30 maggio 1940
Mussolini informa Hitler

Mussolini informa Hitler della decisione italiana di intervenire al fianco della Germania. Nonostante i pesanti condizionamenti tedeschi sulla politica mussoliniana, durante i primi sei mesi dell'anno l'Italia mantiene una posizione di neutralità, destinata, però, ad essere breve. Alcuni all'interno del paese, tentano persino di sganciare l'Italia dall'alleanza con la Germania: tra questi Ciano e il re, che però non arrivano mai ad una contrapposizione netta col Duce, finendo per assecondarne le scelte, orientate alla partecipazione al conflitto.Mussolini

Eppure è sembrato, fin dall’inizio che Mussolini era il solo a non volere la guerra. Leggiamo dal diario di Ciano:

"Quando Hitler aveva occupato l'Austria, ne aveva dato comunicazione a Mussolini soltanto a cose fatte. Un sistema che poi avrebbe adottato per tutte le sue altre imprese. L'ingordigia di Hitler non aveva più freni. Il 15 marzo 1939 ingoiò sotto diverse forme tutta la Cecoslovacchia. Il 7 maggio l'Italia e la Germania firmavano il Patto d'acciaio, una vera e propria bomba a orologeria con la miccia all'articolo tre: "Se malgrado i desideri e le speranze delle parti contraenti dovesse accadere che una di esse venisse impegnata in complicazioni belliche con un'altra o altre potenze, l'altra parte contraente si porrà immediatamente come alleato al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari per terra, per mare e nell'aria".

La rete si era chiusa. Hitler aveva in mano una cambiale in bianco che gli consentiva la più ampia libertà di manovra con la connivenza italiana. Il 23 agosto il dittatore nazista annuncia un altro colpo di mano, la firma dell'accordo di non belligeranza con Mosca...

Mussolini ingoia il rospo: "ma come! ho lottato una vita intera a combattere contro i comunisti e ora quello lì si allea proprio con i bolscevichi?"! Che figuraccia in Italia con i comunisti!! perfino imbarazzante; inoltre è consapevole di non essere preparato militarmente per avventurarsi in un conflitto armato; ma il primo settembre 1939, 60 divisioni tedesche occupano la Polonia e due settimane dopo Varsavia capitola.

Francia e Inghilterra per i patti stipulati in precedenza con la Polonia, dichiarano guerra alla Germania. Ma l'impegno sul fronte orientale fu quasi ininfluente. La voglia di "morire per Danzica" i Francesi non l'avevano. Il settanta per cento degli studenti disse no, la popolazione il novanta per cento. I francesi combatterono per undici giorni, subirono milleottocento perdite, arretrarono e si ritirarono nella loro Maginot a fare la "guerra da seduti"; la sitz krieg, dileggiata dai tedeschi che invece adottarono la blitz krieg, ossia guerra lampo, di movimento.

Per gli inglesi l'impegno fu ancora minore, la percentuale di non interventisti era come in Francia. Il suo appoggio ai polacchi, in questa guerra che nessuno in patria voleva, registrò un solo caduto. A pagare furono solo i polacchi. I morti non si sapranno mai. Ma i prigionieri sappiamo furono novecentodiecimila. Questi erano andati incontro ai panzer con i cavalli e le sciabole sguainate, come ai tempi dello Zar.Hitler

Per Mussolini è il momento più terribile. Non sa da che parte andare. Con chi allearsi. Hitler lo ha perfino umiliato quando Mussolini gli ha chiesto di voler far qualcosa per lui se solo avesse avuto i mezzi, che chiese proprio a Hitler, rivelandogli: "sulla preparazione bellica italiana... Considero mio sacro dovere di amico leale dirvi l'intera verità" buttò giù la maschera, in casa non aveva nulla o quasi, lo vedremo a suo tempo nei vari anni del conflitto. Il Furher gli rispose quasi ironico, consigliandogli di fare solo propaganda anti francese e inglese, di occuparsi solo della pubblicità e basta. E lui dovette ubbidire.

