31 maggio 1996
Muore Luciano Lama

Muore Luciano Lama, popolarissimo ex segretario della CGIL dal 1970 al 1986 e deputato comunista, era nato nel 1921 a Gambettola, in provincia di Cesena, compie gli studi in scienze sociali e nel 1941 viene chiamato sotto le armi. Trascorsi soli due anni, dopo l’8 settembre, ha la possibilità di mettere a frutto le conoscenze militari acquisite: è al comando di una Brigata partigiana Garibaldi e nel settembre 1944 è alla testa dei partigiani che liberano Forlì dall’occupazione tedesca e fascista. Di idee socialiste aderisce al PSI e diviene responsabile della Camera del Lavoro di Forlì, organizzazione unitaria nata sotto l’egida del Comitato di Liberazione Nazionale dove sono presenti i rappresentanti di tutti i partiti democratici.

Nel 1946 abbandona il PSI, prende la tessera del Partito Comunista Italiano e inizia la sua la carriera sindacale all’interno della CGIL. Nel 1947 è uno dei 7 vicesegretari del leader storico del sindacato di Corso d’Italia, Giuseppe Di Vittorio che individua nel giovane romagnolo il proprio pupillo e futuro erede. Sono anni di duro scontro politico e l’unità sindacale faticosamente costruita durante i mesi di lotta partigiana si è sciolta come neve al sole quando nell’estate 1948, dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, i democristiani, i socialdemocratici e i repubblicani hanno abbandonato il sindacato unitario per dare vita a proprie organizzazioni autonome. La distensione internazionale e l’apertura a sinistra iniziata da Fanfani e Moro dopo i tragici giorni del giugno e luglio 1960, del governo Tambroni, morti e feriti in varie città d'Italia, contribuirà a migliorare il clima anche all’interno del sindacato: le tre organizzazioni, CGIL, CISL e UIL, cominceranno a dialogare fra di loro ed ad agire in un’ottica unitaria. I primi sintomi di questo new deal tra i sindacati cominciano nelle associazioni di categoria dei metalmeccanici per estendersi a tutto il sindacato.

Nel 1962 succede ad Agostino Novella, divenuto segretario CGIL dopo l’improvvisa morte di Giuseppe Di Vittorio, morto durante un comizio.

Lama divenuto segretario vuole dare un’impronta nuova al maggiore dei sindacati italiani nella prospettiva di un’unità dal basso di tutti i lavoratori e delle loro rappresentanze.
Il 24 luglio 1972 si arriva ad un patto federativo. Tale soluzione, che a molti pare un palliativo di fronte all'impossibilità, soprattutto per divergenze politiche, di giungere ad un sindacato unico, è faticosamente raggiunta grazie all’opera di uomini, oltre che lo stesso Lama, come Carniti, Macario, Trentin, Foa e Benvenuto. Sarà composto un direttivo di 90 membri, composto pariteticamente.

Nel 1975 Lama firma con il presidente della Confindustria Gianni Agnelli l’accordo sul punto unico di contingenza della scala mobile. Il 17 febbraio 1977, giorno di giovedì grasso, è volgarmente insultato da facinorosi all’università di Roma: incidenti e tumulti furono organizzati da chi non voleva che l’uomo del sindacato parlasse ai giovani e agli studenti per indicare loro la via unitaria e democratica per il progresso civile del nostro paese.

Nel 1984 muore il segretario comunista Enrico Berlinguer e molti pensano a Lama come nuovo leader di Botteghe Oscure. Verrà invece eletto Alessandro Natta: Luciano Lama aveva sia le capacità, sia il carisma per succedere a Berlinguer, ma era ritenuto troppo debole con il PSI di Craxi con cui il defunto segretario comunista ed il PCI erano in rotta di collisione.
Iscritto al gruppo comunista e poi, dal 1991, a quello del neonato Partito Democratico della Sinistra, della cui nascita fu sostenitore e fautore, ricoprì l’importante incarico di Vicepresidente del Senato. Venne rieletto alle elezioni del 1992 e tornò ad essere uno dei quattro Vicepresidenti dell’aula di Palazzo Madama. Fu anche presidente di una commissione di inchiesta sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche italiane.

Dal 1994 non si ripresenta più al corpo elettorale. Venerdì 31 maggio 1996, a poche settimane dopo la vittoria, per la prima volta, del centrosinistra alle elezioni legislative tenutesi il 21 aprile, Luciano Lama muore nella sua abitazione romana.

