2 luglio 1999
Mario Monti rappresentante italiano
della Commissione europea

Mario Monti è stato designato da Massimo D’Alema e da Romano Prodi come rappresentante italiano della Commissione europea. Nato il 19 marzo 1943 a Varese Coniugato, due figli. Laureato in scienze economiche e commerciali presso l'università, Bocconi di Milano; ha effettuato studi di perfezionamento presso l'università di Yale (USA)Mario Monti

"Vorrei innanzi tutto ringraziare l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – disse al discorso d’apertura - e il suo Presidente, Prof. Enzo Cheli, nonché l'Università di Napoli nella persona del suo Rettore, Prof Guido Trombetta, per avermi invitato a questo seminario sull'evoluzione del quadro regolamentare comunitario in materia di Telecomunicazioni. Sia l'argomento sia il momento sono infatti particolarmente ben scelti, poiché è appunto in questo periodo che il nuovo quadro regolamentare per le comunicazioni elettroniche adottato a livello comunitario nel marzo scorso comincia a strutturarsi nei diversi paesi membri.

Il nuovo quadro regolamentare in materia di comunicazioni elettroniche ha come obiettivo principale quello di adeguare il contesto regolamentare ai cambiamenti che hanno caratterizzato e caratterizzano i mercati delle telecomunicazioni. Il nuovo quadro è quindi destinato, nel processo di transizione che porterà a creare delle condizioni di completa contendibilità di tali mercati, a ridurre progressivamente il grado di regolamentazione, migliorare il level playing field all'interno del mercato unico, e garantire condizioni concorrenziali omogenee per tutte le imprese dell'Unione Europea.

Ciò che abbiamo fatto con il nuovo quadro regolamentare, quindi, altro non è che cercare di trovare quella combinazione fra l'utilizzo del metodo regolamentare ex ante e l'applicazione ex post del diritto della concorrenza, che meglio si adatti alle caratteristiche di questa particolare industria di rete. Spero che il futuro dimostrerà che abbiamo raggiunto l'equilibrio fra queste due esigenze".

 ***

RICORDIAMOLI

LA TRAGEDIA DI SAN GREGORIO E RINA FORT (2)

Talvolta, scrivendo la cronaca di un avvenimento, si cade in esagerazioni inevitabili. "La città insorse", oppure: "La città indignata", "La città appariva come immersa in una tristezza profonda". Ma quel 30 novembre 1946, Milano veramente sembrò sbigottita, indignata, presa da orrore.

Furono le prime edizioni dei giornali del pomeriggio, quelle che uscivano attorno alle undici, a portare su tutta la prima pagina la terribile notizia: nel cuore di Milano, in una casa di via San Gregorio, poco dopo le otto erano stati rinvenuti orrendamente massacrati una giovane donna (in stato interessante) e i suoi tre figlioletti. Qualcuno nella notte, o la sera prima, aveva letteralmente sterminato le quattro creature, probabilmente allo scopo di rubare gioielli e danaro. I giornali portavano inoltre alcune tragiche fotografie dell'ecatombe: della donna si vedeva che indossava una pelliccia e mancava di una scarpa, a pochi passi da lei un ragazzino: aveva la testa appoggiata a uno stipite di una porta e la faccia rivolta al suolo. Altre foto: una bimbetta, stesa a terra come la madre e il fratello; poi un seggiolone, con un corpicino afflosciato, anche lui privo di una scarpa. E sangue, tanto sangue ovunque

La polizia era arrivata qualche momento dopo i fotografi e i giornalisti: il delitto nella sua crudezza era così stato ritratto nei particolari, e poteva essere descritto dai cronisti inorriditi. Mai s'era visto delitto tanto atroce!

La strada presentava in ogni ora del giorno una visione di attività febbrile: ogni negozio era un emporio di stoffe o di manufatti, dai camion salvati dalla guerra grossi colli erano scaricati di continuo, e nei negozi si vedevano commesse con grossi brillanti alle dita delle mani, imponenti pellicce, scarpe ortopediche di quelle che s'usavano allora.

I titolari di azienda ostentavano un piglio sicuro da vecchi commercianti sulla cresta dell'onda, le tasche piene di pacchi di "amlire", il discorso facile sul tema del compro o vendo. In tutte le ore, poi, figure femminili equivoche si aggiravano in quell'atmosfera, alla ricerca di clienti: stavano agli angoli, agli incroci, nei caffè, l'aria aggressiva, la borsetta penzoloni, la sigaretta americana eternamente accesa tra le labbra.

Questa la via dove la mattina del 30 novembre era stato scoperto il massacro. La casa segnata col numero 40 era suppergiù come le altre, stinta, logorata da anni di incuria dovuta alla guerra, piena di attività come un alveare. Una casa di quattro piani. C'era, allora, un cortile in parte coltivato a orto. In fondo al cortile, a destra, una scaletta che portava ai piani superiori. L'appartamento della gente uccisa era al primo piano.

