29 settembre 1914
La morte gloriosa di Jean Bouin

Durante l'offensiva generale di fine agosto 1914, i tedeschi rioccuparono il Donon, una vetta dei Vosgi, e vi si trincerarono saldamente. Li fronteggiava, tra gli altri, il 163° reggimento di fanteria, al fronte dai primi giorni di guerra.

Quando arrivarono i rinforzi da Nizza, ci si accorse che vi era anche Jean Bouin, un podista che deteneva il record dell'ora, quello mondiale dei 10 chilometri e quello di Francia dei 5000 metri. Come tutti i compagni si era arruolato, persuaso che la guerra sarebbe finita presto.

Alla visita medica, il dottore gli aveva detto nel tono più serio del mondo: "Amico mio, voi avete un cuore troppo grosso... e non potrete mai portare lo zaino". Jean Bouin dové lavorare non poco per convincere il medico che, se egli aveva un cuore grosso, il fenomeno era dovuto al fatto che era il più celebre corridore del momento e che, in fatto di resistenza, un uomo che aveva percorso 19,021 chilometri in un'ora non aveva nulla da temere.

Il 29 settembre 1914, la compagnia del recordman era alle falde del Montsel, tenuto saldamente dai tedeschi. All'alba, i francesi vanno all'assalto baionette innestate. Li appoggia una batteria da 75, ma disgraziatamente il tiro è troppo corto e una scheggia prende in pieno Bouin che ha appena il tempo di mormorare: "Non contate più su di me. Arrivederci". Il record dell'ora doveva resistere ancora quindici anni e fu battuto dal finlandese Paavo Nurmi con 19,210 chilometri, appena 189 metri in più.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1968: Ford vince per la quarta volta consecutiva le "24 Ore di Le Mans".

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RICORDIAMOLI

TAZIO NUVOLARI

Tazio Giorgio Nuvolari nasce a Castel d’Ario, provincia di Mantova, giovedì 16 novembre 1892, verso le 9 di mattina. È il quarto figlio di Arturo Nuvolari, agricoltore non ricchissimo ma benestante, e Elisa Zorzi, donna di casa, di origine trentina. Ragazzo vivacissimo e poco incline allo studio, è attratto dal dinamismo delle discipline sportive. Il padre è un ciclista con all’attivo più di un’affermazione; lo zio Giuseppe, è addirittura un asso: più volte campione italiano, si cimenta con successo anche all’estero nella velocità su pista e nelle primissime gare di mezzofondo dietro motori. Il piccolo Tazio proverà per lo zio Giuseppe molto affetto e un’ammirazione sconfinata, destinata ad un impulso di emulazione.

Il 5 settembre 1904 assiste per la prima volta a una corsa automobilistica, il Circuito di Brescia, che si disputa su un tracciato stradale che tocca anche Cremona e Mantova. Tazio vede in azione Vincenzo Lancia, Nazzaro, Cagno, Hémery, Duray, gli assi dell’epoca, e rimane fortemente impressionato, affascinato dallo spettacolo della velocità.

Tra il 1904 e il 1905 sono databili altri due episodi destinati a lasciare tracce indelebili nella sua personalità. Un giorno lo zio Giuseppe lo fa sedere in sella a una motocicletta e gli insegna a guidarla. Una notte Tazio avvia di nascosto l’auto del padre, parte e percorre un tratto di strada rischiarata dalla luna, tornando poco dopo, incolume e con la vettura intatta. "Avrò avuto tredici anni", racconterà. "A quanto andavo? A non più di trenta..."

Passano gli anni e scoppia la prima guerra mondiale. Tazio, che ha prestato il servizio di leva fra il 1912 e il 1913, è richiamato alle armi come "autiere". Guida autoambulanze della Croce Rossa, camion e vetture che trasportano gli ufficiali, tra le prime linee e le retrovie del fronte orientale. È proprio con un ufficiale – un colonnello, sembra – che un giorno Tazio finisce fuori strada. E oltre al "cicchetto" di prammatica riceve uno storico ammonimento: "Dammi retta, lascia perdere, l’automobile non fa per te". Il 10 novembre 1917, a Milano, sposa Carolina Perina, con rito civile, dopo averla "rapita consensualmente". Il 14 settembre 1918 nasce il loro primogenito, Giorgio.

La febbre agonistica torna a divorare il giovanotto di Castel d'Ario, che tuttavia soltanto nel 1920, a ventotto anni, ottiene la licenza di corridore motociclista e il 20 giugno di quell'anno esordisce al Circuito Internazionale Motociclistico di Cremona. Iscritto con il suo secondo nome, Giorgio, è in sella a una Della Ferrera ed è costretto ad abbandonare per un guasto dopo avere percorso pochi giri. La prima gara in auto la disputa invece il 20 marzo 1921, a Verona, alla guida di una Ansaldo Tipo 4. E ottiene la sua prima vittoria. Si tratta di una competizione regolaristica: la Coppa Veronese di Regolarità, ma, per cominciare, non c’è male. Con la stessa vettura Tazio prende il via altre tre volte nel 1921, ottenendo due piazzamenti e un ritiro

È nel 1923 – ossia a trentun anni – che Tazio incomincia a correre con assiduità. Fra marzo e novembre prende la partenza 28 volte, 24 in moto e 4 in auto. Non è più, dunque, un gentleman driver, bensì un pilota professionista. In moto è la rivelazione dell’anno. In auto alterna piazzamenti e abbandoni ma non manca di farsi notare, se non con la Diatto, certo con l’agile Chiribiri Tipo Monza.

