29 ottobre 1762
Il destino di Andrea Chénier

Figlio di un diplomatico francese, Andrea Chénier nacque a Istanbul il 29 ottobre 1762.

La sua famiglia lasciò la Turchia nel 1765 e il ragazzo fu allevato nella Linguadoca, prima di trasferirsi a Parigi, dove la madre, donna assai colta, riceveva nel suo salotto alcuni poeti che l'adolescente ascoltava con grande interesse. Andrea Chénier ebbe ben presto due passioni: la giustizia e la poesia.

Dopo un periodo transitorio trascorso nell'esercito, dal quale usci disgustato a causa dei privilegi di classe,divenne segretario all'ambasciata di Londra. Là, per ingannare la noia che la diplomazia gli ispirava,il giovane studiò, meditò e cominciò a scrivere. Nel 1789 salutò con entusiasmo la Rivoluzione. Aveva troppo sofferto a causa delle ingiustizie che opprimevano il popolo per non auspicare vivamente un mutamento di regime. Ma, troppo amante della libertà, l'intellettuale denunciò nei suoi scritti tutti gli eccessi della Rivoluzione, rendendosi sospetto agli occhi di molti, e riducendosi a vivere nascosto, vagando di rifugio in rifugio.

Arrestato il 7 marzo 1794 e messo in prigione, scrisse le sue cose migliori. Condannato a morte, sali coraggiosamente sul patibolo il 25 luglio 1794.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1956:La rivolta ungherese è soffocata.

1968:Rivelazione nella Germania Occidentale: un missile ultrasegreto, trafugato da un centro sperimentale, è inviato a Mosca per via aerea.

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RICORDIAMOLI

UMBERTO GIORDANO

Umberto Giordano compositore nato a Foggia il 27 agosto 1867, morto a Milano il 12 novembre 1948.

Dopo aver compiuto gli studi a Napoli, nel 1888 si segnalò con Marina al concorso Sonzogno che fu vinto da Cavalleria rusticana. Aderì immediatamente al gusto verista nel 1892, con Malavita e, dopo Regina Diaz del 1894, colse un grande successo con Andrea Chenier unopera lirica in quattro atti composta su libretto di Luigi Illica, rappresentata alla Scala il 23 marzo 1896.

Ne sono argomento le vicende del poeta francese (di cui abbiamo parlato sopra), sostenitore e vittima della Rivoluzione, e protagonisti, oltre al poeta, la nobile Maddalena ch'egli protegge e il geloso Gérard. Condannato per le accuse di quest'ultimo, Chénier muore sul patibolo e con lui muore Maddalena, sostituitasi a un'altra vittima. L'opera si inserisce pienamente nel gusto del verismo italiano per il tono appassionato e l'immediata ricerca dell'effetto, che si affida soprattutto al canto esuberante e spiegato. Questa, appunto, è l’opera più popolare e significativa.

ttenne un ottimo successo nel 1898 anche con Fedora e nel 1903 con Siberia. Negli ultimi lavori tentò un'evoluzione stilistica, ricercando la leggerezza comica e spigliata in Madame Sans-Gêne del 1915 e finezze armoniche e strumentali in La cena delle beffe e Il re, L’Andrea Chenier si inserisce pienamente nel gusto del verismo italiano per il tono appassionato e l'immediata ricerca dell'effetto, che si affida soprattutto al canto esuberante e spiegato

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L’ANEDDOTO PERSONAGI PADULESI "SULLA SPIAGGIA 4"

- Mi vien da ridere! – Ha detto ridendo e rotolandosi sulla sabbia. Ormai un essere incontrollato e incontrollabile. Rotola sulla sabbia come una palla sgonfiata. Ride con una tragicità impressionante. – Sì, mi vien da ridere, quando dici: sento di essere un uomo?! - Si alza in piedi. Si regge a malapena sulle gambe, gira intorno a me,che sto seduto,mi guarda al centro della testa, come se avesse voluto penetrare nel mio cervello e leggervi i pensieri, infine si china su di me e, inaspettatamente, mi fa una tenera carezza.

- Sai, fino ad ieri sera... credevo ancora nell'uomo. Io e Mariano, abbiamo fatto l’amore sempre fra quattro mura, sopra un letto caldo e soffice. Fare l'amore…

- parlando disegna figure sulla sabbia, col dito indice. - per un uomo e una donna è una cosa bellissima, ma quando è forzata!… - Sospira ingoiando lacrime e ricordi. - Ieri sera… Forse il lungo inverno sopportato, il primo sole primaverile! Dopo cena decidemmo di fare una capatina al mare. Non siamo sposati, ma mi piace Mariano. Sarà stato il posto, o forse la luna piena che sembrava formare un triangolo retto, col mare e noi; mi venne voglia di fare l’amore perché sentivo che lui lo voleva; ma si arrabbiò, m’ingiuriò; poi se ne andò lasciandomi sola. Accesi una sigaretta. Sentii la macchina che si allontanava. Ero serena. Altre volte aveva finto di andarsene, poi ritornava. Guardavo il triangolo, formato dalla luna, che si dissolveva. – Col dito indice ha indicato prima la luna, poi il mare e infine lei -. Fu allora che sentii dei passi e un vocio allegro. Mi voltai per vederli: erano giovani scanzonati. Ebbi una stretta al cuore, ripensando alla mia giovinezza, e desiderai ardentemente che Mariano fosse stato qui, con me. Come colta da un presentimento presi a correre verso la strada... - Si è alzata in piedi, con una forza inattesa in un corpo martoriato dalla violenza subita e quella, masochisticamente voluta. Gira intorno come una spirale mentre parla:

- Improvvisamente mi sentii presa da un senso di sgomento e di paura. I giovani fecero cerchio intorno a me e giocarono come il gatto col topo. Poi, poi… - Gira come una trottola, su se stessa. Sono rimasto avviluppato dal dolore, balzo in piedi per sorreggerla e lei sentendo le mie braccia decise, si lascia andare. Siamo piombati a terra: io piangendo con disperazione, lei squarciando l'aria con la medesima risata tragica satura di pianto disperato, che sconvolge anche i Gabbiani, i quali sembrano ripetere all'infinito, con il loro gracchiare, la tragicità di quel momento. La stringo fra le sue braccia e la cullo come il padre la figlia. Per calmarla e per vincere il suo stesso dolore, ho iniziato a cantare una nenia che mi aveva insegnato mia nonna e che spesso avevo cantato ai miei figli.

"Nonna, nonna, nonnanunnarella

‘o lupo è brutto e ‘a pecurella è bella.

Nonna, nonna, nonnanunnarella

'o lupo s'è magnata 'a pecurella.

Oj suonno suonno che vieni da lu monte

vieni 'a truvà 'sta nenna, sparala 'nfronte"

La donna si è calmata. Sfinita dal troppo piangere, non reggendosi in piedi,la prendo in braccio e mi dirigo verso la strada asfaltata. La poggio sul sedile della macchina, dopo averlo disteso, e la porto a casa mia.

Appena giunti a casa riprese forza e guardandomi, per la prima volta con tenerezza.

- Solo Gesù! Ma perché?

- Non hai voluto ti portassi in ospedale, però tu hai urgente bisogno di cure e non lo dico tanto per dire. Le ripeto senza sapermi spiegare perché non l'avessi fatto.

La fanciulla si alzò di scatto e corre verso la finestra, farfugliando:

- Peggio che Gesù sulla Croce! - Si volta repentinamente, ora verso la finestra, ora verso di me. - Erano in tanti! Tanti come gli scarafaggi! Andai via di casa perché non li sopportavo. – Mi si avvicina poiché sono rimasto come intronato, al centro della stanza. - Ci fu un tempo in cui, di notte, avevo l'abitudine di bere: mi piaceva bere dal rubinetto, per questo ero costretta ad andare in cucina. E… Dio! Dio! Ce n'erano a centinaia, a migliaia, sul lavello e nei piatti. Non bevvi più di notte. - Va alla finestra, ritorna accanto all'uomo col fare di una belva in gabbia. - Peggio che Gesù Cristo sulla Croce! Quanta merda! - Esclama. - Aiutami!

La lascio cadere sulla sedia e mi avvio verso il telefono.

- Non ce la faccio più a vederti in questo stato. Chiamo un medico, amico mio... - Alzò la cornetta, mi volto a guardare la donna che è già cavalcioni, sul davanzale della finestra. Allora con una calma, che non supponevo di possedere, la imploro: - Non lo fare, ti prego. Siamo all'ottavo piano...

Dalla strada giungono voci stridule, irate, gaie di bambini festanti, frastuono di auto sfreccianti. – Ascolta. - Continuo, sovrastando il frastuono della strada. - La notte sta per finire, fra poco spunta l'alba. Lo sai che ancora non so come ti chiami? Io mi chiamo Nazareno.

- Come Gesù? - Tremavo, ma non lo davo a vedere.

- Ne porto solo il nome, però! - Quell'ovvietà, sembra avere avuto la forza di far rinsavire la donna.

- Che importa un nome? - Dice scendendo dal davanzale. - L'avevo un nome, ieri! Sì, era ieri che avevo un nome, oggi sono un corpo di merda e di sperma. - Raggomitolandosi su se stessa, chiusa come un riccio, in un dolore più lancinante. - Gli scarafaggi! A centinaia… Andai via!... Fu Mariano ad invogliarmi. Quando giunsi alla stazione di questa eterna, ipocrita, falsa, bugiarda città… Mi parve tutto bello, fantastico. Però ogni sera sentivo la mancanza! Ti sembrerà strano, ma sentivo la mancanza degli scarafaggi. Al mio paese... Al mio paese… gli uomini somigliano agli scarafaggi, soltanto perché stanno sempre insieme. Qui neanche i gatti stanno uniti! Li ho visti una sera, sai? Erano una ventina, nessuno stava vicino all'altro! Ricordo che piansi!

- Vaga con lo sguardo per la casa, come per trovare quel momento, meravigliata di non ritrovarlo. Mi si avvicina, mi guarda fisso negli occhi.

- Chi sa come fanno a fare l'amore se si tengono distanti gli uni dagli altri! L'amore! Ci credevo all'amore! Un'orda di porci affamati, cani in calore!

- Basta! Basta, per carità! – Le intimo deciso. Lei si blocca, scossa dalla mia fermezza e mi guarda meravigliata, come se mi vedesse per la prima volta.

- Era sempre ritornato- implora aggrappandosi alla mia mano- perché ieri sera, no?

4 continua

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LA POESIA DEL GIORNO

PREGHIERA

Signore, vieni pure a bere un bicchiere in compagnia
ma non parlare di Paduli, mia madre santa, profanata
da mente atrofizzata, se qualche
volta avrà avuto un palpito di luce.

Signore, il vino fa il suo effetto
non dirmi di smettere di piangere
se prima le mie lacrime non coprono
da sole la quarta parte della terra
per un nuovo diluvio universale.

Duemila anni di vita! Duemila anni, Signore,
cancellati da atavica ignoranza di un finto uomo,
pupazzo seduto sulla poltrona di finta pelle.

Perdona, Signore, ma fammi trovare la forza
di non pensare che questo pazzo muscolo spremuto
come un limone senza succo, come vecchio cappotto
rivoltato, sanguina su queste macerie
perché non sente passi antichi risuonare
e gli occhi arrossati da lacrime e da deserto
più non vedono la casa che il bellicoso
vitello costruì, per volontà d'amore - colpito
era stato da forte e caldissima femmina sannita -
ed era una casetta che raccontava campagna d'Egitto,
storie di Faraoni, di Regine, di Centurioni e forse
anche del Golgota perché sotto la "Làmmia"
tramandato dal padre, dipinse il volto di Cristo.
Non inaridire i miei occhi, Signore!

Se puoi cancella dalla mente lo scempio che ho visto!

Il mercato romano, Signore, dissolto.
Il misuratore di grano, di marmo pregiato,
che "juòcolo" chiamavo, disperso, chissà dove.
Le strade chiacchierone sono afasiche.
Fra l'erba alta, solo frusciar di lucertole.

Signore,
allontana le ombre che gridano vendetta alla mia penna,
posso solo ubriacarmi con Te, parlando di rivoluzionari
e di "maddalene" abbandonate, dopo aver partorito un figlio;
pupazzo vagante per le strade di Paduli senza più storia.
Il cervello è atrofizzato come gamba
comodamente poggiata in automobile
dove solo piede destro sembra aver forza.

Non dirmi che sono un maiale perché ho bevuto troppo.
L'ho fatto per non pensare, l'ho fatto per non capire.
Non ho più forze, Signore,
ma il cervello è lucido, perdona!
Credevo di dimenticare, invece
ho ricordato e con dolore.

Reno Bromuro (da "Se m’addormento" Edizione in proprio contro una certa editoria- 1986)

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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