Quella mattina, una commessa alle dipendenze di uno di questi commercianti "della guerra", il catanese Giuseppe Ricciardi detto Pippo, era salita fino al primo piano per ritirare le chiavi del magazzino. Il Ricciardi era assente dal giorno prima: era andato a Prato a fare acquisti. In casa ci doveva essere la moglie, Franca Pappalardo, coi tre figli.

La porta era socchiusa: la commessa diede una voce, esitò un poco sulla soglia, pensando che la signora poteva essere scesa un momento a comperare pane e latte, poi fece un passo nell'interno. Notò per prima cosa che la casa era silenziosa e gelida, come se quella porta fosse rimasta aperta tutta la notte.

Nell'interno dell'appartamento ci si vedeva anche poco, ma quasi subito la donna scorse qualcosa che le raggelò il sangue nelle vene: a terra, in una posizione innaturale, c'era il piccolo Giovannino, che lei conosceva bene. Era in una pozza di sangue. Sulla testa era visibile, anche in quella penombra, una larga ferita, dalla quale era uscita della materia cerebrale. Pochi passi più in là, stesa a terra in senso contrario a quello del figlio, giaceva la signora Franca, con la pelliccia e la sottana un poco rialzate sulle gambe, e una sola scarpa. Aveva grossi stracci in bocca, e ferite sul capo come il figlio.

La commessa uscì urlando, gente accorse dagli appartamenti vicini e dal cortile. Chi entrò subito dopo, già preparato a un incontro orrendo, poté abbracciare in tutta la sua ampiezza la scena macabra.

Anche Giovannino aveva dell'ovatta in bocca. Giuseppina e Antoniuccio furono ritrovati in cucina. La bambina era nella stessa posizione del fratello giacente in corridoio, e recava i segni di identiche ferite. Antoniuccio era ripiegato sul suo seggiolone.

Tutti morti.

Lo stato maggiore della polizia tenne una prima riunione nella stanza meno segnata dal passaggio dell'uragano: delitto a scopo di rapina?

Era evidente che c'era stato furto, ma molti indizi inducevano a credere che molto di quel disordine fosse stato fatto ad arte. Ma una cosa parve rilevante, fin dalla prima indagine: la donna, sorpresa, doveva essere stata abbattuta a tradimento; il figlio maggiore e Giuseppina erano forse stati soppressi perché pericolosi testimoni, dunque, si trattava di persona conosciuta, ma perché era stato ucciso tanto barbaramente anche il più piccino di dieci mesi, che non parlava ancora e non avrebbe mai fornito a chicchessia informazioni indicative?

Si diceva, anche, che Ricciardi fosse un commerciante di non spiccata qualità e che i suoi affari, un tempo floridi, all'epoca della baraonda fossero in netto declino; che avesse un giro di cambiali imponente e preoccupante; che a salvarlo dal disastro fosse stata una sua ex-commessa, poi divenuta sua amante, certa Caterina Fort, che abitava nella stessa via.

Caterina Fort era una donna di 31 anni, di statura piuttosto piccola, dai lineamenti un po' marcati, ma non priva di una certa popolaresca bellezza. Venuta a Milano da Budoia, suo paese d'origine, s'era allogata dapprima come domestica, poi aveva conosciuto Ricciardi, lasciandosi convincere da questi a diventare la sua commessa e la sua amante.

A poco a poco Caterina aveva di fatto preso in mano le redini dell'azienda che sbandava pericolosamente verso il dissesto, ed era riuscita a raddrizzare la situazione.

Caterina, che era sembrata impassibile e indifferente, giunta sulla soglia di quell'appartamento s'era rifiutata di entrare: "Il sangue – disse - mi dà il voltastomaco".

In questura cominciarono a interrogarla.

I funzionari prendevano le cose alla larga, dandosi di frequente il cambio. Le solite domande, le solite risposte. I suoi rapporti con Pippo Ricciardi erano stati semplicemente di dipendenza: era il suo datore di lavoro, e basta. Era stata licenziata perché l'azienda non andava molto bene, e Ricciardi aveva dovuto ridurre le spese.

Sì, sapeva che la moglie del Ricciardi era venuta dalla Sicilia coi figli; sì, il Ricciardi aveva fama di essere un donnaiolo.

Caterina negava tenacemente, testardamente, senza mutare minimamente la versione che aveva dato, all'inizio, sulle sue relazioni col Ricciardi.

A notte alta il poliziotto di turno cominciò a notare i primi segni di incertezza, i primi sbandamenti.

Poteva essere solo il prodotto della stanchezza: Caterina aveva gli occhi arrossati da quella luce intensa che non le era tolta dal viso, e cominciava a sudare. A mano a mano che sudava, sul vestito le comparivano delle macchie nerastre, cioè più nere del vestito, diverse.

"E queste cosa sono?" disse a un certo punto il funzionario puntando un dito su quei segni che diventavano sempre più evidenti.

"Questo è sangue, questo è il sangue delle tue vittime, della tua rivale e dei bambini, sangue innocente: hai cercato di cancellarle e non ci sei riuscita, e ora riemergono per accusarti".

