31 marzo 1947
Luigi Einaudi
espone la relazione annuale

Luigi Einaudi, nella veste di governatore della Banca d'Italia, espone la relazione annuale dell'istituto di emissione e controllo,nella quale evidenzia la gravità della situazione economica, indica la necessità di giungere rapidamente ad una riduzione dell'inflazione, sensibilmente aggravatasi nel corso dell'inverno, e invita il governo a ridurre le spese. Simili considerazioni saranno anche avanzate dal presidente della Confindustria Angelo Costa in una nota a De Gasperi del 14 aprile.Luigi Einaudi

Luigi Einaudi nato a Carrù, Cuneo, nel 1874 e morto a Roma nel 1961 si laureò in legge, nel 1902; era già docente di scienza delle finanze all'Università di Torino e nel 1904 passò alla Bocconi di Milano ed ebbe l'incarico di economia politica e legislazione industriale presso il Politecnico milanese. Nell'ottobre 1919 Francesco Saverio Nitti lo nominò senatore.

Collaboratore del "Corriere della Sera", lasciò la testata quando il Fascismo costrinse al ritiro Albertini. Dal 1908 al 1935 fu direttore del mensile "La Riforma sociale", anch'esso chiuso per volere del regime. Dette quindi vita alla "Rivista di storia economica". Dopo il 25 luglio 1943 fu chiamato a rivestire la carica di rettore dell'ateneo torinese e riprese a collaborare al "Corriere". All'annuncio della firma dell’armistizio, l'8 settembre, riparò in Svizzera. Rientrato in Italia, dal 5 gennaio 1945 fu governatore della Banca d’Italia. Eletto nelle file del Partito Liberale Italiano alla Costituente, nella veste di vicepresidente del consiglio e di ministro del bilancio del Quarto ministero De Gasperi, fu l'artefice della politica economica tesa a stabilizzare la lira attraverso una severa stretta creditizia. Eletto presidente della repubblica l’11 maggio 1948, caratterizzò il suo settennato al Quirinale per un'estrema correttezza istituzionale. Opere: Principi di scienza delle finanze; Saggi sul risparmio e sull'imposta; Il buongoverno; Prediche inutili.

 ***

RICORDIAMOLI

NIKOLAJ VASIL’EVIC GOGOL

Lo scrittore russo Nikolaj Vasilevic Gogol nacque a Sorocinzi il 31 marzo 1809, morì a Mosca nel 1852. Primo grande rappresentante del realismo russo. Il padre Vasilij Afanasevic, possidente, aveva raggiunto una certa notorietà locale come autore di teatro, unica testimonianza: Un grossolano, ossia la furbizia femminile, e da lui Gogol ereditò l'amore per la sua terra e le sue tradizioni. Studiò a Poltava e poi a Nežin dove lesse Derzavin Puskin, e Rylejev, ufficialmente ignorati dai suoi educatori.Nikolaj Vasilevic Gogo

Perduto il padre nel 1825, il suo amore per la madre divenne quasi morboso e se negli ultimi anni la sua mente turbata gli fece credere di essere il Messia, la madre andò parlando di lui come di un genio, cui si dovevano grandi invenzioni. Nel 1828 si trasferì a Pietroburgo e qui ebbe l'amarezza di veder aspramente criticato un suo poema romantico scritto l'anno prima, il Gans Kjuchelgarten, che per l'umiliazione egli andò ritirando le copie a una a una nelle librerie. Intanto, dopo il fallito tentativo di fare l'attore, si era impiegato in un ministero, studiò pittura e pubblicò i primi racconti delle "Veglie alla fattoria presso Dicanca", il cui ciclo si concluse nel 1832.

I racconti, ispirati al folclore della terra ucraina, sono pieni di vita, di calore, di fantasia, di osservazioni. I personaggi appaiono a tutto sbalzo, definiti da una prosa limpida. Fu il successo. Ottenne una cattedra di storia all'Istituto Patriottico e mentre stava scrivendo Mirgorod e Arabeschi ebbe l'incarico di professore aggiunto di storia all'Università di Pietroburgo, era il 1834.

