30 ottobre 1910
Henri Dunant e la Croce Rossa

Henri Dunant il 30 ottobre 1910 all’età di ottantadue anni, moriva povero e dimenticato, all'ospizio di Heiden, in Svizzera. Eppure aveva fondato la Croce Rossa Internazionale e aveva ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1901.

Durante la campagna d'Italia, nel corso della quale Napoleone III aveva scacciato gli austriaci dalla penisola, Dunant si trovava a Solferino, il 24 giugno 1859. Alla fine della giornata, i francesi avevano riportato la vittoria, ma le perdite erano enormi in tutti e due i campi. Il suolo era cosparso di cadaveri. Dappertutto vi erano feriti: nelle strade, sulle pubbliche piazze, tra le rovine, nelle chiese.

Henri Dunant aiutò gli infermieri oberati di lavoro massacrante; si occupava sia dei feriti francesi e italiani che di quelli austriaci, poiché per lui c'erano soltanto uomini che soffrivano. Fino allora ogni campo curava come poteva i propri feriti e abbandonava i nemici alla loro sorte.

Tornato in Svizzera, Dunant moltiplicò gli appelli e i tentativi per creare il Comitato Internazionale della Croce Rossa in soccorso dei feriti. Poiché la bandiera svizzera era costituita da una croce bianca in campo rosso, il filantropo scelse come emblema una croce rossa in campo bianco. Nel 1864, la Convenzione di Ginevra decretò che le ambulanze e gli ospedali militari fossero dichiarati neutrali e che i feriti fossero curati "a qualunque nazione appartenessero".

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1530:Inaugurazione del Collegio di Francia, fondato da Francesco I.

1945:Varo negli Stati Uniti dell'ultima delle 2714 "libertyships" messe in servizio durante le ostilità.

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RICORDIAMOLI

FRIEDRICH HÖLDERLIN "Rimarrà soltanto il canto dei Poeti!"

Friedrich Hölderlin, Poeta tedesco nato a Lauffen, Neckar, nel 1770, morto a Tubinga nel 1843. Orfano di padre, studiò nel seminario di Maulbronn, nello Stift di Tubinga, dove fu compagno di Hegel e Schelling, e, dopo aver rinunciato all'ufficio di pastore, a Jena, dove frequentò le lezioni di Fichte e di Schiller. Nel 1796 entrò come precettore nella casa del banchiere Gontard di Francoforte, di cui amò riamato la moglie Suzette, cantata col nome di Diotima, ma che nel 1798 lo costrinse ad andarsene. Tormentato dalla necessità economica e non riuscendo a pubblicare le sue opere, andò come precettore a San Gallo e nel 1801/02 a Bordeaux. Ne ritornò in grave stato di sconvolgimento psichico, anche a causa della notizia della morte di Suzette. Trascorsi due anni nella casa della madre a Nürtingen, fu nel 1804/06 a Homburg, fino a quando fu ricoverato infermo di mente all'ospedale di Tubinga e, nel 1807, affidato alle cure di un falegname. Da allora scrisse sporadicamente versi di stile antiquato, firmandoli Scardanelli e datandoli a secoli prima.

Alle origini della creazione di Hölderlin stanno "un possente vigore poetico, che ha le sue radici in un'interiorità tale da sconvolgere ogni logica concettuale, l'esperienza libertaria della Rivoluzione francese, il mito etico-estetico della Grecia antica e del divino perenne mediato dal Settecento, un panteismo di derivazione spinoziana e l'intuizione idealistica del divenire dialettico". Un'altissima ispirazione profetico-simbolica gli fa cercare identificazioni tra la natura, da lui sentita romanticamente, e la Grecia, la Grecia e la Germania, Dioniso e il poeta, Cristo e il poeta, in esaltate e immense visioni cui sottende l'angoscia dell'impossibile conciliazione tra natura e spirito, tra sentimento e coscienza, e un senso antico, tragico e titanico del destino; gli dei stessi sono ambivalenti, ora partecipi di uno splendente futuro umano-divino, ora creature felici e indifferenti al buio destino dell'uomo. Già nel romanzo lirico, scritto in forma epistolare in una splendida prosa ritmata, scritto dal 1797 al 1799 e intitolato "Iperione o l'eremita in Grecia", il giovane eroe della lotta greca contro i Turchi, che scorge nell'amata Diotima un simbolo della patria, soccombe alla brutale realtà di tale lotta e, morta Diotima, si rifugia nella disumana, alienante e alienata Germania, sperando di divenire l'educatore di quel popolo. Perciò s'identifica con l'apostolo Giovanni portatore del verbo sulla Terra abbandonata da Cristo e dagli dei e in attesa di una nuova e più grande epifania. Distaccandosi dal retaggio intellettuale settecentesco e dell'epoca classico-romantica e precorrendo di molto la sensibilità dei contemporanei, rimase un incompreso per tutto l'Ottocento: la sua fortuna data dal secolo XX e si deve soprattutto all'esistenzialismo; ma perenne rimarrà la sua verità: "rimarrà soltanto il canto dei Poeti"

