29 marzo 1932
Muore in esilio Filippo Turati

Filippo Turati, il fondatore del Partito Socialista Italiano, muore in esilio a Parigi; era nato a Canzo, Como, nel 1857. Laureatosi in legge a Bologna, collaborò con riviste e periodici d’indirizzo democratico e repubblicano.

All'inizio del 1885 Turati si trasferì a Napoli per raccogliere dati per l'inchiesta rurale promossa da Bertani, e lì si legò ad Anna Kuliscioff, che lo avvicinò al marxismo.Filippo Turati Nel 1887 difese gli esponenti del Partito Operaio Italiano accusati d’incitamento all'odio di classe e cominciò a collaborare a "Cuore e critica", la rivista di Ghisleri, che rilevò nel 1891 trasformandola nella "Critica sociale". Turati si adoperò per la costituzione di un partito dei lavoratori, fondando con la Kuliscioff nel 1890 la Lega Socialista Milanese. Grazie soprattutto a loro, si poté giungere alla fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani, che nel 1895 prese il nome di Partito Socialista Italiano.

Dopo la repressione antisocialista di Francesco Crispi, Turati favorì la presentazione di liste comuni con democratici e repubblicani. Nel 1896 fu eletto deputato. Condannato a 12 anni di carcere dopo i moti del 1898 e rieletto trionfalmente deputato il 26 marzo 1899, fu liberato il 4 giugno 1899 a seguito di un indulto. Poté così condurre assieme ai deputati dell'estrema sinistra la battaglia ostruzionistica che condusse al ritiro dei provvedimenti reazionari del presidente del consiglio Pelloux. Sostenne la svolta liberale del presidente del consiglio Zanardelli e Giolitti, inducendo il partito a dare l'appoggio in parlamento al nuovo governo, pur rifiutando di entrarvi: in una visione gradualista del processo d’instaurazione del socialismo, Turati pensava che i socialisti avrebbero dovuto sostenere i settori politici più avanzati della borghesia. L'influenza di Turati sul partito s’indebolì con la crescita della componente rivoluzionaria e con il progressivo avvicinamento di suoi antichi compagni, come Bissolati e Bonomi, a posizioni più moderate. Dopo l'espulsione di questi ultimi dal PSI al congresso di Reggio Emilia del 1912, Turati e i suoi vi rimasero in una posizione di debolezza compensata tuttavia da una prevalenza nel sindacato e nel gruppo parlamentare.

Contrario all'entrata nella Prima Guerra Mondiale, dopo la disfatta di Caporetto accettò il principio della difesa della patria in pericolo. Nel dopoguerra comprese i pericoli del massimalismo, ma cercò fino all'ultimo di salvare l'unità del partito. Solo nel 1922, dopo l'espulsione dei riformisti, acconsentì a fondare, il 1 ottobre 1922, il PSU "Partito Socialista Unitario". Aderì, dopo il delitto Matteotti, all'Aventino e, dopo la morte della Kuliscioff avvenuta il 29 dicembre 1925, espatriò clandestinamente in Francia con l'aiuto di un gruppo di giovani antifascisti. Qui collaborò alla Concentrazione Antifascista e favorì la riunificazione dei due partiti socialisti.

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RICORDIAMOLI

GIOVANNI TESTORI

Giovanni Testori, nato il 12 maggio 1923 a Novate Milanese e morto a Milano il 16 marzo 1993,nei suoi sessantanove anni di vita, dedicò gran parte della sua attività al teatro. Nonostante gli inizi lo vedessero maggiormente legato al mondo dell'arte contemporanea nelle vesti di critico e amico di pittori il suo lavoro lo aveva portato, dopo qualche felice prova come scrittore, sulle tavole del palcoscenico. Il suo debutto teatrale avvenne nel 1948 al Teatro della Basilica di Milano con Caterina di Dio, pièce interpretata da Franca Valeri con la regia di Enrico D'Alessandro. Ma è il 1960 l'anno in cui, al Piccolo Teatro di Milano, andava in scena la sua opera forse più rappresentativa: La Maria Brasca con la regia di Mario Missiroli e una straordinaria Franca Valeri.

Nello stesso periodo si sviluppò la stima, poi l’amicizia con un grande regista di teatro e del cinema conosciuto in tutto il mondo: Luchino Visconti, che inserì nel film "Rocco e i suoi fratelli" tre racconti di Testori. E proprio l’autore di Senso e di Morte a Venezia che firmò le due opere di Testori: L'Arialda del 1960 e La Monaca di Monza del 1967. La prima andò in scena al Teatro Eliseo di Roma con Rina Morelli, Paolo Stoppa e Lucilla Morlacchi. Ma a Milano scoppiò un vero scandalo.

L'opera fu sequestrata dal questore, perché il soggetto era accusato di oscenità. Un episodio che portò involontariamente una certa notorietà al suo autore che, da allora, fu considerato con grande interesse dalla critica e dal pubblico. La seconda opera invece lo porterà a dissapori con Visconti. Andata in scena al Teatro Bonci di Cesena con la Compagnia Lilla Brignone-Valentina Fortunato-Sergio Fantoni, La Monaca di Monza è evocazione manzoniana che si svilupperà, nel 1972, con la messinscena dei Promessi sposi alla prova per mano della regista Andrée Ruth Shammah. Nel 1969 scrive il monologo Erodiade per Valentina Cortese, ma che sarà realizzato solo nel 1984 con la regia dello stesso autore e con protagonista Adriana Innocenti.

Negli anni Settanta, invece, vivrà la felice esperienza del Salone Pier Lombardo di Milano, dove sono rappresentate Ambleto, Macbetto ed Edipus con l'attore Franco Parenti e la regia di Andrée Ruth Shammah. Si tratta di un ciclo teatrale nominato Trilogia degli Scarrozzanti, che vede sulla scena una piccola compagnia intenta nell'impresa di rivedere tre personaggi della grande tradizione teatrale come Amleto, Macbeth ed Edipo. Recentemente, se ne sono avute anche tre splendide messinscene con protagonista l'attore Sandro Lombardi diretto dal regista Federico Tiezzi.

Nel 1977 Testori è colpito da un grave lutto, la morte della madre, che lo costringerà a riflettere sul momento del distacco dalla persona amata e scrive Conversazione con la morte dedicato a Renzo Ricci, anch'egli appena scomparso. Un monologo recitato dallo stesso Testori nel 1978 che si rivela essere anche un'ottima macchina teatrale. E nello stesso anno avverrà l'incontro con la Compagnia dell'Arca di Forlì che metterà in scena Interrogatorio a Maria alla Chiesa di Santo Stefano a Milano, rappresentato poi anche a Castelgandolfo alla presenza del Papa Giovanni Paolo II. Poi ci saranno Factum est e Post Hamlet, opere tutte con la regia di Emanuele Banterle.

E proprio con questo regista e con l'attore Franco Branciaroli, fonderà la Compagnia degli Incamminati. Il legame con Branciaroli diviene sempre più forte e costruttivo, fino a culminare coll’opera Confiteor, rappresentato al Portaromana di Milano, In Exitu del 1988 con un'emozionante e memorabile rappresentazione alla Stazione Centrale di Milano e, l'anno seguente, in Verbo. Un trittico che sarà chiamato "Branciatrilogia". La collaborazione con Branciaroli proseguirà anche nel 1991 con la prima, al Teatro Carlo Goldoni di Venezia, di Sdisorè.Quest'anno segnerà anche la comparsa del tumore che porterà, alla morte del drammaturgo. L'ultima sua opera teatrale, considerata un vero e proprio testamento, sarà I Tre lai. Si tratta di tre monologhi, quasi una terna dantesca, che dà parola alle eroine più amate da Testori: Cleopatra (Cleopatràs), Erodiade (Erodiàs) e la Madonna (Mater Strangosciàs). L'opera, pubblicata postuma, ha avuto una sua completa messinscena, con la regia di Federico Tiezzi e l'interpretazione di Sandro Lombardi, con la Compagnia dei Magazzini.

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IL FATTO

REPRESSIONE E INIBIZIONE

Da quanto ho detto parrebbe di dover concludere che l'uomo greco godesse della più ampia libertà sessuale. In realtà, il primo contrassegno di inibizione sessuale si incontra a livello linguistico: da Omero, che pure, secondo gli statuti enciclopedici dell'epica, descrive meticolosamente ogni attività quotidiana, l'attività sessuale non trova descrizioni adeguate. Anche l'età classica si esprime all'insegna dell'eufemismo:"andare con qualcuno" è, come per noi, una perifrasi che indica il rapporto intimo; "sappiamo che cosa" è un modo per indicare gli organi genitali.

Si potrebbe pensare che il tabù linguistico dipenda dall'eleganza letteraria, ma l'atteggiamento dei filosofi esprime disprezzo per il sesso: soprattutto il cinismo, nella sua spasmodica ricerca dell'autosufficienza,vedeva nella masturbazione il modo più semplice per soddisfare il desiderio fisiologico. Socrate paragonava il desiderio di Crizia per Eutidemo al bisogno che prova un maiale setoloso di calmare il prurito sfregando il dorso contro una pietra. La castità era praticata sia per vincoli d’ordine religioso sia per necessità inerenti alle pratiche guerriere, che rappresentano la più prestigiosa attività dell'uomo greco. In questo senso, l'autodisciplina del sesso, era assimilata alla capacità di sopportare la fame, la sete, il sonno, e rientrava tra le forme di privazione che erano incoraggiate presso i giovani per temprare la resistenza fisica dei futuri soldati.

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LA POESIA DEL GIORNO

PALPITA SOLO IL RICORDO

Tiepide dune primaverili
accoglievano corpi frementi
ansanti d’amore e il mare
e la musica delle onde
accompagnavano l’ansare.
Ora mano nella mano rivediamo
le dune irte d’erbacce inospitali
riviviamo il tremore dei corpi
ricantiamo l’amore di sempre
ma solo una mano tremante
lentamente tenta di cancellare
le rughe che scavano il volto.
In noi palpita solo il ricordo
che freme ancora d’amore.

Reno Bromuro (da «Poesie nuove»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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