31 dicembre 1869
La lunga vita di Henri Matisse
Figlio d'un commerciante di granaglie, Henri Matisse, nato il 31 dicembre 1869 a Le Cateau, nel Nord, segui i corsi della facoltà di legge a Parigi e fu assunto come giovane di studio da un avvocato a Saint-Quentin.
Henri
non aveva mai visto una mostra d'arte né un museo
quando nel 1890, ricoverato per un attacco
d'appendicite, vide il suo vicino di letto copiare
ad acquarello delle cartoline postali, e lo imitò
per distrarsi. Fu per lui una rivelazione. Ormai
tutte le ore di libertà che il mestiere gli
consentiva furono dedicate alla pittura.
Nel 1893 ottenne dai genitori l'autorizzazione di recarsi a studiare a Parigi, dove divenne allievo di Gustave Moreau che gli predisse: "Voi siete nato per semplificare la pittura". L'allievo lavorò instancabilmente. Nel 1905 entrò a far parte d'un gruppo di giovani pittori chiamati "fauves" perché attribuivano maggiore importanza al colore puro che al disegno. Matisse è considerato uno dei principali esponenti del "fauvismo".
Durante la sua lunga vita, l'artista produsse un'importante opera in cui dominano vaste distese di colori vivi; quest'opera ha esercitato una profonda influenza sulla pittura moderna poiché riflette, secondo le parole dello stesso pittore, la gioia di vivere. Henri Matisse è morto il 3 novembre 1954 all'età di ottantacinque anni.
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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:
1851: Inaugurazione del primo telegrafo sottomarino, fra Dover e Calais.
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RICORDIAMOLIGIORGIO SEFERIS
Giorgio Seferis (pseudonimo di Gorge Seferiadis), era nato a Smirne il 29 febbraio 1900; seguì la carriera diplomatica, e dal 1957 al 1962 fu ambasciatore a Londra. Nel 1963 gli fu assegnato il Premio Nobel per la sua opera poetica. E’ morto nel 1971
Nel
Suo mondo poetico vi è l’insieme di Grecità e
Modernità, pietrose reliquie di una storia da
troppo tempo consumata e angosce contemporanee
nutrono la Sua poesia. Il Suo mondo poetico, un
viaggio senza meta tra tempi e civiltà
diversissime, un'avventura che nasce dalle
lacerazioni e dai dubbi dell'uomo di oggi si
disegnano su quel paesaggio d’isole, di promontori
di bracci di mare che videro nascere i miti
ellenici e Ulisse navigare sognando la sua Itaca.
Nelle poesie, da quelle giovanili a quelle recenti
seguiamo tutto l'arco di una produzione che si è
alimentata alle correnti più vive della poesia del
nostro secolo - dal simbolismo al surrealismo
all'alta lezione di Thomas Stearns Eliot -
mantenendo intatte le proprie qualità sorgive ed
il legame con una terra e una tradizione.
La poesia "Memoria" che qui riporto è la prima delle due poesie dello stesso titolo. Scritta fra il 1948 e il 1951, quando il poeta era consigliere d'ambasciata ad Ankara, fu inclusa nella raccolta cipriota. In emergo è riprodotta una frase dell'Apocalisse (21, I), dov'è annunciata la scomparsa del vecchio mondo e la rivelazione della Gerusalemme celeste, in cui sarà asciugata ogni lacrima e non vi saranno né morte né dolore. La frase "e il mare non c'è più" colpi vivamente il Poeta, che ad Ankara soffrì l'assenza del mare. L'ambiente umano ricorda quello evocato da Seferis in certe poesie d'Albania; in più c'è qui il raccapricciante mestiere d'uccidere, paragonato a una operazione chirurgica. Il cuore del poeta attende tuttavia un nuovo afflusso d'amore, legge cosmica "che spetta anche alle Erinni" poiché ministre di Dike. Il "flauto",un umile strumento pastorale di canna, donato al poeta da un "pastore vecchio" viene sepolto perché il suono covato dalla terra si risprigioni un giorno, come dal seme che muore germoglia una nuova fioritura. Fioritura umana, simboleggiata nella resurrezione della natura.
