2 giugno 2000
Arrestato l’ex terrorista Alvaro Loiacono

È stato arrestato in Corsica l’ex terrorista Alvaro Loiacono, uno degli ultimi brigatisti assassini ancora a piede libero, che il 16 marzo del 1978, in via Fani, sparò e uccise gli uomini della scorta del presidente della DC Aldo Moro.

Nei giardini del Quirinale, Azeglio Ciampi, il Presidente della Repubblica Italiana si sta preparando per ricevere gli auguri degli italiani per il cinquantottesimo compleanno dell’Italia Repubblicana. Alvaro LoiaconoDalla storia alla sociologia, dall'economia alla statistica, dal diritto alle ideologie, sono tutti in fila per omaggiare la Repubblica attraverso il suo rappresentante.

Una volta c'era anche l'idea d'Italia, che s'era conservata attraverso mille e cinquecento anni di divisioni feudali e coloniali, un'idea culturalmente forte, che era stata alimentata e tenuta in vita dal ceto dei dotti, con Dante riconosciuto come padre comune. Ed anche un'idea economicamente forte, perché, nell'ambito della penisola frantumata, gli scambi commerciali erano stati sempre vivaci e causa di significative specializzazioni regionali della produzione. Come sappiamo il progetto espansionistico di Carlo Alberto fu realizzato dal figlio appena undici anni dopo.

L'Italia unita è figlia del Piemonte non solo politicamente, giuridicamente e militarmente, ma anche e soprattutto economicamente. Qualunque discorso su Sud e Nord al momento dell'unità è un vaniloquio. La stessa Lombardia, che figura nelle statistiche preunitarie come la regione meno povera, è una regione serica, cioè dedita a una produzione morente. L'economia italiana parte da Genova e Torino, per il fatto molto preciso che le due città fondarono una Banca Nazionale Sarda che fa credito a commercianti, agricoltori, industriali, emettendo cartamoneta allo scoperto, cioè senza avere che un terzo d'argento in cassa.

Tra il 1860 e il 1914 si realizza un allargamento della centralità bancaria ligure-piemontese alla vicina Lombardia, si parla di Triangolo Industriale:Torino, Genova, Milano. Il sistema triangolista ebbe un'enclave romana al suo servizio. In effetti, Roma, più che la capitale d'Italia è la sede in cui, per salvare la faccia, opera il personale che si pone al servizio del capitalismo triangolista. Ma perché le capitali regionali escluse dal gioco - Firenze, Bologna, Palermo e principalmente Napoli, che aveva gli uomini e i soldi per farlo, non si ribellarono, perché l'Italia intera accettò il governo di uomini corrotti e sostanzialmente mediocri, una casa regnante cui la prima cosa che mancava era proprio l'amor di patria?

Nella sua sostanza, l'Italia Stato unitario non è stata e non è altro che il rastrellamento su base nazionale del massimo surplus rastrellabile attraverso il fisco e attraverso la banca, e il riversamento dei totali utili nelle mani della borghesia centrale. Il passaggio dalla centralità originaria, taurino-genevose, alla centralità meneghina è meno noto e andrebbe meglio descritto. Ciò era vero al tempo di Crispi è vero al tempo di Ciampi? C'è un però. A partire dal miracolo economico, della fine degli anni cinquanta, lo sviluppo industriale quasi contemporaneo dell'Emilia e del Veneto, e quello successivo delle Marche e del Tridentino dicono che quote consistenti di risparmio sono investite in quei luoghi, perché il risparmio totale supera le esigenze del Triangolo. Ciò ha consentito alle banche locali di trattenerlo e investirlo in loco.

Riportare in auge la festa unitaria del 2 giugno rappresenta, a mio avviso un flebile tentativo di scongiurare il pericolo della separazione e di una rapida fine di Roma attraverso la mozione degli affetti. Forse, se dieci o undici anni fa, i procuratori della Repubblica avessero denunziato coloro che secondo la legge commettevano il preciso reato di attentare all'unità nazionale, il pericolo della secessione sarebbe stato sventato e la supremazia della banca milanese si sarebbe salvata.

E' lontano il tempo in cui al Quirinale fu mandato Luigi Einaudi, onde esser certi che i fondi americani devoluti allo sviluppo d'Italia fossero dirottati per intero a Torino e Milano. Oggi i papaveri famelici di surplus nazionali sono troppi. Nessuno oserà più tagliere loro la testa. E poi il Sud, sicuramente, non resterà in eterno a guardare la sua gente partire. Dicono cantando, ma, temo, piangendo.