Il suo sogno di scrivere una storia universale aveva spinto influenti amici, Puškin, Pogodin e altri a fargli ottenere l'incarico, che tuttavia lasciò assai presto. Nella prima parte di Mirgorod apparvero Taras Bulba, un romanzo storico epico, e Proprietari d'altri tempi, un bozzetto a sfondo umoristico, ma un Gogol nuovo, personalissimo, nacque nel 1836 con Arabeschi, dove oltre ad alcuni saggi si trovano tre racconti chiave per capire la sua arte: La prospettiva della Neva, Le memorie di un pazzo e la prima versione del Ritratto. La realtà diventava qui una creazione della fantasia. Non più l'aderenza alle figure della terra natia, ma il diritto astratto della mente a creare.

Lo si vede soprattutto nel racconto Il naso scritto tra il 1833 e il 1835, con quella folle ansiosa ricerca dell'esterrefatto funzionario che un mattino si accorge di aver perduto il suo naso. Scrisse poi una prima commedia, Il matrimonio a sfondo satirico umoristico, preludio a quel Revisore, o L’Ispettore generale del 1835, rappresentata nel 1836 per volontà di Nicola Primo, che apparve a tutti una satira così feroce del mondo impiegatizio e ancor più della burocrazia, da scuotere la Russia. L'opera fu causa di infinite polemiche che amareggiarono e suggestionarono Gogol ma che non impedirono al grande critico Belinskij di confermare il suo giudizio positivo sull'autore, già definito il "poeta della vita reale" e il massimo autore russo insieme con Puškin. Gogol, che aveva già cominciato a scrivere "Le anime morte", si sentì avvilito e profondamente angosciato.

Lasciò la patria preso anche dal timore per le forti reazioni che si stavano verificando nei confronti di giornalisti e scrittori, da parte della critica ufficiale; non a caso, negli stessi anni, Caadaevo fu dichiarato pazzo. Rifugiatosi prima in Germania, poi in Svizzera, successivamente a Parigi, nel 1837, dove apprese con dolore della morte dell'amico Puškin e infine a Roma, dove rimase quasi due anni, innamorato dell'Italia, cui aveva dedicato un poema giovanile e cui dedicò poi un racconto incompiuto, Roma. Vinto dalla nostalgia, tornò a Mosca nel 1839. Nuovamente sofferente per il suo precario equilibrio nervoso, decise di ripartire nuovamente in Italia, dove concluse il primo volume de Le anime morte che pubblicò in Russia nel 1842 a Pietroburgo, grazie all'aiuto di Belinskij che si incaricò della cosa, dopo l'ostilità della censura moscovita. Alcuni suoi racconti segnarono una svolta decisiva nella storia della letteratura russa; con "Il cappotto", scritto tra il 1839 e il 1841 e apparso nel 1842, la trasfigurazione fantastica del reale nella tragica e grottesca storia di un modernissimo impiegato, Akakij Akakievic, morto di crepacuore per essere stato derubato del cappotto, sognato e accarezzato come aspirazione unica di vita, Gogol si pose al centro dell'attenzione letteraria come un caposcuola.

Dostoevskij lo riconoscerà con una frase divenuta celebre: "Siamo usciti tutti dal cappotto di Gogol". Con Le anime morte, il suo capolavoro, Gogol colpì al cuore la vecchia nobiltà di campagna, i grossi proprietari terrieri. La storia di Cicikov, un piccolo truffatore che gira tra i proprietari terrieri per acquistare le "anime morte", contadini defunti non ancora cancellati dai registri dei vivi, e instaurare capziosi raggiri, è in realtà una satira ferocissima di un mondo instaurato su un'istituzione indegna e consentì a Gogol di creare una galleria unica di ritratti indimenticabili e di svelare tutto il dolore di un popolo. "Com'è triste la nostra Russia!" esclamò Puškin quando Gogol gli aveva letto le prime pagine dell'opera.

Le intenzioni di Gogol erano quelle di dar vita a un poema di imitazione dantesca: alla prima parte,quella della dannazione della servitù, dovevano seguirne una seconda dove l'uomo avrebbe potuto salvarsi grazie all'amore del prossimo e una terza dove avrebbe trionfato il bene. Tornato subito a Roma, cominciò a lavorare alla seconda parte. Poi riprese a viaggiare in Francia, nei Paesi Bassi, in Germania, angosciato dal problema della vita, della morte, della salvazione, dell'impegno morale dello scrittore. Pubblicò nel 1847 Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici.