Memoria
e il mare non c'è piùE io, solo una canna fra le mani.
Solitaria la notte, la luna menomante;
odorava di pioggia fresca il suolo.
Bisbigliai: la memoria, dove la tocchi, duole,
il cielo è scarso, il mare non c'è più,
quanto di giorno ammazzano lo vuotano
coi carri oltre il dorsale.
Le mie dita giocavano immemori col flauto
che mi diede un pastore vecchio, perché gli dissi
buonasera
hanno abolito ogni saluto, gli altri:
si svegliano, si radono, cominciano il lavoro
giornaliero: ammazzare,
come si pota o s'opera, con metodo e
distacco:
il dolore un cadavere come Patroclo: e dunque
non c'è rischio di sbagli.
Pensai di zufolare un motivo: ebbi ritegno
della gente, di quelli che mi vedono
oltre la notte, d'entro la mia luce
intessuta da corpi vivi, da cuori nudi,
dall'amore che spetta anche alle Erinni
come all'uomo e alla roccia e all'acqua e all'erba
e alla bestia che guarda negli occhi
la morte che viene a rapirla.
Cosi avanzai nella straduccia buia
e svoltai nel giardino,
feci una buca e seppellii la canna
e bisbigliai di nuovo: un giorno
verrà resurrezione,
come splendono gli alberi di primavera
s'imporporerà
l’abbaglio del crepuscolo,
ci sarà il mare un'altra volta, e ancora
si scrollerà dall'onda Afrodite.
Siamo il seme che muore. Allora entrai
nella mia casa vuota.
Giorgio Seferis
(La Poesia è tratta da "Giornale di bordo III" (G. Seferis "POESIE" A. Mondatori Editore 1967)
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IL FATTO
Settecento
Il Settecento è, per definizione, il secolo dei "lumi", il secolo cioè durante il quale gli intellettuali di tutta Europa diedero vita a un nuovo modo di intendere la cultura e il ruolo dell'uomo nella società: l'aspetto religioso è così accantonato dalle riflessioni filosofiche e politiche, per lasciare spazio alla dimensione laica della conoscenza.
Il lato razionale della ricerca scientifica
emerse soprattutto in Francia, mentre in Italia,
specie nella prima metà del secolo, l'Illuminismo
appare ancora mediato da un certa vena
classicista. Soltanto verso la fine del Settecento
anche la nostra penisola fu toccata da una vera e
propria ondata di rinnovamento culturale che si
manifestò, nell'area lombarda, sulle pagine della
rivista letteraria Il Caffè , che
annoverava tra i suoi collaboratori Cesare
Beccaria, divenuto celebre in tutta Europa per il
suo trattato Dei delitti e delle pene. A
Milano gravitò anche un altro pensatore che scosse
le coscienze dell'alta e media borghesia, Giuseppe
Parini: con Il giorno ne mise in ridicolo
privilegi e abitudini di vita ormai datati.
Il XVIII fu inoltre un secolo molto importante per
la storia del teatro italiano e, più in generale,
europeo: Pietro Metastasio e Carlo Goldoni
portarono la loro fama e i loro successi anche al
di là delle Alpi. Il primo, il cui capolavoro fu
la Didone abbandonata, pose le basi del
melodramma, il secondo rinnovò la commedia in
senso borghese come appare chiaramente in una
delle sue opere più famose, La locandiera.
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LA POESIA DEL GIORNO
AL RITMO DEL VENTO
Al ritmo del vento di primavera
vorrei ballare un valzer con te.
Mi tendi le braccia e al ritmo
del vento di primavera ballo
un nostalgico valzer per te.
Reno Bromuro
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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno
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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato
Reno Bromuro |

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