30 aprile 1999
Processo Pecorelli

Al processo per il delitto del giornalista Mino Pecorelli, la pubblica accusa ha chiesto la pena dell’ergastolo per i principali imputati:Giulio Andreotti e Claudio Vitalone,presunti mandanti dell’omicidio;i boss mafiosi Gaetano Badalamenti e Pippo Calò,come presunti organizzatori.

Per tutti il processo Pecorelli è il processo a Giulio Andreotti. Questo è il secondo processo, dopo quello per associazione mafiosa a Palermo, che vede il senatore assolto. Mino Pecorelli

Ma il processo Pecorelli è anche il processo a Claudio Vitalone, consigliere alla corte d'Appello di Firenze e in corsa per la Cassazione. La motivazione della sentenza di assoluzione per Andreotti, Vitalone e altri quattro imputati per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, dedica proprio al magistrato pagine pesanti. Emerge, dicono i giudici, "la prova di rapporti tra Claudio Vitalone e la banda della Magliana in persona di Enrico De Pedis". Ma aggiungono: "Gli elementi probatori non sono univoci e non permettono di ritenere riscontrata la chiamata in correità fatta nei suoi confronti". Per usare le parole dei giudici, i rapporti tra Vitalone e De Pedis, boss della banda della Magliana, sono "uno schizzo di fango che rimarrà attaccato alla persona" del magistrato. Tali rapporti, "non trovano alcuna giustificazione" se non in "rapporti a dir poco non chiari che un magistrato Repubblica italiana, un senatore che ha rappresentato l'Italia all'estero", avrebbe intrattenuto con esponenti di spicco della malavita organizzata romana. Vitalone per il momento non commenta. Lo fa per lui il suo avvocato difensore. Secondo Carlo Taormina, questa dei magistrati perugini "è una ricostruzione esasperatamente tecnica dal punto di vista delle conclusioni che sono tratte. Non solo c'è stato un riscontro negativo alle dichiarazioni di questi rapporti tra Vitalone e De Pedis, che provenivano da Fabiola Moretti, una pentita della Magliana rinviata a giudizio per calunnia per aver dichiarato che il fratello di Vitalone, Wilfredo, era coinvolto in un omicidio con l'aiuto della banda, ma sarebbe stato logico e corretto affermare nella sentenza che quelle stesse dichiarazioni erano state ritrattate".

Da "IL RESTO DEL CARLINO" del 18 novembre 2002

Andreotti condannato per sottrazione di minori: ma è un errore

Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti condannati a Perugia, a causa di quello che tutti definiscono un mero errore materiale senza conseguenze, anche per "sottrazione consensuale di minorenni": è quanto emerge dal dispositivo letto ieri sera dalla Corte d' assise d' appello al termine del processo per l' omicidio di Mino Pecorelli. I due imputati sono stati, infatti, dichiarati "colpevoli del delitto di cui agli articoli. 110, 575, 573, n.3 codice penale". Una formula riportata anche sul dispositivo poi consegnato alle parti.

Il primo articolo identifica - si legge nel codice penale - la "pena per coloro che concorrono nel reato", mentre il secondo è relativo all' accusa di omicidio. Il 573 è quello che invece prevede il delitto di "sottrazione consensuale di minorenni"

"È un mero errore materiale - ha detto l' avvocato Franco Coppi, uno dei difensori di Andreotti - che sarà corretto con un'apposita procedura non appena i giudici se n’accorgeranno. Non cambia niente nel futuro del processo".

Secondo il penalista "i giudici si sono sbagliati con l' articolo 577 del codice penale, relativo alle aggravanti per il reato di omicidio". "Il terzo comma - ha sottolineato ancora l' avvocato Coppi - prevede proprio le pene accessorie per la premeditazione".

E un lapsus momentaneo colse anche il presidente della Corte d'assise di primo grado, Giancarlo Orzella, che aveva citato il codice di procedura civile, anziché penale, leggendo il dispositivo della sentenza. Si era però subito corretto su indicazione del giudice "a latere" Nicola Rotunno. L' errore non era stato comunque inserito nel dispositivo scritto.

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RICORDIAMOLI

GIANNI AGNELLI

Il 30 aprile 1966 Gianni Agnelli nuovo presidente della FIAT, nipote del fondatore della FIAT, è il nuovo presidente della società torinese,in sostituzione di Vittorio Valletta nominato presidente onorario. Gaudenzio Bono è confermato amministratore delegato e direttore generaleGiovanni Agnelli

Giovanni Agnelli nasce a Torino il 12 marzo 1921 in una città scossa da tensioni politiche e sindacali. Secondo di sette figli nati da Edoardo e Virginia Bourbon del Monte, primo dei maschi, trascorre la sua fanciullezza tra la casa torinese di Corso Matteotti e la residenza di campagna dei nonni a Villa Perosa, frequenta il liceo Massimo d'Azeglio per poi laurearsi in giurisprudenza, ufficiale dell'esercito è ferito in Africa. Gianni, come lo chiamano in famiglia, manifesta sin da ragazzo le doti del capo inteso come punto di riferimento per le sorelle e i due fratelli più giovani di lui. "E' stato sempre naturale chiedere il suo parere per qualsiasi cosa" ricorda la sorella Susanna.

Per il fondatore della Fiat Gianni è stato il vero delfino, il successore per antonomasia. E al nonno il bel cit è legato fin da bambino da un rapporto di affetto e di grande rispetto e devozione. Prima di morire il vecchio senatore gli consiglia di "girare il mondo, divertirsi un poco, far conoscenze utili" lasciando temporaneamente la guida dell'azienda al professor Vittorio Valletta. Gianni lo prende in parola e si tuffa nel bel mondo internazionale diventando una sorta di mito delle notti brave della Costa Azzurra. Dove nel 1952 un grave incidente automobilistico gli costa una menomazione alla gamba destra. Nel novembre del 1953 sposa Marella Caracciolo di Castagneto e dal matrimonio nascono Edoardo e Margherita.

Vicepresidente della Fiat dal 1946, esattamente vent'anni dopo, assume il comando dell'azienda di famiglia ed è come la svolta, il passaggio dalla vecchia alla nuova Fiat. Quasi contemporaneamente comincia ad accostarsi più di quanto non abbia fatto in passato al mondo imprenditoriale italiano e a quello politico. Con la Fiat sta cambiando anche lo scenario politico italiano e l'Avvocato è interessato a questa metamorfosi che in qualche modo lo vede tra i protagonisti. Il 1974, è un anno durissimo per le finanze della Fiat, ricordato anche per l'ingresso nel gruppo di Cesare Romiti, Agnelli diventa presidente della Confindustria. Due anni più tardi sta quasi per cedere alla tentazione della politica o, almeno così si dice. Ammettendo la sua amicizia con Ugo La Malfa ammette di avere un cuore repubblicano. Ma non lesina appoggi e simpatie ai liberali. In politica invece finisce il fratello Umberto la cui esperienza come indipendente nelle file della DC non è entusiasmante. Dicono che lui non l'abbia né incoraggiata né apprezzata. Al rientro dalla Confindustria pilota l'ingresso nel capitale Fiat dei libici di Gheddafi. In quegli anni fronteggia, assieme ai suoi manager, due fatti, diversi tra loro ma entrambi duri per la Fiat. Il terrorismo e il grande scontro con il sindacato culminato nell'autunno del 1980, con la marcia dei quarantamila.

Il fenomeno terroristico, al quale l'azienda paga un pesante tributo di morti e feriti, lo preoccupa. Dicono che in quegli anni ha meditato seriamente di portare via la Fiat dall'Italia. Negli anni Ottanta lui regna sulla Fiat governata da Romiti. Annette l'Alfa Romeo che definisce la provincia debole, manca l'alleanza con la Ford, liquida il socio scomodo Gheddafi. A metà di quel decennio indica come suo successore alla presidenza di Fiat il fratello Umberto. Ma le cose andranno diversamente. Nel 1993, un altro periodo finanziariamente difficile per il gruppo, è costretto a bussare alle porte di Mediobanca dove ancora impera l'anziano Enrico Cuccia. La banca milanese organizza e sostiene un maxiaumento di capitale per Fiat ma la contropartita è la rinuncia di Umberto alla successione.

L'Avvocato deve ingoiare il boccone amaro, ma lo fa con classe. Cerca di rifarsi nel 1996 indicando come successore, almeno sul fronte della famiglia, Giovanni Alberto, figlio di Umberto. Ma Giovannino morirà giovanissimo tre anni dopo. E per lui è un colpo durissimo perché avverte l'interruzione di una continuità della famiglia sulla quale ha fatto affidamento dal momento in cui si è reso conto che il suo diretto discendente, Edoardo, non è adeguato al ruolo di guida del gruppo. Quando, settantacinquenne, lascia il comando della Fiat gli succede Cesare Romiti.

La morte prematura del nipote sul quale ha fatto affidamento e il suicidio di Edoardo segnano il vecchio patriarca che è costretto, quasi ottuagenario, a riprendere in mano il comando, per lo meno della famiglia. Adesso più che mai è un punto di riferimento per tutto il clan Agnelli. Riversa affetto e attenzioni su un altro nipote, John, Yaki per i familiari, figlio di Margherita e di Alain Elkann, un ragazzo poco più che ventenne che si laurea a Torino e viene mandato in America a farsi le ossa. Ma la possibilità per questo giovane erede di assumere le redini del gruppo di famiglia è ancora molto lontana.

Quando Romiti compie settantacinque anni l'Avvocato non ha dubbi. "La regola degli anni vale per tutti" dice e chiama al comando Paolo Fresco, un avvocato che per molti anni è stato vicepresidente della General Electric. Amministratore delegato diventa Paolo Cantarella. Le cronache dell'ultimo anno, discrete sul piano privato non altrettanto su quello societario e aziendale, descrivono un Avvocato ormai fuori dalla scena e tuttavia attento alle vicende della famiglia. Partecipa telefonicamente all'assemblea della Fiat del maggio 2002, segue per tutta l'estate gli sviluppi della situazione e interviene direttamente nei momenti delicati e difficili. E' lui che convince Paolo Cantarella a farsi da parte e a lasciare il posto a Gabriele Galateri come amministratore delegato del Gruppo. Ed è sempre lui che si occupa successivamente del passaggio da Galateri ad Alessandro Barberis nel dicembre scorso. Certo, le sue condizioni di salute si andavano aggravando col passare dei giorni e lui lo sapeva. Ma ha voluto recitare il ruolo di capitano d'industria fino in fondo. E' morto il 24 gennaio del 2003, all'età di 82 anni.

Biobibliografia

"la Repubblica", 24 gennaio 2003 – articolo firmato da Salvatore Troppa -

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO "ROBERTO BRACCO"

Roberto Bracco nasce il 19 settembre del 1860 a San Gregorio Armeno, nel cuore di Napoli: anche per questo motivo, egli è fortemente legato alle sue radici. Secondo quanto scrive Pasquale Iaccio ne L'intellettuale intransigente egli era alto un metro e settanta, aveva una corporatura esile, capelli grigi, viso ovale, colorito naturale, occhi chiari, naso greco, baffi a spazzola e bocca di forma media.

Roberto Bracco frequenta l'Istituto Tecnico e all'età di 16 anni lascia la scuola per impiegarsi presso una ditta di spedizioni. A 18 anni inizia la sua carriera giornalistica scrivendo per "Il corriere di Napoli": era stato, infatti, Martino Cafiero, direttore del quotidiano, ad iniziarlo al mondo della carta stampata, dove lavorò con lo pseudonimo Baby per lungo tempo. Dopo l'esperienza al Corriere, collabora anche con: La stampa, il New York Times e molti altri giornali e riviste sia Nazionali che esteri. Debutta come drammaturgo, a venticinque anni, con la farsa "Non fare agli altri", portata in scena da Ermete Novelli. I suoi primi lavori hanno la forma dell'atto unico.

Nel 1892, entra nel vivo del teatro naturalista italiano con il dramma Una donna interpretato dall'attrice Tina Di Lorenzo; l'anno dopo ha luogo l'incontro con Ermete Zacconi, decisivo per la sua carriera. Da questo momento, infatti, scrive una serie di drammi sociali; il primo è Maschere del 1894.L'esordio in teatro è davvero strepitoso ed esprime il desiderio dell'autore di superare i regionalismi e il napoletanismo piedigrottesco: egli, infatti, tende all'affermazione di una cultura Nazionale. I suoi interessi non si limitano solo al giornalismo e al teatro, ma si estendono anche alla critica, teatrale, letteraria, musicale, cinematografica; e al cinema muto, per il quale, dal 1912 al 1923, autorizza e cura in prima persona la trasposizione di alcune sue opere: un titolo per tutti è Sperduti nel buio del 1914, realizzato in collaborazione con Martoglio. Ma non è finita, perché Bracco è anche autore di canzoni, ricordiamo ad esempio Africanella, del 1892, novelle, poesie e scritti sullo Spiritismo.

Nella sua Storia del teatro napoletano Vittorio Viviani scrive di lui: "Non era un colto, Roberto Bracco, ma era un signore; e s'era fabbricato un suo modo di scrivere ch'era sempre un naturale conversare, un dire quanto più possibile cose precise". Molte delle informazioni pervenuteci su Bracco si devono, a quella incessante persecuzione che il regime fascista esercitò sulla sua persona e sulla sua vita fino al 1943, l'anno della sua morte: per circa vent'anni, infatti, egli fu relegato ad una sorta di confino dovuto al suo dichiarato antifascismo e alla sua omosessualità.

Uno stretto controllo fu riservato anche a coloro che lo circondavano e fu per questo motivo che molti lo abbandonarono e, probabilmente, lo tradirono. Gli fu sempre vicina la moglie, Aurelia del Vecchio, incontrata nel 1924 e, sposata nel 1939. Ella, infatti, lo sostenne in tutte le sue scelte politiche ed intellettuali, esponendosi spesso in prima persona. Non era certo semplice essere la compagna di Bracco. Fino alla fine, fu escluso dalla vita politica e sociale, fu minacciato nella sua incolumità con aggressioni in pubblico e sfide a duello, secondo un’usanza del secolo precedente. Grazie al suo carattere impetuoso e guascone, affrontò ognuna di queste sfide con grande coraggio: intorno al 1883 egli sostenne il suo più grave duello alla sciabola, combattendo contro Francesco Lionelli, che gli spaccò con un colpo deciso, il braccio destro. Fortunatamente, l'assistente di quest'ultimo, Agostino Casini, lo soccorse, evitandogli una probabile amputazione del braccio. Nonostante tutto, non smise mai di combattere e di difendere le sue idee. Verso gli ultimi anni della sua vita, si dedicò alla sua Opera omnia, pubblicata in 25 volumi, alla quale lavorò assiduamente dal 1935 al 1942.

Il 20 aprile dell'anno successivo, si spegne a Villa Manning, in Sorrento, assistito amorevolmente dalla moglie. È sepolto a Napoli, la città che gli aveva dato i natali, alla quale era legato da un grande amore. Parlare di Roberto Bracco cosi sinteticamente e come non aver detto niente, perciò di ritorneremo lunedì prossimo e ancora e ancora fino a quando vi avrò parlato del Suo Teatro, della Poesia, della Canzone e del giornalismo, in cui la cronaca rosa diventa "Corruzione al Palazzo di Giustizia".

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LA POESIA DEL GIORNO

SULLA BILANCIA DELLA GIUSTIZIA

Sulla bilancia della giustizia
ho messo i nostri corpi di amanti poveri
che hanno tanta luce da donare.
Il piatto pendeva dalla parte opposta.
E questa è giustizia?
Dall'altra parte bidoni ricolmi d'immondizie
e di cadaveri mascherati da uomini. La luna
non ha sputato nemmeno un piccolo raggio.
E questa è giustizia?
Quanta miseria c'è al palazzo della giustizia!
Ecco perché non mi lamento
tu e io siamo i più ricchi del mondo.
Dalla bilancia della giustizia
ho tolto i nostri corpi di amanti poveri
e vi ho messo la casa che hai sognato
la casa che ogni giorno sogno.
Il piatto pendeva dalla parte opposta,
dove bidoni ricolmi di sterco erano
mascherati da uomini, case vuote
abitate nemmeno da spettri.
Uomini avvolti in una coperta di fango
nascondono la loro volontà.
Noi sfiancati ma non domi,
grattiamo il fango con le unghie
e intoniamo la canzone fatta di parole d'amore.

Reno Bromuro (da Musica bruciata

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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