"No, no - ripeteva Caterina - non è vero, non ho ucciso!".

Le fecero vedere quella ciocca di capelli: erano capelli suoi, non poteva negarlo. Cominciò a tentennare, a non essere più dura e decisa nelle risposte.

La confessione le uscì piano piano dalla bocca.

Anzi, dapprima fu un rispondere con dei cenni del capo, poi con una voce che pareva venirle dal fondo dell'anima, roca, disumana. Si, era stata lei a uccidere Franca Pappalardo Ricciardi, e a imbavagliare i bambini con quegli stracci perché non gridassero.

Sì, anche Giovannino l'aveva ucciso lei.

Il funzionario cavò dal tavolo del cassetto una sbarra di ferro trovata dai poliziotti durante l'indagine. Era quella l'arma? Nuovi dinieghi di Caterina. Negava e voltava la testa da un'altra parte, tenendo gli occhi fissi a terra. Occhi gonfi di stanchezza.

Brani tratti dal libro di Luigi Cecchini – 10 GRANDI PROCESSI DI AMORE E DI MORTE – De Vecchi editore, Milano 1965)

(2 continua)

***

IL FATTO

OGGI CHE è IL MIO COMPLEANNO…

"Tanto auguri a me! Tanti auguri a me, tanti auguri al settantunenne, tanti auguri a me!" Visto che mi hanno lasciato solo e non hanno voluto sentire ragioni, anzi hanno detto che i compleanni si festeggiano ai giovani e giovane non sono. Ma che ne sanno loro se sono giovane o no? Non ho forse diciassette anni? Provate a posporre le cifre e vi accorgerete che sono 17 non 71. Siete d’accordo? Grazie.

Ed ora ecco la poesia che mi descrive meglio del quadro dipinto dal più grande pittore contemporaneo, il sottoscritto.

CHI SONO?

Nacqui in un bel paese del Sud
in un lontano giorno di luglio
da madre che ricamava lenzuola
per fanciulle ancora bambine
ragazze vedove prima di sposare
e da un padre che per non morire di fame
smise di fare il calzolaio e partì
volontario lasciandomi solo troppo presto.

C’èra nel cielo un grosso mantello nero
popolavano le strade di Paduli passi
marziali ed ogni sabato mia nonna
piangeva per le riunioni obbligate.

Era bello vedere mio nonno impettito
e fiero rifiutare quel nero ed ogni
ordine che non fosse dettato
dalla sua coscienza libera.

Più tardi vissi con questa visione!

Oggi è qui nella realtà concreta di ogni giorno
per redarguirmi, guidarmi, consigliarmi
e quando sorride per la mia coerenza, godo.

Sono un ribelle!

Mi ribello alla schiavitù, all’ingiustizia,
all’ipocrisia, alla cattiveria.
Ho tantissimi difetti ma il pregio
di essere costante e coerente con i sentimenti.

Primo di cinque fratelli
troppo presto fui padre.

Per questo o forse per amore
ho dato sempre tutto me stesso
per vedere finalmente l’Uomo
libero come un Gabbiano.

2/7/1980

Ho letto in questi giorni alcune poesie di Reno Bromuro, e mi ha colpito la sua capacità di recuperare l'efficacia comunicativa del linguaggio poetico combinando l’espressione dei sentimenti più delicati ed intimi con la ricerca attenta di una realtà concreta e quasi terragna, dai ricordi della fanciullezza all’impatto con gli avvenimenti pubblici che hanno contrassegnato, nel bene e nel male, lo svolgersi della storia e dei rapporti sociali nell’arco della sua vita.

In un mondo distratto, che non ascolta più nulla, Bromuro chiede, nella sua poesia – programma, "Quando parla un poeta", di essere ascoltato in silenzio, perché "tutto ciò che dice un poeta è sempre cosa seria e meditata". Ed enuncia le cose che vuole dire: "Voglio un mondo che parli/ la lingua universale dell’amore./ Voglio scrivere per le strade/ sui muri delle case screpolate/ sui vetri degli alti grattacieli/ sul parabrezza delle auto/ sui banchi di scuola/ sul volano del tornio/ i miei versi che vogliono/ esaltare la volontà del poeta/ il desiderio di un mondo/ che parli la lingua universale dell’amore".

Ecco dunque un poeta che ha qualcosa da dire e non ha timore di dirlo, e in termini di alto impegno civile, agli uomini che si rifiutano di vedere ciò che li circonda; ecco un poeta che si ribella – come scrive altrove – alla schiavitù, all’ingiustizia, all’ipocrisia, alla cattiveria. Ha pertanto tutti i titoli per chiederci di ascoltarlo e di riflettere sui messaggi che ci manda con lo strumento ineffabile del linguaggio della poesia; un linguaggio che purtroppo ci è ormai poco consueto, ma che è pur sempre il solo che arriva non solo alla nostra mente ma anche al nostro cuore.

Gian Franco Ciaurro

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

************************
L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

Torna all'indice

Reno Bromuro
reno.bromuro@elbasun.com

Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE