Jacques Offenbach, compositore tedesco naturalizzato francese era nato a Colonia nel 1819.

Cresciuto in un ambiente musicale, il padre era cantore della sinagoga di Colonia; dal 1833 studiò a Parigi, dove fu allievo di Ludvic Halévy e iniziò la carriera come violoncellista e direttore di orchestre teatrali. Jacques OffenbachIl successo delle sue operette, la prima rappresentata nel 1839, gli consentì di gestire in proprio il Teatro dei Bouffes-Parisiens per cinque anni dal 1855 al 1861.

Svolse attività d’impresario anche dal 1872 al 1876 presso il Théâtre de la Gaîté; compì poi numerosi viaggi. Negli ultimi anni, trascorsi quasi tutti a Parigi,salvo una burrascosa tournée americana, lavorò alla sua unica opera, "I racconti di Hoffmann"; opera in un prologo, tre atti e un epilogo, scritta su libretto di Barbier e Carré, tratto da tre racconti di Hoffmann che, pur rimasta incompiuta nella strumentazione fu rappresentata la prima volta a Parigi all’Opèra Comique, il 10 febbraio 1881.

L'orchestrazione fu completata da Guiraud.Quest’opera, l'unica seria di Offenbach, non ha la felicità inventiva delle operette, ma, nonostante qualche prolissità nelle parti dialogate, è un punto di riferimento molto significativo nella storia dell'opera del secondo Ottocento in quanto vi si ritrovano gli elementi propri del teatro romantico: liricità e demoniaco, realismo e evasione fantastica, bene e male.

"Ambientata nel secolo XIX a Norimberga, Monaco e Venezia, la vicenda segue le avventure del tenore Hoffmann, che n’è anche il narratore; inoltre, ogni episodio è segnato dall'intervento del suo genio malvagio, incarnato in quattro personaggi diversi: il consigliere Lindorf, lo stregone Coppelius, il Dottor Miracle e Dappertutto, di solito, gli ultimi tre sono affidati al medesimo cantante, lo stesso accade per i tre ruoli di soprano di Olympia, Giulietta e Antonia.

Nel prologo si vede il consigliere Lindorf intercettare una lettera di Hoffmann all'attrice Stella, il soprano; dopo una discussione tra i due Hoffmann racconta tre sue storie d'amore. La prima con Olympia, in realtà una bambola meccanica poi distrutta da Coppelius per vendetta contro il fisico Spallanzani, il tenore, da lui creduto il padre della ragazza. La seconda con Giulietta, schiava del demone Dapertutto; istigata da lei, Hoffmann uccide Schlemil, suo ex amante; ma la donna fugge con un nuovo amante, Pitichinaccio. Infine, Hoffmann s'innamora di Antonia, una fanciulla dalla voce bellissima che può cantare solo a rischio della vita; il Dottor Miracle la convince a cantare e lei muore. L'epilogo presenta la stessa scena d'apertura, in una taverna di Norimberga, dove Hoffmann, credendo di essere tradito da Stella, beve troppo vino e si addormenta. Lindorf ne approfitta e se ne va con Stella".

Oltre a questo estremo e problematico omaggio al genio dello scrittore tedesco che Offenbach amava intensamente, la sua produzione comprende un centinaio di operette, nelle quali trasfuse una inesauribile carica di humour musicale e che sono fra gli esempi più emblematici e significativi del genere.

La sua musica, che si richiama a modelli mozartiani e rossiniani, Richard Wagner lo chiamò "il piccolo Mozart dei Champs Elysées", rivela una lucidità disincantata, uno spirito che nel volgere ogni cosa alla leggerezza buffonesca, a una voluta inconsistenza, non cela talvolta un acuto senso della fine di un mondo fatuo e spregiudicato.

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L’ANEDDOTO PERSONAGGI PADULESI "IL SANGUE SUL LIBRO"

I fatti di quel giorno sono nitidi, vivi, anche se sono passati tanti anni.

Era un afoso giorno di agosto. Ero andato nel bosco delle Fontanelle per alleviare l'afa che mi opprimeva, me ne stavo sdraiato all'ombra di una grande quercia, leggendo "I Canti" di Leopardi, quando udii voci, prima indistinte, poi più chiare, che mi distolsero.
- No, tu non sposerai mai Francesco. - Diceva una voce stridula e rauca.

- Io invece, vi assicuro che ci sposeremo, anche contro il vostro volere. Rispondeva una voce argentina e giovanile.