Sono lettere colme di sentimento religioso, di ispirazione morale. Belinskij le attaccò come manifestazioni di oscurantismo. Il critico vi sentì l'influsso reazionario di Pogodin e Sevyrev cui Gogol era legato da amicizia. Per sfuggire l'ambiente letterario che egli reputava sempre più ostile, compì nel 1848 l'infinitamente vagheggiato viaggio in Terra Santa. Tornato in patria si rifugiò nel villaggio natio e infine passò a Mosca, stanco, distrutto dalle sue paure, dall'angoscia di non essere nel vero, dai timori della vita ultraterrena che lo spinsero, quasi alla vigilia della morte, ad alzarsi nel cuore della notte per bruciare tutto quanto aveva scritto per la seconda parte de Le anime morte.

Bibliografia

R. Bacchelli, Saggi critici, Milano, 1962; L. Ginzburg, Scritti, Torino, 1964; V. Nabokov, Nikolaj Gogol, Milano, 1972; M. Chagall, Le anime morte, Milano, 1985.

***

IL FATTO

L’AMORE NELLA GRECIA CLASSICA (5)

LA PROSTITUZIONE

Si può speculare che la prostituzione sia sempre stata praticata in Grecia sotto varie forme. Agli inizi del VI secolo avanti Cristo finì il periodo della prostituzione incontrollata, quando il legislatore Solone istituì i primi bordelli di Atene, per facilitare gli adolescenti intraprendenti e evitare che commettessero adulterio con donne rispettabili. Si dice che Solone, con il denaro incassato da queste prime case chiuse, fece costruire il tempio dedicato ad Afrodite Pandemo, la dea patrona dell’amore a pagamento, il tempo che egli costruì in Attica.

In greco la parola prostituta è pòrne, e deriva del verbo pèrnemi, ossia colei che è in vendita. Inizialmente la parola descriveva soltanto la professione e non aveva il significato dispregiativo che assunse successivamente. Le prostitute erano schiave o ex schiave liberate, ma potava trattarsi anche di meteci, ossia libere, ma straniere immigrate, o bambine abbandonate, oppure donne ateniesi cadute in rovina. Ad Atene, indurre una donna alla prostituzione era assolutamente proibito e punito da una legge istituita da Solone. Sappiamo da Plutarco che: "Se qualcuno funge da lenone, la pena è un’ammenda di venti dracme, a meno che non si tratti di quelle donne che manifestamente si danno a quanti le paghino. E comunque, nessuno deve vendere le proprie figlie o sorelle, a meno che non abbia sorpreso una ragazza non sposata a concedersi a un uomo" (Solone, 23). I lenoni erano uomini o donne delle più basse condizioni sociali che sfruttavano una o più prostitute; il lenocinio, se denunciato e provato, poteva risultare anche nella pena di morte del IV secolo avanti Cristo: "La legge sancisce che i lenoni, donne o uomini, debbano essere denunciati, e quelli tra loro trovati colpevoli, essere condannati a morte" (Eschine).

Le prostitute entravano in varie categorie, a seconda dei luoghi che frequentavano e dove esercitavano le professione: perciò, c’erano le chamaitypaì, la categoria più antica, così chiamate perché lavoravano all’aperto, sdraiate; le perepatètikes, cioè le passeggiatrici, che trovavano i clienti passeggiando e poi li portavano nelle loro case; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei ponti; altre ancora frequentavano i bagni pubblici e infine c’erano quelle che lavoravano negli oikìskoi, bordelli. A poco a poco il numero dei postriboli aumentò e a quanto ci dice Ateneo, nessuna città aveva tante prostitute quanto Atene, fatta eccezione di Corinto, dove era praticata la "Prostituzione Sacra".

***

LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO
32
In questa notte di sussulti e di bagliori
di boati infernali, di rombanti aerei,
di grida di dolore e di spavento
ho tanta paura che domani
non saprò più amare nessuno.
Ho paura di non sapere amare
più nessuno perché mia madre
sono tre notti che piange e non dorme.
33
Cinque coperte sono pronte
pronte per ogni evenienza:
mia madre le ha preparate
per farci dormire tranquilli
mentre lei veglia nella notte
illuminata dai razzi
e dai bagliori dell'incendio.

Reno Bromuro (da Occhi che non capivano).

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

************************
L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

Torna all'indice

Reno Bromuro
reno.bromuro@elbasun.com

Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE