2 maggio 1999
Giovanni Paolo II
proclama beato Padre Pio

Con una cerimonia in Piazza San Pietro, gremita da migliaia di fedeli, papa Giovanni Paolo II ha proclamato beato Padre Pio da Pietrelcina. Questo grande afflusso di pellegrini, anche se inferiore al previsto, è stata una prova generale in vista del Giubileo.

«Un sorriso non costa nulla e rende molto.
Arricchisce chi lo riceve, senza impoverire chi lo dona.
Non dura che un istante, ma il suo ricordo è talora eterno.
Nessuno è così ricco da poterne fare a meno.
Nessuno è così povero da non poterlo dare.
Crea felicità in casa; è sostegno negli affari
è segno sensibile dell’amicizia profonda.
Un sorriso dà riposo alla stanchezza,
nello scoraggiamento rinnova il coraggio:
nella tristezza è consolazione;
d’ogni pena è naturale rimedio.
Ma è bene che non si può comprare,
né prestare, né rubare,
poiché esso ha valore solo nell’istante in cui si dona.
E se poi incontrerete chi non vi dona l’atteso sorriso,
siate generosi e date il vostro; perché nessuno ha tanto
bisogno di un sorriso come chi non sa darlo ad altri.
(Padre Pio)

Francesco Forgione, noto con il nome di Padre Pio, nacque a Pietrelcina, piccolo paese poco distante da Benevento,il 25 maggio del 1887. Padre PioI genitori Grazio e Giuseppina De Nunzio erano modesti proprietari terrieri. Il piccolo Francesco collaborava all’economia familiare coltivando i campi e pascolando le pecore. All’età di quindici anni, riesce a coronare un suo sogno, viene accolto nel noviziato del convento di Morcone e gli è assegnato il nome di fra Pio. Dopo numerosi digiuni, penitenze e preghiere nel gennaio del 1907 professa i voti solenni. Il 28 luglio 1916 si reca per la prima volta al convento di Santa Maria delle Grazie di San Giovanni Rotondo per ritornarci definitivamente nell’estate del 1918. La data più significativa per la vita di Padre Pio è il 20 settembre 1918, giorno in cui ricevette le stimmate. Dopo un mese dall’ordinazione a Padre Pio accadde qualcosa di straordinario.

Mentre era in campagna a pregare e meditare all’ombra di un grande olmo, avvertì un intenso bruciore nel palmo delle mani: era la prima manifestazione delle stimmate. Soltanto un anno dopo si decise ad informarne i superiori, aggiungendo che quei segni gli avevano dato una grande confusione. Il giorno in cui Padre Pio ricevette definitivamente le stimmate visibili fu venerdì 20 settembre 1918.

Erano all’incirca le 10.00, era seduto nel coro del Convento ed assorto in preghiera dinanzi ad un crocifisso ligneo, apparve un personaggio misterioso grondante sangue. Quando questa figura scomparve il Frate si accorse di avere le mani, i piedi ed il costato insanguinati.

Le ferite di Padre Pio non furono mai spiegate scientificamente. I medici che lo visitarono furono tre: Luigi Romanelli, Amico Bignami, Luigi Festa, incaricati rispettivamente dalla curia provinciale dei Cappuccini di Foggia, dalla Santa Sede, dalla Curia Generalizia Cappuccina. Festa e Romanelli affermarono che il fenomeno non aveva alcuna spiegazione scientifica. Il dottor Bignami, invece, sostenne che si trattava di necrosi neurotica multipla della cute, ed attribuiva la localizzazione simmetrica delle lesioni a manipolazioni involontarie del Frate. La teoria del Bignami si rivelò solo come un estremo e vano tentativo di spiegare scientificamente ad ogni costo un fenomeno del tutto soprannaturale.

Padre Pio fu protagonista anche di altri fenomeni: la bilocazione, ossia quel fenomeno che permetteva al frate di Pietrelcina di essere visto in due luoghi contemporaneamente; la veggenza,quel dono che gli consentiva di leggere nell’animo degli uomini come un libro aperto e vedere le cose in anticipo. Il frate cappuccino dedicò la sua esistenza nella cura dei malati, specialmente dei più poveri. Alleviare le sofferenze altrui fu il SUO principale interesse ed è proprio grazie alla sua opera indefessa che nel maggio del 1947 ebbe inizio la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza.

La beatificazione di Padre Pio, annunciata da Navarro Valls, arriva a 31 anni dalla morte.

La causa cominciò il 16 gennaio del 1969, quando l’arcivescovo di Manfredonia chiese alla Congregazione per le cause dei santi il nihil obstat per l’avvio del procedimento. Il 21 gennaio del 1990 è chiusa la fase diocesana del processo, durato sette anni in cui sono stati ascoltati una ottantina di testimoni ed esaminati tutti i suoi scritti.

