30 dicembre 1890
Gli Stati Uniti e gli Indiani d'America

Negli anni immediatamente successivi alla guerra di Secessione, il governo degli Stati Uniti aveva incoraggiato l'avanzata verso l'Ovest selvaggio, la "Terra promessa" dei pionieri, che partivano alla ricerca dell'oro o di terre vergini da coltivare.Toro Seduto

Quest’avanzata verso occidente provocò il progressivo e pressoché totale annientamento di numerose tribù di pellirosse: un vero e proprio genocidio che costituisce una pagina oscura della storia americana e della civiltà bianca in generale. I pellirosse, abituati a vivere di caccia in ampie praterie, non potevano adattarsi ad una civiltà che li voleva costringere in sedi fisse e all'agricoltura; animati dal loro fondamentale nomadismo, essi opposero una fiera e coraggiosa resistenza all'avanzata dell'uomo bianco, cui contesero valorosamente, a palmo a palmo, le loro vastissime praterie, i loro bufali selvaggi, la loro libertà.

Ma i bianchi non risparmiarono mezzi per poterne fiaccare la resistenza: la brutalità più spietata fu messa in atto da coloni, da mercanti privi di scrupoli e dalle forze armate. Si ricordi il famigerato generale Custer. L'ultima sanguinosa battaglia contro gli indiani scoppiò in seguito alla morte del capo sioux Toro seduto, ucciso da un colpo di fucile mentre usciva dalla sua tenda per obbedire all'ordine d'arresto emanato da un commissario del governo degli Stati Uniti. Nella battaglia scatenatasi dopo l'assassinio del capo sioux, alcune unità del 7° reggimento di cavalleria sterminarono più di duecento indiani, uomini, donne e bambini inermi. Era il 30 dicembre 1890. Decimati e sconfitti da forze superiori, i pellirosse furono ridotti a vivere nelle riserve.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1944: Morte del grande romanziere Romain Rolland.

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RICORDIAMOLI

CUSTER UOMO, EROE O GENERALE?

L’America che correva verso Ovest non ebbe pietà di chi quelle terre le abitava da secoli. La civiltà pellerossa fu letteralmente distrutta nel breve volgere di pochi decenni. Ma questi indiani erano "selvaggi", poco meno che uomini, quindi poco importava che fossero massacrCusterati indiscriminatamente. I più "progressisti" ritenevano che costringerli a vivere nelle riserve – di fatto dei campi di concentramento ante-litteram dove molti di loro vivono ancora oggi – era la soluzione migliore. Ma, forse un po’ per lavarsi la coscienza e un po’ per quello che era già allora il sentire comune degli statunitensi, un eroe che aiutasse a "coprire" il lavoro sporco della conquista dell’ovest era necessario trovarlo. E chi meglio di un militare coraggioso, ardito fino al limite dell’incoscienza, dai folti capelli biondi e dai cerulei occhi azzurri poteva ricoprire questo ruolo?

Custer nacque a New Rumley, piccolo centro della contea di Harrison (Ohio) nel 1839. Nel giugno 1861 si diplomò all’Accademia Militare come ultimo del suo corso, e con l’acuirsi della tensione – e poi lo scoppio della guerra aperta – tra Stati del Nord e del Sud ebbe modo di farsi notare assai presto. Era un militare di grande coraggio, risoluto, sempre il primo a partire alla carica. Certo non amava la rigida disciplina gerarchica, ma questo valeva solo con i suoi superiori: chi doveva ubbidire ai suoi ordini non doveva osare contraddirlo. Nei suoi uomini sviluppava una sorte di rispetto/odio. Durante gli anni di guerra divenne prima capitano, poi generale di brigata e quindi generale di divisione. Si trattava però di promozioni strettamente legate agli eventi bellici: la mancanza di personale graduato favorì rapide carriere, ma al termine della guerra il governo offrì a tutti gli ufficiali "soltanto" la possibilità di riprendere il loro vecchio grado.

Nel caso di Custer fu fatta un’eccezione, era anche uno dei pochi graduati presenti alla firma del generale Lee che decretò la resa definitiva dei sudisti all’Appomattox Court-House, il 9 aprile 1865, e il giovane ufficiale divenne tenente colonnello. Un avanzamento rispetto al 1861, ma molti passi in dietro rispetto ai ruoli ricoperti durante la guerra. Un salto del gambero che Custer certo non gradì, ma che accettò di buon grado: per una volta il suo innato narcisismo e la sua sfrenata ambizione vennero meno, anche se non per molto. Il 28 luglio del 1866 fu assegnato al Settimo Cavalleggeri di stanza a Fort Riley, in Kansas, e qui iniziò a comportarsi come se fosse ancora un generale, arrivando persino a vestire spalline e mostrine che la sua reale carica di tenente colonnello non prevedevano. Non solo, ma Custer prese a "inventarsi" una divisa personale molto diversa da quella prevista dal regolamento.

Toro Seduto e CusterQuesti comportamenti erano comunque tollerati per via dei suoi risultati sul campo: la sua prima grande vittoria la ottenne nel novembre del 1866 a Washita contro i Cheyenne fuoriusciti dalle loro riserve. Incarnò in tutto e per tutto la lotta contro gli indiani, anche se non tutti gli storici concordano circa le motivazioni che lo spingevano: certo, al pari di quasi tutti i suoi contemporanei considerava i pellerossa dei selvaggi, ma secondo alcuni studiosi in realtà Custer aveva individuato la guerra agli indiani come la strada più veloce che lo doveva condurre a Washington, seduto al Congresso o alla Casa Bianca.

Per tutti la battaglia del Little Big Horn iniziò e terminò il 25 giugno 1876: in realtà ebbe fine soltanto tre giorni più tardi, quando i soldati asserragliati sulla collina riuscirono a fuggire. La loro salvezza fu soltanto quella di trovarsi in una posizione facile da difendere rispetto a quella in cui si venne a trovare Custer. Il massacro del Settimo Cavalleggeri ebbe un’enorme eco negli Stati Uniti: incredulità e commozione travolsero l’opinione pubblica americana. Custer era sicuramente il soldato più noto e conosciuto e che tutti ritenevano pressoché invincibile, nessuno poi si poteva immaginare una disfatta di questo portata. E sul lungo periodo ci persero anche gli indiani: la volontà di rivincita rese - se possibile - ancora più duri e sbrigativi i metodi delle "giacche blu".

Il governo di Washington e l’alto comando dell’esercito volevano però vederci chiaro, e capire i motivi del massacro: la commissione incaricata non condannò apertamente l’operato di Custer, e non poteva fare altrimenti, pena la totale sconfessione della politica verso gli indiani. La commissione d’inchiesta fu però assai decisa nel sostenere la condotta del maggiore Reno. Chi però aveva già sentenziato la condanna del comandante del secondo squadrone del Little Big Horn era la stampa. Secondo tutti i principali quotidiani del tempo Reno avrebbe dovuto infilarsi nella stessa trappola in cui era caduto Custer, per cercare di salvarlo. Gli era mossa l’accusa di aver abbandonato il suo superiore al suo destino: il fatto di aver in realtà salvato centinaia d’uomini non trovò spazio negli scritti di nessun commentatore. Reno, nonostante la difesa dei massimi gradi dell’esercito e una carriera di tutto rispetto, fu travolto dalle polemiche e trovò consolazione nella bottiglia.Divenne un alcolista e nel 1880,dopo aver malmenato un suo commilitone, fu costretto alle dimissioni.

Chi invece divenne una mezza celebrità fu John Martin: era stato l’ultimo a vedere e a parlare con George Custer, e per lungo tempo giornalisti, commentatori e scrittori fecero a gara per intervistarlo. Lui rimase nell’esercito fino all’inizio del Novecento concludendo la sua carriera militare con i gradi di sergente maggiore. Il luogo della battaglia fu proclamato già nel 1879 cimitero nazionale, e successivamente fu eretta una statua in ricordo di Custer, le cui spoglie si trovano oggi a West Point. Nello stesso luogo il 25 giugno d’ogni anno gli indiani festeggiano invece una delle loro poche vittorie contro l’uomo bianco.

Per tutti la battaglia del Little Big Horn iniziò e terminò il 25 giugno 1876: in realtà ebbe fine soltanto tre giorni più tardi, quando i soldati asserragliati sulla collina riuscirono a fuggire. La loro salvezza fu soltanto quella di trovarsi in una posizione facile da difendere rispetto a quella in cui si venne a trovare Custer. Il massacro del Settimo Cavalleggeri ebbe un’enorme eco negli Stati Uniti: incredulità e commozione travolsero l’opinione pubblica americana. Custer era sicuramente il soldato più noto e conosciuto e che tutti ritenevano pressoché invincibile, nessuno poi si poteva immaginare una disfatta di questo portata. E sul lungo periodo ci persero anche gli indiani: la volontà di rivincita rese - se possibile - ancora più duri e sbrigativi i metodi delle "giacche blu".

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IL FATTO

Seicento Il Seicento risentì del clima politico e religioso del secolo precedente, quando la Riforma protestante sconvolse la cristianità europea spaccandola in due grandi blocchi: in Italia, le conseguenze di tali divisioni sfociariono nel rigido controllo di tutta la produzione culturale da parte della Chiesa cattolica. Il Tribunale dell'Inquisizione colpì numerosi intellettuali, costringendoli ad abiurare e a rinnegare così le loro ideologie o condannandoli addirittura al carcere e, in alcuni casi, al rogo (come successe al filosofo Giordano Bruno). Anche Tommaso Campanella, autore della Città del Sole, fu perseguitato a causa dei suoi scritti filosofici, nei quali vagheggiava un'utopica società che sopperisse alle mancanze e alle brutture di quella in cui era costretto a vivere.

Il gusto seicentesco è comunque quello barocco, teso verso il desiderio di stupire e meravigliare a tutti i costi, affidandosi perciò alla ricerca dell'eccesso e della teatralità (maestro di quest'arte fu Giambattista Marino). Una voce fuori dal coro è quella di Alessandro Tassoni, creatore di un nuovo genere letterario, quello del "poema eroicomico", con La secchia rapita.

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LA POESIA DEL GIORNO

HO LA MEMORIA NELLE NUVOLE

Ho la memoria nelle nuvole, ma scende la nebbia.
Vorrei tanto sapere di ieri, di stamani.
La nebbia s'infittisce, vorrei piangere!


Non lacrimano gli occhi esausti inariditi,
non sento neanche il pulsare ribelle del cuore
a questa cosciente verità scoperta:
non ricordare e lo vorrei tanto.


Non so più se sono triste, se felice,
se ho amato, se sono stato amato.
La nebbia s'infoltisce e da essa un volto
perché? A chi appartiene? Di chi è?
La mia coscienza piatta, senza emozioni!


Eppure so dalle cose che ho scritto
che ho amato, ho gioito, ho sofferto.
ho pianto anche, ma credo che appartengano ad altro.

Ho vissuto primavere di sole caldo
ma il buio espanso è sempre più denso.

La memoria se n'è andata a spasso
forse con l'amore e vive nella nebbia.

Reno Bromuro

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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