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RICORDIAMOLI

GINO BARTALI

Gino Bartali è stato uno dei ciclisti italiani più amati e vincenti nella storia di questo sport, che ha praticato per moltissimi anni, dal 1931 al 1954. Gino BartaliCorridore incredibilmente resistente e completo, eccelse soprattutto come scalatore, diventando protagonista di imprese che addirittura travalicarono lo sport.

Gino Bartali nacque a Ponte a Ema, una località alla periferia di Firenze, in una famiglia composta da quattro fratelli, due maschi e due femmine. Uno di questi, il promettente Giulio, perde la vita giovanissimo durante una corsa in bici. La sua carriera da dilettante inizia nel 1931, quando vince la prima gara a cui partecipa, il Gran Premio Aspiranti, salvo poi venire squalificato perché diciassettenne da un giorno quando il limite massimo era di sedici anni. Il suo debutto tra i professionisti avviene nel 1935 in una controversa Milano-Sanremo, dove è subito tra i protagonisti: arriva quarto e presenta reclamo contro Olmo, Guerra e Cipriani poi multati, i campioni dell'epoca, rei di aver sfruttato la scia delle automobili. Il suo carattere polemico e ribelle è una caratteristica che lo accompagnerà per tutta la carriera. Nello stesso anno diventa campione italiano.

Dopo due stagioni, a soli ventitré anni, ha già vinto due edizioni del Giro d’Italia nel 1936 e nel 1937, gettando solide basi per un lungo regno sportivo: il ciclismo italiano trova così un protagonista assoluto. Nello stesso anno, complice la caduta in un torrente, perde un Tour de France che era già nelle sue mani. L'anno successivo, correva il 1938, Bartali e gli altri ciclisti italiani più quotati, consigliati dal Commissario Tecnico Girardengo e "incoraggiati" dal regime fascista, saltano il Giro d'Italia per tentare la conquista della grande corsa a tappe francese. Gino BartaliBartali ne approfitta per prendersi la rivincita, diventando il secondo italiano della storia, fino a quel momento l’aveva vinto solo Bottecchia, a trionfare al Tour.

L'immagine di Bartali è legata in modo indissolubile a quella del rivale Fausto Coppi, con il quale venne a crearsi un appassionante dualismo che divise l'Italia in due. La storica rivalità risale al Giro d'Italia del 1940, dove Bartali prende il via come grande favorito. A vincerlo alla fine è però il giovane Fausto Coppi, all'epoca promettente gregario del campione toscano.

Com'era inevitabile, durante gli anni del conflitto bellico le manifestazioni ciclistiche più importanti: Giro, Tour e campionato del mondo, si devono fermare, privando i due campioni di molte probabili vittorie e gli appassionati di questo sport di attesissimi epici duelli. Cessate le ostilità, Bartali torna subito a gareggiare e a vincere, imponendosi in un Giro d'Italia del 1946, due giri della Svizzera 1946 e 1947, due Milano-Sanremo 1947 e 1950 e, soprattutto, nel Tour de France del 1948. Con il 1954 si conclude così una delle carriere più lunghe e vincenti della storia del ciclismo: Bartali resterà un personaggio amatissimo dalla gente anche negli anni a venire, comparendo spesso in televisione e su altri mass media.

UN ANEDDOTO SUL TOUR DEL 1948

Questa edizione del Tour de France, vinta da Bartali, rivestì per il popolo italiano un significato storico e sociale molto particolare. Era appena finito il secondo conflitto mondiale con una disfatta e il paese versava in condizioni difficili. Il 14 luglio 1948, in seguito all'attentato a Togliatti, nelle strade regnava il caos, quando Bartali, a dieci anni di distanza dalla prima affermazione, vinse il tour del 1948. Si dice che la sua vittoria riuscì a "distrarre" l'Italia e gli italiani da una probabile guerra civile. Questo episodio,probabilmente gonfiato dalla stampa fino ad assumere i toni della leggenda, contribuisce a spiegare la popolarità e l'affetto della gente nei confronti di Gino Bartali, l'uomo che con le sue fughe sulle vette del Tour faceva sembrare meno gravoso agli Italiani un triste periodo della loro storia. Il suo unico rimpianto in carriera rimane quello di non aver mai vinto il campionato del mondo; ma ha al suo attivo su 836 corse cui partecipò ne vinse 186, e non è poco.

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IL FATTO

UN POETA EMERGENTE: "GERARDO SORRENTINO"

Gerardo Sorrentino non è il primo avvocato scrittore, ne conosco tanti che navigano da un sito all’altro postando le loro opere, un giudice si è fatto un sito per avere spazio per le sue opere ed è stata anche rappresentata, una sua commedia che ha avuto un buon successo: emuli di Goldoni? Sarebbe troppo pensarlo? Allora lo pensiamo e lo scriviamo come augurio per un futuro luminoso di scrittori.