E arriva il 1925, anno in cui corre soltanto in moto, ma con un "intermezzo" automobilistico tutt’altro che insignificante. Il primo settembre, invitato dall’Alfa Romeo, prende parte a una sessione di prove a Monza, alla guida della famosa P2, la monoposto progettata da Vittorio Jano che fin dal suo apparire, nel 1924, ha dominato la scena internazionale. L’Alfa cerca un pilota con cui sostituire Antonio Ascari che poco più di un mese prima si è ucciso in un incidente nel Gran Premio di Francia, a Montlhéry. Per nulla intimidito, Nuvolari percorre cinque giri a medie sempre più elevate, rivelandosi più veloce di Campari e Marinoni e avvicinando il record stabilito da Ascari l’anno prima. Poi, al sesto giro, incappa in una rovinosa uscita di pista. "Le gomme erano quasi a zero", spiegherà Tazio, "e a un certo punto mi si disinnestò la marcia". La macchina è danneggiata, il pilota è seriamente ferito, ma dodici giorni più tardi, ancora dolorante, torna a Monza, si fa imbottire di feltro e bendare con una fasciatura rigida, si fa mettere in sella alla fida Bianchi 350 e vince il Gran Premio delle Nazioni!

Anche il 1926 è interamente consacrato alla moto, la Bianchi 350, la leggendaria "Freccia Celeste" con la quale vince tutto ciò che c’è da vincere. Subisce anche tre incidenti, il primo dei quali sul circuito della Solitude, vicino a Stoccarda. Dopo un’uscita di pista a causa della nebbia, è raccolto privo di sensi, minaccia di commozione cerebrale, sospette fratture, choc traumatico. All’indomani sospetti e pericoli sono ridimensionati e Tazio riparte in treno per l’Italia, incontrando al confine un dirigente della Bianchi che sta recandosi a Stoccarda per rendersi conto esattamente dell’accaduto: le prime notizie, in effetti, erano molto allarmanti, un telegramma del console italiano esprimeva preoccupazione e pare inoltre che un giornale tedesco della sera fosse addirittura uscito con la notizia della morte del pilota...

Tazio Nuvolari era un eroe. Non c'è dubbio che il grande pilota nel periodo del suo massimo splendore fosse considerato proprio un eroe.

Nel 1936 si imbarcò per l'America per correre il rodeo automobilistico di New York, Coppa Vanderbilt, a bordo di una Alfa Romeo, è già al culmine della sua carriera e la sua fama ha varcato l'oceano molto prima di lui; al suo arrivo una folla di gente comune e di autorità lo accoglie festeggiando, lo stesso Roosevelt si complimenta con il campione Italiano e gli dimostra la propria stima. Ma dietro questa gara si nascondevano, o meglio si vollero nascondere, significati politici di grande rilievo: fino all'anno prima il regime di Mussolini godeva di grande stima e prestigio in USA, lo stesso Roosevelt nel '34 aveva giudicato il duce "Dittatore, sì, ma un vero galantuomo". Nuvolari sbarcò a New York a bordo del Rex, il transatlantico che pochi anni prima aveva conquistato il "Nastro Azzurro" per la più veloce traversata dell'Atlantico, Balbo ha da poco trasvolato lo stesso oceano con i suoi ventiquattro idrovolanti, se anche Nuvolari riesce ad imporsi l'immagine dell'Italia come paese all'avanguardia nel mondo dei motori e della tecnica diventa inattaccabile.

uvolari non solo vinse la gara, ma sbaragliò tutti gli avversari al punto che a metà corsa lo speaker annunciò che erano stati messi in palio mille dollari come premio per il pilota americano che fosse riuscito a rimanere per un minuto davanti al campione italiano.

Biobibliografia: paterna e giornali dell'epoca

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LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

45
Uomini passano, a migliaia,
aggirano il nemico, per far ritorno a casa.
Sporchi, laceri, increduli
per terra seduti come mendicanti. I camini di Paduli fumano tutti
in ogni casa preparano minestra
e pastasciutta. Un paracadutista,
catanese, trema ha la febbre alta:
un braccio e in cancrena
e non vuole fermarsi.
Un colpo in testa, a pugno chiuso,
non lo fanno mangiare, lo portano
dal medico condotto che gli recide
il braccio. Rimane a Paduli un bei tempo.

Mio nonno scrive lettere e non parla
lettere che rimangono mute, come lui.

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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