Mi portai al ciglio del bosco, proprio sopra il corso dell'acqua delle Fontanelle, e vidi a chi appartenevano le voci: una donna anziana (pensai dovesse essere la madre di Francesco) ed una donna giovane, molto giovane (probabilmente la ragazza di Francesco); un bel volto perfetto e paffuto, di bambina ancora. La donna anziana portava sulla testa un cesto di vimini, certamente era di ritorno dal mercato che si era tenuto in mattinata a Paduli. La donna giovane aveva un fazzoletto nero legato intorno alla testa che chiudeva i neri capelli e metteva in risalto il profilo perfetto. Non le avevo mai viste prima, eppure in paese ci conoscevamo tutti.

L'interesse per quello che dicevano mi attirava. Il dialogo si era fatto più concitato, la donna anziana (più tardi seppi si chiamava Mariarosa), diceva alla ragazza, parole molto offensive, mentre Angela, la più giovane, implorava.

- Forse voi non sapete che aspetto un bambino suo, perciò parlate così.

- Meglio. Ora più che mai cederò. Dovrei far sposare mio figlio, con una... zoccola spudorata? Mai, mai, mai!

- Fate male a parlare così. Non sono quella che pensate. Voglio veramente bene a Francesco, non merito di essere insultata ingiustamente. Pensateci, è vostro nipote il frutto che porto in grembo.

Mariarosa ebbe una risata stridula, beffarda. Si fermarono, Angela l’afferrò per un braccio, con tanta foga che il canestro che Mariarosa portava al centro della testa, standosene con le mani sui fianchi, cadde e rotolò fino al centro del rivolo d'acqua. La reazione di Mariarosa fu fulminea: schiaffeggiò con forza la ragazza, facendola barcollare. Subito, più veloce di un fulmine, nelle mani della più giovane apparve un rasoio. L’apparizione dell’arma micidiale mi mozzò il respiro.

- Non mi fai paura. – Gridò, spavaldamente Mariarosa. - Vai dal vero padre di tuo figlio. Ed ora levati dai piedi!

Un baleno. E la gola di Mariarosa fu squarciata. Il corpo, ancora fremente, rotolò, come il cesto prima, giù per la scarpata per fermarsi poco distante dal cesto.

Angela agile come una pantera saltò sulla preda agonizzante e senza fermare la sua furia, spogliò la donna degli abiti e fece scempio del suo corpo. Vinsi la mia viltà e gridai con quanto fiato avevo in corpo. La giovane si eresse nella persona e vibrava di spavalderia, con l'orgoglio di chi ha compiuto una grande impresa. Ma come erano mutati i suoi occhi! Quegli occhi meravigliosamente neri e fondi, ora erano iniettati di sangue. Si guardò intorno, buttò il rasoio accanto al corpo di Mariarosa e scappò via come una lepre dal cacciatore.

Mi portai istintivamente le mani alla gola e corsi, saltando le due siepi, accanto alla donna morente che appena mi vide tese le braccia, come per chiedere aiuto, ma un singulto ed era già morta. L'odore del sangue mi fece vomitare anche l'anima. Per aiutare l'agonizzante avevo appoggiato il libro accanto a lei ed ora, mentre mi lavavo la faccia e la bocca nell'acqua non inquinata dal sangue, mi accorgevo che era sporco di sangue. Mi tolsi la camicia e coprii quel corpo nudo dilaniato sul seno e sul ventre.
Rimasi allibito dal modo come lei sapeva fingere, avrei voluto gridare al mondo quanto avevo visto, ma lo sguardo minaccioso di Angela, mi atterrì. Tacqui.

Uno degli uomini corse in paese per chiamare i carabinieri, mentre gli altri mi tenevano chiuso nei loro sguardi poco raccomandabili. Sarei voluto tornare a casa e chiudermi nelle braccia di mia madre, farmi perdonare la disubbidienza. Ah! Non l'avessi mai fatto! Perché non mi ero accontentato dei leggeri scappellotti di mia madre? Mentre ero combattuto da una ridda di pensieri, declinai le generalità ai presenti e tentai di andare via. Non l'avessi mai fatto…

1 continua

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LA POESIA DEL GIORNO

IL TIC - TIO DELL'OROLOGIO

Il tic - tio della pendola è eterno
e il mare in lontananza ruggisce
come un leone inferocito;
il vento si lamenta come tigre ferita,
la luna paurosa geme come partoriente
che ha gestato una gravidanza isterica.

Di là dal mare, al di là della terra,
sotto un cielo freddo e indifferente
grida umane si confondono col fragore
delle bombe che scoppiano e non sanno perché.

.Reno Bromuro (da "Se m’addormento" Edizione in Proprio quale protesta contro certa editoria)

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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