2 giugno 2003 - Festa della Repubblica e il Carlo Azeglio Ciampi questo si sta preparando a dire agli italiani che vanno ad omaggiarlo.

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RICORDIAMOLI

ARRIGO BOITO

Compositore, librettista e scrittore italiano Padova 1842, Milano 1918. Studiò violino, pianoforte e composizione nel Conservatorio di Milano. Nel 1861 si recò a Parigi, grazie a una borsa di studio, e vi conobbe Aubeer, Berlioz, Rossini e Verdi.Arrigo Boito Fu quindi in Polonia. Al ritorno a Milano, si inserì attivamente nell'ambiente della scapigliatura, introdottovi dal fratello Camillo, e ne divenne uno dei maggiori esponenti. Nel Libro dei versi edito nel 1877, Boito raccolse le poesie giovanili, già pubblicate in diversi periodici: senso del macabro ed esotismo caratterizzano questi primi versi, la cui accuratezza formale richiama l'eleganza dei parnassiani.

Un sapiente gioco letterario, ricco di raffinati virtuosismi musicali, è anche Re Orso, bizzarra favola allegorica in cui si narra la disperata lotta del re di Creta,incarnazione del male, contro un verme diabolico,il rimorso, che finirà con il roderne il corpo. La tematica di questi versi e delle novelle L'alfier nero, Iberia, Il trapezio, consiste quasi sempre nella denuncia di un insanabile contrasto tra le forze del bene e quelle del male, le quali ultime finiscono con il prevalere. Boito operò consapevolmente sull'orma di poetiche straniere affermate da oltre un ventennio Victor Hugo ed Heine, sicché la sua produzione è da ascrivere al gusto tardoromantico, conservando, della scapigliatura, la ricerca del rapporto tra arti diverse (poesia e musica) e l'atteggiamento di ribellione antiborghese.

La sua prima opera, Mefistofele, rappresentata alla Scala nel 1868, diede luogo a dispute clamorose. Il fiasco iniziale si mutò in duraturo successo con la ripresentazione, rielaborata, dell'opera a Bologna nel 1875. Negli anni seguenti scrisse libretti per Catalani La falce, Ponchielli La Gioconda, e altri compositori e iniziò la straordinaria collaborazione con Verdi, rifacimento del Simon Boccanegra; Otello, Falstaff, per il quale aveva precedentemente scritto il testo dell'Inno delle Nazioni. A questo incontro, che ebbe senza dubbio un'importante influenza sull'anziano musicista, Boito ha legato la sua maggior gloria di librettista.

La musica di Boito, invece, pur mostrandosi consapevole dei risultati stilistici tedeschi ed europei, appare innovatrice più nelle intenzioni che nei fatti e realizza un compromesso in cui il gusto melodico è ancora assai vicino a quello del melodramma italiano contemporaneo. A prescindere quindi da qualche momento riuscito, il merito maggiore di Boito è nell'aver posto esigenze di svecchiamento, di allargamento di prospettive alla cultura musicale italiana. Meno riuscita del Mefistofele è la sua seconda opera, Nerone, incompiuta e rappresentata postuma nel 1924.

Bibliografia: A Romanò, Il secondo romanticismo lombardo, Milano, 1958; M. Pagliai, Un manifesto della Scapigliatura: "Il libro dei versi" di Arrigo Boito, in "Letteratura", XXXI, Roma, 1967; D. J. Grout, Breve storia dell'opera, Milano, 1985.

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO

RENATO MILLERI (REMIL) e il venditore di storia

Già mi sono occupato, qualche tempo fa dell’intera opera "La nostra città violenta", che trovo straordinaria sia per contenuto sia per fattura poetica; ma prese singolarmente, le liriche acquistano una proprietà individuale che non trovano consonanza con l’intera raccolta poetica.

Ecco perché, questo "Venditore di storia", pur riportando alla memoria "Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere" di Giacomo Leopardi, si distacca con veemenza e con soluzioni originali e vivaci che consentono l'alternanza di meditazione e ironia, d’aperture liriche e serrati scambi dialettici; i versi acquistano forza e determinazione, dipingendo figure metriche originalissime adoperate con l'aderenza facile e senz'ombra di profanazione.

Si nota come una certa ingenuità gli ha fatto avvertire l'importanza del problema metrico per presentare una lirica che fungesse da cerchio concentrico.

Affiora la solitudine che denuncia, seppure con dolore, l’individualismo imperante della nostra epoca. Ecco perché affermavo che l’opera completa mostra una faccia collettiva e la lirica isolata, la vera faccia dell’attualità; un’attualità dove regna l’egoismo e l’isolantismo.