Ma anche mettersi con Francia e Inghilterra, dopo aver visto il blando e fittizio appoggio dato alla Polonia, non è che Mussolini aveva molte scelte; per evitare la padella si sarebbe ritrovato nella brace. E per come andarono poi le cose al di là del Reno, e a Dunkerque, dopo il 10 maggio del 1940, non è che Mussolini sbagliò valutazione. Se la Francia capitolò in un mese, e l'appoggio dell'Inghilterra durò solo 5 giorni, "Il Corriere della Sera del 24 giugno, parlerà di vera e propria diserzione degli inglesi dai campi di battaglia sul suolo francese per l'Italia bastavano poche ore. In Alto Adige, i Sudtirolesi, già si stavano organizzando per dare il benvenuto ai tedeschi, quello che poi fecero l'8 settembre sera del 1943, alle ore 18.03 tre minuti dopo Radio Algeri; due ore prima della lettura del comunicato di Badoglio, erano già attivi in tutti i presidi, dal 1940 già a loro assegnati.

Se dobbiamo credere al Diario di Ciano, Mussolini tentenna tra i due mali: quello immediato, la temuta colonizzazione tedesca, e quello futuro, se Hitler perde la guerra: "Mi ha telefonato il Duce che dice "se pensano di spostare un solo metro il palo della frontiera, sappiano che ciò non avverrà senza la più dura guerra, nella quale coalizzerò contro il germanesimo tutto il mondo. E metteremo a terra la Germania per almeno due secoli" Mussolini era indignato "Questi tedeschi mi costringeranno ad ingoiare il limone più aspro della mia vita. Parlo del limone francese". Sta dunque pensando di allearsi con la Francia? Per la fine che poi fece la Francia il 10 Maggio, sarebbe stato un vero disastro per l'Italia. Per vendetta, e per il tradimento del Patto, Hitler avrebbe sull'Italia infierito oltre misura, e senza tanta strategia, perché ora sapeva,che l'Italia non aveva nulla. Che era tutto un bluff. Mentre lui aveva tutte le armate ai valichi est, nord, e ovest. Gli bastavano due, al massimo tre ore per scendere su Udine e su Ivrea, e dal Brennero con gli appoggi degli altoatesini, per scendere su Verona gli bastava una sola ora.

Il 10 maggio 1940 le armate di Hitler invadono l'Olanda e il Belgio e dilagano in Francia. Mussolini non può più tirarsi indietro; il 10 giugno scende in armi al fianco dell'alleato tedesco. Il prologo era finito, il primo atto della tragedia, che non poteva evitare, si stava compiendo.

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RICORDIAMOLI

CESARE PAVESE

il primo narratore contemporaneo

Nel 1938, l'istituzione della Commissione di Bonifica libraria opera anche sul piano editoriale sulla scelta dei libri da pubblicare: nel 1942 viene approvato un 35 per cento, emendato un 34 per cento delle nuove opere presentate alla revisione; delle restanti straniere viene scartato il 60 per cento. Paesi tuoi è la prima opera narrativa di Cesare Pavese ad avere una certa risonanza, pubblicata nel 1941, costituirà successivamente uno dei modelli della narrativa neorealistica. Il romanzo inaugura la collana einaudiana "Narratori contemporanei". La copertina è di Francesco Menzio che in quegli anni contribuisce a caratterizzare l'immagine dei libri Einaudi. Durante la guerra Pavese si dedica a studi etnologici, elaborando una teoria del mito, di cui una tappa fondamentale è rappresentata dal volume di racconto e saggi Feria d'agosto. Dopo la guerra dirige con Ernesto De Martino, per la casa editrice Einaudi una collana di etnologia. La riflessione su questi argomenti continua fino alla morte, si ricordi un importante articolo intitolato Il mito. La cultura italiana del tempo viene stimolata a prendere in considerazione alcuni aspetti essenziali della cultura mitologica contemporanea ma anche dell'etnoantropologia e della psicoanalisi, guardate ancora con sospetto sia dall'idealismo che dal marxismo.Cesare Pavese

Gli anni della giovinezza a Santo Stefano Belbo, del Liceo a Torino e della amicizia con gli allievi di Monti. La nascita della Einaudi, la letteratura anglo-americana e la censura fascista. L'arresto e il confino. La guerra e la sua Resistenza. Poi, nel 1950, il Premio Strega e la fine del suo vizio assurdo.

La poesia Da I mari del sud prima lirica matura per inaugurare Lavorare stanca alle ultime liriche premonitrici di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Un percorso epico-narrativo e stilistico che lo accompagna nelle trasformazioni stilistiche e nei tormenti della vita.

Attraverso la narrativa Pavese è conosciuto dal grande pubblico. I suoi testi sono tradotti in molte lingue. Dalla tesi di laurea su Walt Withman fino agli interventi letterari del dopoguerra. tra i temi trattati: la letteratura americana, gli studi etnico-antropologici, filosofici, psicologici e religiosi sul valore del mito. E’ un sopravvissuto alla morte nonostante l'abbia cercata come unica ragione di vita.

Oggi le parole di Cesare Pavese, la sua sensibilità e le sue malinconiche emozioni sono vive e presenti, come patrimonio sentimentale di un'Italia di passaggio tra la guerra e la speranza di una vita migliore. La storia dello scrittore piemontese può essere narrata proprio partendo dalla sua morte, quando il 27 agosto di cinquantatre anni fa a Torino, decise di suicidarsi. Nel suo gesto c'era tutto il silenzio della sua realtà e l'ultimo atto di un'esistenza passata a cercare di comprendere le relazioni umane.

La sua vita è uno spaccato dell'Italia delle conquiste e delle gravi perdite, di un periodo storico in cui alla esaltazione era unita la paura stessa della vita quotidiana. Scrittore, esiliato, partigiano, cittadino, contadino, misogino, innamorato respinto, amico fedele e uomo legato alle origini: Cesare Pavese è un individuo che ha cercato in tutti i modi di esprimere la sua umanità e che tramite le parole ha dato voce a moltitudini di altre persone.

L'analisi psicologica dei testi lasciati dallo scrittore piemontese è sempre stata al centro dell'interesse degli studiosi e dei letterati. Definito come uomo solo, complicato, con problemi di comunicazione con le donne e con le persone in generale, la poetica dello scrittore è stata sminuzzata e analizzata sempre in relazione alla sua esistenza, con valutazioni che molto spesso hanno dimenticato che la sofferenza e l'emarginazione sono elementi presenti e forti nella personalità di uno scrittore.

Pavese la morte l'ha guardata negli occhi, forse, ancora non si è rispettato il suo ultimo desiderio, scritto sulla prima pagina del suo I dialoghi con Leucò, poco prima di uccidersi: "Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi".

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IL FATTO

BORIS LEONIDOVICH PASTERNAK

Boris Leonidovich Pasternak nacque a Mosca nel 1890 da una famiglia di intellettuali di origine ebrea: il padre Leonid era pittore di fama e amico di Tolstoj, la madre Rozalija Kaufman concertista. Studiò composizione al conservatorio e filologia all'università di Mosca.Boris Leonidovich Pasternak

Nel 1921 i suoi genitori lasciano la Russia. Boris Pasternak seguì a Marburgo le lezioni del filosofo neokantiano Cohen.Si laurea poi all'università di Mosca. Partecipa al clima intellettuale fervido degli anni immediatamente seguenti alla rivoluzione. Poi, gli anni dello stalinismo e della guerra. Aderì alla rivoluzione russa, cercando di essere sempre leale con il regime pur senza nascondere le atrocità commesse.

Prese posizione contro le terribili condizioni dei contadini collettivizzati, intercesse presso Bucharin per salvare Osip Mandel'stam che aveva scritto un'ode contro Stalin, mantenne contatti con esuli e internati. Mostrando un coraggio eccezionale negli anni delle purghe staliniste, mentre molti suoi amici subivano il carcere o il suicidio, come l'amata Marina Cvetaeva. Nel 1958 è costretto dal regime a rinunciare al Nobel che polemicamente e in senso anti-sovietico gli occidentali gli avevano assegnato. "L'abbandono della Russia sarebbe la mia morte", scrisse nel novembre 1958 sulla "Pravda". Visse gli ultimi anni rigidamente controllato dal regime. Morì a Peredelkino [Mosca] nel 1960.

Il suo mondo poetico è denso di simboli mitologici e di arcaismi quello che appare nella sua prima raccolta di versi Il gemello delle nuvole. Seguirono: Oltre le barriere, Sorella mia la vita, Temi e variazioni. E' in queste la maturazione artistica di Pasternak.