Gerardo abita in un luogo incantevole, uno di quelli cui la nostra Penisola è piena ma Cava de’ Terreni è unica.

Da questo luogo incantevole, le cui bellezze sono inenarrabili perché ci vorrebbe una penna intrisa di sole e di profumo d’agrumeto e di mare, la poesia di Sorrentino, è come una ventata di calore che bussa prepotente al cuore, come insistenti sono le onde del mare sulla battigia e sugli scogli: musica eterna che accompagna, "lo scrigno dalle mille serrature/l’avamposto della mia ragione, segno di allarme, che paiono dare un addio colmo di dolore e di strazio alla terra, alle cose care, alla vita.

La lieve malinconia romantica, che trapela da "quest’ultimo baraccone", che costituisce la nota sincera di Cava de’ Tirreni, raggiunge nella musica rallentata, monotona, dei versi, una profondità tragica, esprimendo, attraverso la disperazione delle cose "su quell’ultimo palcoscenico" dov’è tutta l'angoscia dell'uomo solo, senza conforto nella natura, vuoto di amore e di speranza.

Chiaramente, determinati messaggi, nel loro contenuto iniziale, non possono essere recepiti da gran parte della massa, data la loro difficoltà, per questo hanno bisogno di essere modificati per una maggiore comprensione. Sullo sfondo c’è lo spegnersi della speranza, perché sul palcoscenico recita in un mantello nero e una maschera bianca, l’amica fedele con la falce pronta. La falce non è per l’autore che pure piegato su se stesso ha accumulato tutti i peccati e i dolori del mondo, e sarebbe finita se l'accendersi delle luci sul palcoscenico, non facessero pensare ad una probabile rinascita, pronta a recitare la sua resurrezione all'aprirsi del sipario, su una magica scenografia della natura. La poesia di Sorrentino apre immagine fortemente inventive, che, nell'incerta oscurità, accosta sulla riva della sua anima, a sagome di navi tutte tese a salpare.

Una lirica di Cardarelli iniziava cosi: "Al mio paese non posso dormire. / Sempre mi leverò coi primi albori / e fuggirò insalutato". E si chiudeva: "Inorridisco al suono / della mia voce".

Impossibilità o timore di ritrovare se stesso e le cose, i volti di un tempo.

Per Sorrentino la memoria rintraccia, ricordi fissati per sempre, con una spietata persistenza, il tempo che vive, persino il vento che gli scompiglia i capelli segna il trascorrere del tempo e non c'è che il senso della morte, volti che non sono più quelli, che sembrano usurpare un posto che il poeta ha definitivamente assegnato.

Il Poeta ritorna, sovente alla ricerca di sé, di ciò che appartiene definitivamente al ricordo, del vivere quotidiano, anche se perduto nella vicenda del tempo: il vento, le voci, gli odori, le stagioni. Val la pena di rilevare anche qui gli esiti personali di un motivo, e in parte anche di un lessico, leopardiano.

Non è l'immedesimazione, ma una profonda analogia espressa dalla parola, il punto più alto, anche per ragioni formali, e forse non solo di questo.

Siamo nel cuore più intimo e più intenso dell'ideologia dell’autore, e nella riconferma della funzione redentrice, che traspare ancora tramite lo sguardo divino sulla precarietà del Creato.

Alcune delle sue poesie sono pubblicate in ElbaSun
www.elbasun.com/L_angolo_della_lettura/poesie.htm

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LA POESIA DEL GIORNO

TI HO INCONTRATA

Ti ho incontrata fuggevolmente
sulla via Lattea avvolta da stelle
danzanti e spiccavi vestita di sole.
Mi hai offerto la slitta e insieme
abbiamo corso fra astri e meteoriti
accesi di desiderio l’uno dell’altra.
Non ho voluto mischiare l’amore
con gli interessi; mi portavi verso
l’astro splendente a bagnarmi
di luce eterna e non perderla più;
mai come in quel momento t’ho desiderata
mai come in quel momento t’ho tanto amato
mai come in quel momento avrei voluto
afferrarti per mano e rimanere a volare con te.
Un attimo e un’ombra amorfa
ha oscurato le stelle,
ha coperto il sole e noi…
Non ti ho più ritrovata e ramingo
giro per la via Lattea cercandoti;
quella stella che ho desiderato più della vita
quella stella amata … issimamente come mai
non trovo più. Mi scuoti e mi baci con ardore
per forza, amore, sono accanto a te.

Reno Bromuro (da Zolle odorose di vento)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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