Il 7 dicembre 1990, padre Cristoforo Bove viene designato relatore della causa di Padre Pio e comincia a produrre il testo con il quale si chiederà al Papa la beatificazione. Il 18 dicembre 1997 il frate di Pietrelcina viene dichiarato Venerabile con decreto firmato da Sua Santità Giovanni Paolo II. Il 21 dicembre 1998 è stato promulgato il decreto riguardante un miracolo attribuito all’intercessione di Padre Pio, riconosciuto tale dalla commissione dei medici e da quella dei teologi. Si è così aperta la strada alla Beatificazione di Padre Pio, svoltasi lo scorso 2 maggio, di quattro anni fa, in Piazza San Pietro alla presenza di oltre centocinquantamila fedeli provenienti da ogni angolo del mondo.

(dal Sito dei Padri Cappuccini di San Giovanni Rotondo)

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RICORDIAMOLI

GIOVANNI FALCONE

02/05/1995
Il processo per la strage di Capaci del 1992, in cui fu ucciso il giudice Falcone, si apre a Caltanissetta, con imputata l'intera cupola mafiosa.

Giovanni Falcone era nato a Palermo il 20 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna,conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università di Palermo, discutendo con lode una tesi sull' "Istruzione probatoria in diritto amministrativo". Era stato prima, dal 1954, allievo del Liceo classico e compiuto una breve esperienza presso l'Accademia navale di Livorno.Giovanni Falcone

Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l'inclinazione e l'attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, "era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava", nel contrasto con certi meccanismi "farraginosi e bizantini" particolarmente accentuati in campo civilistico.

A Palermo, all'indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova, 25 settembre 1979, cominciò a lavorare all'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio 1980 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d'altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa,ucciso poi nel giugno successivo, ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie,anche oltre oceano, e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato le infinite assoluzioni.

Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l'intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a queste indagini, il cosiddetto "pool antimafia", sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l'inchiesta sull'omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile. Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell'organizzazione Cosa nostra, l'interrogatorio iniziato a Roma nel luglio 1984 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del "pentito" Tommaso Buscetta.Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo

I funzionari di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell'estate 1985. Fu allora che si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara.

Si giunse così - attraverso queste vicende drammatiche, alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasei giorni di riunione in camera di consiglio. L'ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall'Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima.

Nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell'Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l'incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sè‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell'ambito dell'Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia. In seguito alle confessioni del pentito catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti. Il magistrato inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all'Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati sarebbero stati commessi in quella giurisdizione.

Il 20 giugno 1989 si verificò il fallito e oscuro attentato dell'Addaura presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò "Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi". Seguì subito l'episodio, sconcertante, del cosiddetto corvo, ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall'Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto Sica.

Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta vennero ammazzati da 500 chili di tritolo, sull’autostrada all’altezza di Capaci. Tornava nella sua città. La sua amata Palermo.

(Profilo biografico tratto dal sito della Fondazione Giovanni e Francesca Fakcone)

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO
GEORGE SEFERIS "IL POETA DELLA LUCE"

Considerato da molti critici e lettori, come ricorda lo storico Mark Dragoumis, "un profeta dell'oscurità", in realtà George Seferis ha cantato come pochi la magia della luce. George SeferisTra le molte tematiche che gli furono care, il senso del Paradiso perduto legato alla partenza dall'Asia Minore, la modernità della Grecia classica, continuo motivo di ispirazione, l'attenzione forte alla tragedia della fragilità umana, quella della luce in particolare colpisce per come si riflette nella limpidezza del linguaggio, profondo, sì, ma cristallino, e per il fatto di racchiudere l'essenza tutta particolare del paesaggio greco, quello materiale come quello metafisico.

Una luce così brillante non può che avere anche un effetto civilizzatore: "E' mia convinzione - scrisse in "Kihle" - che nella luce greca c'è un processo di umanizzazione". E ancora, in "Lo stile greco": "Ci deve essere qualcosa in questa luce che ci rende quello che siamo. In Grecia si diventa più disponibili, più a proprio agio con l'universo. Un'idea si materializza con una facilità sorprendente. Tutto sembra incarnarsi alla luce del sole. E a volte non capisci se la montagna di fronte è una pietra o un gesto".

La luce, ma non solo. La Grecia e il suo immenso patrimonio di cultura e di esperienza umana è per Seferis una continua fonte di ispirazione. Come lui stesso affermò nel discorso di accettazione del Nobel, l'ellenismo era per lui "natura, cultura e continuità linguistica". L'esperienza della partenza dall'Asia Minore, poco prima della cacciata dei greci, è tra i motivi ispiratori di quel "kaimos tis Romiossinis", il "male di Grecia", come è stato tradotto, che trasforma il poeta in un eterno ulisside animato dall'ansia del ritorno. "Uno dei temi più ricorrenti - dice Mario Vitti, docente di lingua e letteratura neogreca all'università di Viterbo e uno dei massimi esperti di Seferis - è quello della mitologia antica, utilizzata come veicolo per affrontare le ansie di oggi.

Non si tratta certo di una novità, solo che Seferis lo fa in maniera particolarissima. Per esempio in "Mithistorima" utilizza il personaggio di Ulisse come prototipo dell'uomo che viaggia e il suo compagno Elpenore come modello dell'uomo senza qualità, ambedue assurti a simbolo di comportamenti umani attualissimi. Ma la forte presenza delle radici greche non esclude l'influenza di modelli culturali europei, che anzi hanno un ruolo fondamentale nello scolpire la poetica di questo lirico-ambasciatore, fino a dare vita a versi in cui l'avventura umana contemporanea si fonde con l'esperienza degli antichi, l'una si legge attraverso l'altra e viceversa, in una continuità di tempi e di luoghi che annulla la distanza dei millenni. Quando si legge Seferis agli studenti - afferma ancora Vitti - si coglie subito la forza di attrazione che la sua poesia sa esercitare. Credo che lo si debba soprattutto alla coincidenza delle parole con la sua esperienza umana, biografica; è il suo vissuto quotidiano che si trasforma in poesia, solo apparentemente accessibile, ma certo drammatica, nel senso che segue ogni movimento dell'anima".

Il suo stile, ad una prima lettura limpido ed immediato, in realtà si offre a diversi livelli di approfondimento: "Il problema di un poeta per Seferis è quello di comunicare con il lettore - osserva Vitti - per cui se alla fine il suo linguaggio risulta non sempre facilmente comprensibile, è segno che egli non può fare più concessioni di quelle che già fa. La poesia di Seferis è una poesia elevata, ambiziosa, da ciò dipende la difficoltà di lettura, dalla sua profondità. Senza contare poi che c'è sempre una parte di non detto, di non svelato, che si rivela al lettore di volta in volta in altri momenti poetici, in altri versi".

Sebbene negli ambienti letterari la sua poesia fu subito riconosciuta come un punto di svolta nella storia della produzione greca, Seferis raggiunse notorietà di pubblico in patria soprattutto negli anni Sessanta e in particolare dopo il Nobel. Oggi, mentre ingiustamente poco conosciuto in Italia, in Grecia è uno dei poeti più letti ed amati, e punto di riferimento per quelli venuti dopo di lui. Per quanto riguarda i suoi rapporti con un altro poeta greco amatissimo, Constantine Kavafis, "sono molto complessi - spiega ancora Vitti - anche per via della lingua. Kavafis usava un idioma ibrido, mentre Seferis apparteneva alla generazione che ha normalizzato il demotiko. Quando però queste pregiudiziali vennero meno, Seferis divenne un grande ammiratore del poeta alessandrino e scrisse liriche alla sua maniera".

In questo breve ritratto non può mancare un cenno alla passione politica di questo poeta che, divise la sua vita tra i versi e la carriera diplomatica, tra l'altro facendo comunicare gli uni con l'altra e trasfondendo le due diverse esperienze l'una nell'altra. Tra i momenti più drammatici della sua vita di uomo pubblico ci fu quello in cui si decise a pronunciare dure dichiarazioni contro la giunta dei colonnelli, una dittatura grossolana che inizialmente lo aveva indotto al silenzio. E' legato a quella svolta uno dei ricordi più forti che Vitti serba del poeta: "Poco prima di quelle dichiarazioni avevamo trascorso tre giorni ad Atene presi in una conversazione apparentemente incentrata sulla poesia, ma in realtà rivolta alla situazione politica".

Bibliografia in italiano

Giorgio Seferis, "Poesie", Mondatori - Giorgio Seferis, "Tre poesie segrete", Mondatori – "Giorgio Seferis", editrice Utet (Collana Nobel) - "Seferis", di Mario Vitti, editrice La Nuova Italia (collana Il Castoro) - George Seferis in Mario Vitti, "Storia della letteratura neogreca", edizioni Eri

UNA POESIA DI SEFERIS DA «Mithistorima»

La nostra terra è chiusa, tutta monti
che hanno per tetto il basso cielo giorno e notte.
Non abbiamo fiumi, non abbiamo pozzi non abbiamo sorgenti,
solo poche cisterne, e queste vuote, che risuonano e che veneriamo.
Suono stagnante e sordo, uguale alla nostra solitudine
uguale al nostro amore, uguale ai nostri corpi.
Ci stupiamo di aver potuto una volta costruire
case capanne e ovili.
E le nozze nostre, le fresche ghirlande e le dita
diventano enigmi inspiegabili alla nostra anima.
Come sono nati come si son fatti forti i nostri figli?
La nostra terra è chiusa. La chiudono
due cupe Simplegadi. Nei porti
la domenica quando scendiamo a respirare
vediamo rischiarati al tramonto
rottami di viaggi mai portati a termine
corpi che non sanno più come amare.

(traduzione di Mario Vitti)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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