Vicino all'esperienza futurista per i fitti incastri semantici, le vertiginose trame verbali e metaforiche, se ne distacca per il ripudio di qualsiasi motivo declamatorio o politico, per la scelta di atmosfere intime, domestiche, quasi immemori della storia in cui il poeta si muove. Nel 1917 progetta un romanzo sulla rivoluzione francese; un anno dopo scrive "Dialogo" sulla rivoluzione russa: fu un evento che egli accettò allora positivamente, come la parte migliore dell’intellighenzia dell'epoca, ma senza l'enfasi messianica di Blok o l'entusiasmo di Majakovskij.

L'idea di un romanzo sulla rivoluzione russa fu poi da lui ripresa invano nel, ma si concretizzò solo dopo il 1946. Nei poemi L'anno 1905 e Il luogotenente Schmidt in cui affrontò il tema storico: alla ricostruzione della rivoluzione del 1905 proiettata in una lontananza fiabesca si sovrappongono ricordi dell'infanzia del poeta in uno scintillante mosaico d'immagini.

Seguirono Sui treni mattinali, La vastità terrestre, che riflettono più da vicino e con modi più semplici la nuova realtà e le generose lotte del popolo sovietico. Boris Pasternak è stato autore di splendide prose, in parte autobiografiche e, più della lirica, influenzate dalla tecnica della composizione musicale: L'infanzia di Zenja Ljuvers, Il salvacondotto.

Nel 1946, proprio nell'anno in cui il violento attacco contro gli intellettuali deviazionisti e borghesi acuiva il distacco di Pasternak dalla politica culturale del partito unico, cominciò a lavorare a Il dottor Zivago. Il romanzo, rimasto inedito in URSS e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1957, gli diede un'improvvisa e vastissima notorietà mondiale.

Sviluppando in un grandioso impianto narrativo apparentemente convenzionale il tema della fragilità dell'individuo e quello della solitudine dell'intellettuale nell'oscura violenza della storia, il romanzo offre una ricostruzione della storia russo - sovietica dei primi tre decenni del secolo senza proporre giudizi ma suggerendo un'alternativa spiritualistica, nutrita di sensibilità cristiana, alla versione univocamente eroico-materialistica offerta dalla letteratura ufficiale.

Protagonista del romanzo è il medico Jurij Zivago che, dopo aver combattuto al fronte nella prima guerra mondiale, rientra a Mosca proprio allo scoppio della rivoluzione. Con la moglie e il figlio piccolo decide di fuggire da Mosca dove c'è solo fame e freddo. Si rifugiano in una cittadina dei lontani Urali, dove Zivago incontra Lara Antipov, già crocerossina nel suo reparto al fronte. catturato dai partigiani rossi in lotta con i resti dell'esercito bianco, Zivago è costretto a seguirli per steppe e foreste, abbandonando i suoi.

Riesce a fuggire, ma la moglie nel frattempo è emigrata all'estero. Ritrova Lara e con lei vive un breve ma intenso amore. A Mosca, che raggiunge con un viaggio avventuroso, il reinserimento è difficile. Muore per una crisi di cuore, solo e in miseria. Pur non essendo un'opera anticomunista Il dottor Zivago divenne oggetto di una violenta polemica e di una dura condanna da parte della critica di regime.

Pasternak fu espulso dall'Unione degli scrittori; dovette rinunciare al nobel datogli nel 1958. Nel romanzo, in circolazione clandestina in URSS, Pasternak inserì come poesie di Zivago alcuni dei suoi componimenti lirici più maturi, nella loro struggente e incrinata classicità.

***

LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO 13

Ci hanno riuniti nel piazzale della Villa
tutti in divisa, schierati.
Sul balcone della mia scuola
hanno messo l'apparecchio radio
sopra un tavolino, coperto dal tricolore.
Il capo ha parlato e ha detto: «GUERRA!»
Hanno applaudito...
Mio nonno mi ha messo una mano sulla testa
sarà infinita, ha detto, molti anni,
però sono contento per te:
questo è l'inizio della fine.

Reno Bromuro (da Occhi che non capivano).

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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