"Era un venditore di storie
come ce ne sono tanti ".

Ho cercato con tutte le mie capacità intellettive e razionali di approfondire, scavando fino a toccare la radice etimologica, ma questo studio che credevo fosse molto utile mi si è rivelato vuotamente retorico perché mi ha fatto toccare rapidamente l'essenza dello spirito remiliano. Infatti, a prima vista, sembra che Remil abbia voluto purificare il suo vocabolario e l'istinto melodico della sua poetica. Insiste nel chiamare il suo manufatto "Prose poetiche" pur sapendo che le strofe non danno l’impressione del nudo, ma piuttosto del di-spogliato. Esse sono essenziali, e mostrano, con misteriose allusioni, le immagini, l'orpello caduto ai loro piedi. In principio, avendo piene le orecchie degli echi della melodia prevertiana, dannunziana e pascoliana o delle variegate melodie simboliste di cui questa poesia è la sentimentale reazione, saremmo tentati di pensare ad un ritmo sincopato.

La strofe di Remil non può ridursi a formula metrica, proprio perché il verso, a volte, è stranamente allungato o accorciato in un misterioso procedimento sillabico, che realizza, e forse non a caso, un tono d’armonia imitativa; ma la preoccupazione formale resta assorbita dalla forza sintetica e dalla sintassi di un rigore classico particolare. Il Poeta obbedendo ad un suo preciso intento critico vuole puntualizzare che la natura del canto è puro bisogno di cantare e non solo a proposito di questa determinata poesia, che è la poesia della nostra generazione, della nostra solitudine la stessa cui appartengono i Mallarmé, i Valéry, gli Ungaretti, i Leopardi i Baudelaire e i Prèvert, cui sovrintende il tutto la metrica feroce del Lorca. Mi esprimo convenzionalmente, cioè oscuramente, proprio per farmi capire. Nel bisogno di cantare di un Leopardi o di un Prèvert, della cui razza Millèri è il più recente esempio, il bisogno vero e proprio è costituito di altri bisogni, altre sofferenze: in cima alla montagna delle sofferenze: la solitudine.

I suoi sono versi a volte aspri, a volte sordi e velati, dove ci si urta in varii echi, da quelli dei poeti più stanchi e opachi, Martini, Corazzino, Saba e su fino a Leopardi, per ricadere subito… il discorso si pone del tutto diversamente: il canto sovente quasi fiotta in elegia. Dirò anzi che, in Millèri, quelle cadenze sono inavvertitamente preparate a tal segno da parere improvvise, come nascessero per un subitaneo moto interno.

Già, il nominare e nominare le cose, quell'impressione di gemito che non nasce tanto dai luoghi singolari quanto da tutta la lirica, corrisponde a una conoscenza del mondo; a una presa di possesso dolorante. Questo è Remil poeta della vita. Fin qui, di proposito, mi sono tenuto alla parte di ricchezza, alle cose che pure ci sono nella poesia di Remil; e molte più di quelle che io ho potuto dire. D'altra parte il giardino della vita non è un orto, ma un reliquiario, il mondo è tutto sparso di cose alle quali è connessa una memoria, un ricordo: il poeta che passa sembra un rievocatore di cose che accadono in questa "Città violenta" popolata di delusioni, di solitudine, di morte.

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LA POESIA DEL GIORNO

UOMO, PERCHE’ RIMANI

Uomo, perché rimani imbambolato a guardare?
Vai e irrora la terra arsa, con le tue lacrime;
vai e abbraccia il bambino piangente, per la fame;
vai e consola la mamma che guarda lo sterile seno
e gli occhi aridi non hanno più una lacrima.
Vai, uomo, sui campi di battaglia a bloccare
il precipitare delle armi di ogni tipo
perché non cadano uccidendo senza peccato
chi pensava al lavoro e alla famiglia.
Vai, Uomo, sui campi di battaglia!
Non tremare, guarda in faccia al sole
e soccorri il tuo fratello sfortunato
Il fratello che non sa schivare le bombe
Il fratello che non sa far diventare florido
il seno sterile per mancanza di cibo
Il fratello che non sa più come riempire di lacrime
gli occhi della donna che guarda l’inutile seno
e vede morire tra le braccia la creatura
Vai, Uomo, soccorri il fratello che t’aspetta.
Vai in Amazzanoia, ferma le fiamme
che distruggono la… vita.
Aiuta i bambini delle favelas,
sostituisci la gomma con il pane,
metti loro tra le mani che stringono una pistola
un Rosario affinché capiscano e per sempre
che la vita si vive anche con la sola Preghiera.

Reno Bromuro (da Poesia nuove).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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