Bibliografia A. Pellegrini, Hölderlin. Storia della critica, Firenze, 1956

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L’ANEDDOTO PERSONAGGI PADULESI "SULLA SPIAGGIA 5"

Tutto il tempo che intercorre, dall'inizio della Primavera all'Autunno avanzato, Frattocchia fece avanti e indietro dalla mia casa alla sua; e quando sostava e rimaneva incantato a guardare me che accudivo la donna, con tanto amore. Non uscivo più tanto presto, di mattino, per andare al lavoro. Frattocchia riprendeva a vivere perché costatava che gli uomini, non sono tutti cattivi, come in un primo tempo aveva creduto, o gli avevano fatto credere.

Intanto, mi tormentavo nel dilemma: come comportarmi con la donna? Nella vasta sala da pranzo, al buio, parlo con me stesso, accanto alla finestra, dalla quale filtrano strisce di luce, dalla tapparella non stretta bene.

- Devo dirglielo, devo. - Mormoro misurando la stanza, in lungo e in largo. - Non voglio che il bambino, o la bambina nasca non desiderata. Io l'amo come se fosse mio! E... amo anche lei! Ma come fare per dirglielo? Odia gli uomini! Mi sopporta solo perché le ho offerto una casa...

- Reno? - Chiama la donna dall'esterno, interrompendo il corso dei pensieri. La sua figura snella varca la soglia e sembra illuminare la stanza. Le sono andato incontro, le ho preso le mani (che belle, affusolate, bianche!) aprendole le braccia in un gesto affettuoso, la sente esclamare: - Sai, Reno, ho visto il mio bambino!

- Che bello! Ti piace?
- E' bello, sano, robusto. Nero, nero, con gli occhi fiammeggianti. – Dice mentre si dondola sulla sedia. - Sento che sarà un geniaccio!
La guardo interrogativamente e lei, istintivamente si protegge il ventre, mentre gli occhi vivi e intelligenti lampeggiano nel buio. - Lo difenderò! – Dice, sfidante. - E' mio, mio, mio! Lui non conoscerà né scarafaggi, né merda.

- Quanto sono contento, per te. Mi racconti com’è avvenuto tutto questo?

Ella mi guarda, mi accarezza il volto teneramente, per rassicurarmi; e, parlando con serenità; - Ero sdraiata sul letto e pensavo. Questa mattina, invece di comprare vestitini, scarpine e cuffiette, ho comprato una pistola...

- Una pistola? – Ho ripetuto come un'eco, balzando in piedi come percorso da una scarica elettrica.

- Per difenderci! Stavo sul letto, e pensavo di aver sbagliato, quando l'ho visto... Credevo volesse rimproverarmi, invece mi ha chiamato mammina. Mammina!

Questa parola riempì la stanza di musicalità, e dall'anima vibrava contro le pareti la gioia incontenibile.

Ho approfittato di quel momento, l'unico in circa nove mesi di vita in comune, ho preso il coraggio a due mani e ho parlato, tirando fuori le parole come un fiume dirompente.

- Senti, mammina. Anch'io ho pensato. Lo sai che mancano pochi giorni alla sua nascita?

- Non parlare, ti prego.

- Devi ascoltarmi, invece. – Continuai, perché ormai avevo rotto gli argini del fiume. - E' necessario che io parli. Tu forse non te ne sei resa conto, ma in questi giorni... nei mesi che siamo stati insieme, ho imparato ad amarti, di un amore che non credevo possibile potesse esistere. - La donna si copre le orecchie per non sentire, ma io ho ripreso, con le sue mani nelle mie. - Quando sono solo, sento la tua mancanza. Avverto una solitudine mai provata.

Ella si alza e comincia a camminare nervosamente per la stanza. Ma le sono subito accanto e con delicatezza la costringo a sedere.

- Ho sempre asserito che la solitudine non esiste se si ama il prossimo. Non avevo pensato all'amore per una donna, evidentemente. - M’inginocchio accanto, le prendo il volto tra le mani a coppa e con le lacrime agli occhi continuo - Se te n’andassi, penso che morirei. Mi sei indispensabile come l'aria.

- Ti prego. Ti supplico, taci.

Preso dalla furia dei sentimenti non la sentivo neanche.

- La vita che per me… prima aveva mille scopi, oggi sembra non ne abbia più se non quello di vivere con te, parlare con te... Parlare, parlare e gioire con te...

- Per piacere, taci.

- Non sei più sola, tu! Ma io? Se tu sparisci alla mia sete...

A questo punto, la donna mi tappa la bocca per arginare la furia delle parole, e implora, con tutto l’amore cui era capace. - Ti voglio bene, taci, non parlare più. E’ bello stare insieme, pensare e parlare d'altro...

- E poi c'è il bambino! - Dico improvvisamente autoritario. La donna mi dà uno spintone, che mi manda lungo sul pavimento.
- Lo sentivo. Ecco, lo sapevo! Io sono matta ormai. Tu vuoi portarmi via il figlio?! Il fiore nato su un covone di merda, no! - Come una belva, va avanti e indietro per la stanza, lottando contro pensieri contrastanti, scossa da mille sensazioni. - II figlio è mio! - Grida. - Il figlio! Il fiore! – Si stringe il ventre, per proteggerlo. Scivola ginocchioni a terra. - Tu non hai capito forse, che questo figlio... cambierà il mondo perché è il fiore nato dal marcio, come dice il poeta...

- Lascia stare i poeti! - L’interrompo. - Voglio che tu mi sposi.

- Allora è vero! Anche tu sei un porco, uno scarafaggio! - Si alza lentamente, guardandomi fisso negli occhi. Nel suo sguardo e nella mente le immagini di quella notte, quasi dimenticate, ritornano a galla e si allargano come una macchia d'olio.

- Ma il figlio è mio e tu non me lo porterai via!

Senza una ragione estrae dalla tasca la pistola e spara, mentre sul suo volto passava le immagini e i momenti terribilmente terribili di quella notte sulla spiaggia. Continua a sparare anche quando il mio corpo giace sul pavimento ormai privo di vita. Non lo guarda neppure quando la mano lascia cadere la pistola.

Esausta cade sulla sedia a dondolo che cigola stranamente, come un lamento. Si abbraccia il ventre, forte forte e con calma serafica, come se non fosse accaduto nulla, prende a dondolarsi…

- Sei mio, mio! Solo mio! Il mio geniaccio che salverà il mondo! Il mio fiore nato dal marcio! - Guardando fissamente in un punto ipotetico, che solo lei vede, riprende.

- Reno, gliela canterai, la ninna - nanna, al mio bambino? E prende a cantare con una voce che racchiude solo dolore: un immenso dolore!

"Ninna – nonna nonnanunnarella

'o lupo è brutto e 'a pecurella è bella

Oj pecurella mia come farai

quanne 'mmocc’’a lu lupo ti vedrai.

Nonna, nonna, nonnanunnarella

'o lupo s'è magnata 'a pecurella!"

- Piccerè? – Dice Frattocchia, vedendo le lacrime che scendono copiose, e il petto sobbalzare per i singhiozzi. - Ma che faje? Chiane, mò?...

- 'A morte è... morte, guagliò! – Ha sussurrato una voce che non si è capito da dove venisse. - 'A morte non è necessariamente, morte. Quasi sempre è... vita.

FINE

***

LA POESIA DEL GIORNO

VORREI TANTO SCRIVERE, STASERA

Vorrei tanto scrivere, stasera!
Vorrei scrivere e parlare di te
di me, di cimiteri stanchi e senza croci.
Parlare soprattutto di quest'amore
che s'infiamma come un cerino
e mi consuma come una candela.

Scrivere di te, parlare di me, ma il vento
ulula come un cane in una notte di luna piena
nella tromba dell'ascensore, io ancora taccio
non il cuore che grida più del vento
che piange più del cane,
che langue come un bambino
che vorrebbe dormire fra le braccia del padre.

Vorrei scrivere anche di questi bambini
ma il vento è più forte di mille fanfare.
Il suo lamento grida amore
come il bimbo che non dorme col padre
come il cane in una notte di luna piena
come la donna alle soglie della vita
sulla tomba della madre, in attesa di vedere
la parola t'amo fiorire, sulle labbra dell'amato.

Vorrei tanto scrivere stasera
ma il vento soffia più forte
di cento milioni di fanfare
e il cuore piange come un bambino
che vuole dormire col padre.
Reno Bromuro (da "Se m’addormento" Edizione in Proprio quale protesta contro certa editoria)

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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