29 maggio 1978
Approvata la legge sull'aborto

La legge sull'aborto, che disciplina l'interruzione volontaria della gravidanza non considerata più un reato, è approvata dal Senato con 160 sì e 148 no. La Camera l'aveva votata il 14 aprile con 306 sì (PCI, PSI, Sinistra indipendente, PSDI, PRI, PLI) e 275 no (DC, MSI, Democrazia nazionale, DP, Partito radicale). Al fine di evitare il referendum promosso dai radicali, la legge è immediatamente promulgata.

Sono passati venticinque anni. Secondo voi, è ancora attuale la legge sull'aborto? E’ adeguata ai giovani d’oggi? E la legge sulla contraccezione è adeguata a ai ragazzi di oggi?

Adesso vi riporto una storia di scritta da Vincenzo Donvito, che tratta la vicenda di un ragazzo di Rivoli che, "sentitosi responsabile della gravidanza della sua ragazza e soprattutto del fatto che non potesse essere interrotta, si è suicidato, non è solo un fatto di genitori, figli, psicologia ed educazione". E’ vero, a parer mio queste sono questioni che appartengono alla sfera privata di coloro che, più di quanto lo si possa fare noi, piangono se stessi per non essere stati in grado di comunicare con le persone più intime.

"Mentre gli appelli – continua Convito - che si levano invitando la ragazza a non abortire, si commentano da sé per il loro squallore umano e l'intrusione pacchiana e goffa di chi riesce solo a speculare sui drammi umani. E sia chiaro, per non fraintendere,che altrettanto squallore ci sarebbe se qualcuno facesse appello perché la ragazza abortisse".

Mi sorge spontanea una domanda: non avranno ragione i britannici quando, danno senza ricetta e senza alcuna richiesta di autorizzazione, la pillola del giorno dopo alle ragazze di dodici anni, mentre in Italia ci vuole la ricetta del medico, che non può essere data alle minorenni senza consenso dei genitori? Siamo sicuri che sull'intimità di una ragazza di 15 anni debbano decidere i genitori, e non lei stessa?

(Fonte Clorofilla)

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RICORDIAMOLI

LA CONQUISTA DELL’EVEREST

"Il monte Everest ha sempre resistito ai numerosi assalti; sulla sua vetta l'uomo non ha potuto sinora, nel 1947, porre il piede trionfante. Gli dèi della montagna hanno sempre avuto ragione sul piccolo uomo europeo. Avranno maggiore fortuna le future spedizioni?".

Manfredo Vanni, che nel 1947 è docente universitario di geografia a Torino dedica un ampio capitolo alla storia della scoperta della regione himalayana riportando le annotazioni dei missionari e religiosi che fin dal 1300 si avventurarono in quei luoghi.

Nel 1741 il cappuccino Cassiano Beligatti da Macerata scriveva: "Salimmo il Monte Lhangur fra balze precipitose; a misura che ci avvicinavamo alla sommità del monte aumentavasi in tutti il dolore del capo e dello stomaco, con difficoltà di respiro...".

E ancora: "...salimmo le montagne, benché non pervenimmo sino all'alto ove erano coperte di neve; in salendo questo monte, vedemmo dalla parte di nord una lunga fila di alti monti coperti d'alto al fondo di grossa neve, a' quali li mulattieri fecero riverenza risguardandoli come dimora di numi... ci fu asserito che in quelli monti la neve mai si distrugge restando tutto l'anno coperti d'alte nevi e che per tal causa sono inabitabili e inacessibili...".

Splendido il capitolo che descrive la spedizione inglese del 1924 dove nel tentativo alla vetta perirono Mallory ed Irvine, lasciando aperto il dilemma se la tragedia fosse avvenuta durante la salita o nella discesa dalla vetta. Maurice WilsonNel 1947, a sei anni dalla conquista dell'Everest, l'eventualità che Mallory ce l'avesse fatta non era considerata poi tanto peregrina, tant'è che il Vanni scrive: "...giungendo alla vetta qualche altra spedizione potrà forse risolvere il problema; se sulla vetta essi sono arrivati avranno lasciato anche qualche segno della loro vittoria..." e infatti Hillary, nella descrizione della vittoriosa salita alla vetta del maggio 1953 fa un esplicito riferimento alla ricerca, seppur frettolosa, di eventuali tracce di Mallory nei pressi della cima.

Altro capitolo che ha dell'incredibile è il primo tentativo di salita in solitaria fatto dal Capitano Maurice Wilson che nel 1934 partì direttamente dall'Inghilterra su un piccolo aereo atterrando a Calcutta. Da qui, venduto l'aereo si stabilì a Darjeeling, dove reclutati di nascosto alcuni portatori arrivò fino al Campo III della precedente spedizione, cioè a m. 6400 da dove il 17 maggio proseguì in solitaria alla ricerca della via per il Colle Nord. Di lui naturalmente non si seppe più nulla. Il libro si conclude con una bibliografia monumentale, della quale sarebbe interessante verificare le eventuali successive ristampe, magari tradotte in italiano.
Ora, leggiamo insieme una piccola parte delle recensioni del libro "La conquista dell’Everest" di John Hunt, per capire e sapere il pensiero del critico.

Il libro di Sir John Hunt, che nel 1953 organizzò e guidò la spedizione inglese all'Everest, oltre ad essere il libro ufficiale della conquista dell'Everest può essere letto anche come la continuazione del libro di Manfredo Vanni (perciò ne abbiamo parlato dopo il riassunto frettoloso, per spazio), tanto sono simili le filosofie che animano i due autori e lo stile narrativo.

"Sono le 11:30 del 29 maggio 1953; Hillary e Tenzing sono sulla vetta dell'Everest; dopo vent'anni di tentativi gli inglesi conquistano finalmente la loro vetta". Il capitolo scritto da Hillary e dedicato alla vetta è forse la pagina più bella della letteratura alpina di tutti i tempi. Hillary descrive la salita passo dopo passo; i dubbi, le incognite, ma anche una ferma determinazione che viene meno solo nell'alternarsi delle infinite creste finali, fino alla foto di vetta scattata non a lui, l'inglese conquistatore, ma allo sherpa Tenzing: unica foto di vetta e foto di copertina del libro!Hillary e Tenzing

Il resto del libro è un’interessantissima descrizione della spedizione che facendo tesoro delle esperienze precedenti, ultima delle quali il tentativo svizzero del 1952, sarà organizzata con i canoni delle spedizioni moderne. Nulla viene lasciato al caso, dai materiali, appositamente studiati per l'alta quota e collaudati sulle Alpi svizzere, agli aspetti medici, dai respiratori per l'ossigeno all'alimentazione e agli allenamenti specifici per l'alta montagna.

La narrazione scorre avvincente per tutto il libro con la descrizione delle varie fasi di avvicinamento e i tentativi di salita; lo stile è quello tipico degli anni Cinquanta, poco disposto a concessioni personali e più incline a descrizioni eroiche anche se, a volte, traspare la grande umanità dei personaggi.

Eccezionali le fotografie originali del libro, con due pagine dedicate alle foto degli sherpa subito dopo le foto dei componenti la spedizione.

Questo libro testimonia il rispetto e la considerazione per gli sherpa, tanto che viene da pensare che il loro utilizzo sconsiderato e poco rispettoso sia un fenomeno legato alle spedizioni moderne, specialmente con l'avvento delle spedizioni commerciali.

"La conquista dell'Everest" di John Hunt, 292 pagine - foto a colori e b/n con disegni in b/n Leonardo da Vinci, Editore - Bari 1954

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IL FATTO

JERZY GROTOSKI

Jerzy Grotowski regista, direttore e teorico di teatro polacco naturalizzato francese era nato a Rzeszów nel 1933, si spense a Pontedera, Pisa, nel 1999. Jerzy Grotowski

Figura eminente dell'avanguardia contemporanea, ha fondato e diretto il teatro laboratorio "13 Rzedów" di Opole, trasferito a Wrocław nel 1965, attraverso il quale si è fatto assertore, in opposizione al cosiddetto "teatro totale", di un "teatro povero", basato soprattutto sul lavoro dell'attore sottoposto a un severo addestramento fisico e spirituale.

Il suo spettacolo più noto e ripetuto è Il principe costante tratto da Calderon Slowacki, del 1965, rappresentato a Roma nel 1970. Nello stesso anno ha presentato anche Akropolis di Wyspianski e tre anni dopo l'ultimo suo spettacolo, Apocalypsis cum figuris. D'allora il suo lavoro è stato di studio e di ricerca.

I metodi e i risultati del suo Aktora Teatr Laboratorium sono stati illustrati a Milano dal CRT, con la sua presenza, nel 1979. Dal teatro povero, prima fase della sua ricerca, si è passati al parateatro, cioè a un'attività teatrale che si attua nella sede naturale dell'azione: strada, casa, bosco, prato, con l'abolizione del distacco attore spettatore, in un coinvolgimento naturale e totale.

Questa seconda indagine di Grotowski dal 1980 ha ceduto il posto alla terza fase, al cosiddetto "teatro delle sorgenti", in cui l'attore recupera, in un viaggio a ritroso nel tempo, il potere e il vigore della cultura originaria: Misteria originis; alla ripresa di possesso, cioè, delle tecniche di concentrazione e di trance che portavano nelle società antiche, o primitive, a stati di coscienza alterati. Le tecniche, la disponibilità, la padronanza, i poteri del corpo, tutte quelle forze che consentono di approfondire la percezione fino a suggerire il contatto intuitivo con l'assoluto sono alla base di questa nuova anticipazione grotowskiana.

Antropologia del teatro, dunque, nella convinzione che l'origine del teatro abbia come matrici stati di coscienza e alterazioni di coscienza, di rarefatta sensibilità. Il complesso del teatro laboratorio di Grotowski si è sciolto nel 1984. Da allora ciascuno degli ex attori ha continuato a condurre autonomamente la propria attività artistica e di ricerca.

Nominato professore al Collège de France nel gennaio 1997, con la cattedra di antropologia teatrale, Grotowski, nel marzo 1997 ha tenuto la lezione inaugurale dal titolo La "stirpe organica" nel teatro e nel rito al Théâtre des Bouffées du Nord, cui dedicò un libro importante, Alla ricerca del teatro perduto.

Nel 1964 fondò a Oslo L’Odin Teatret, laboratorio interscandinavo per l'arte dell'attore, fondato nel 1964 a Oslo dall'italiano Eugenio Barba e trasferitosi permanentemente a Holstebro, in Danimarca, tre anni dopo. Rifacendosi in parte alla lezione di Grotowski, con il quale aveva a lungo collaborato, Barba diede spazio alle capacità fisiche e vocali dell'attore e alla sua disponibilità a impegnarsi in un rapporto creativo con materiali verbali, tecniche, ecc.

Tra gli spettacoli dell'Odin Teatret, accolti con grandi consensi in tutta Europa, si ricordano soprattutto Kaspariana, Ferai, Min Fars Hus, Anabasis, Ceneri di Brecht, Il Castello di Holstebro e Memorie, portati in scena nel 1991. Nello stesso anno l'Odin Teatret ha festeggiato il suo venticinquesimo anniversario con cinque spettacoli firmati da Barba, conferenze e film. Del 1995 è Kaosmos realizzato con la partecipazione di attori di varie nazionalità, frutto, come è nella sua tradizione, di una lunga preparazione pedagogica.

Il lavoro è ispirato a una leggenda popolare della Transilvania, dove ogni primavera si recita un rituale con il quale, servendosi di linguaggi mitici e folclorici, un'intera popolazione chiede di entrare nel Regno della Felicità e della Salvezza. Nel novembre del 1996, la Casa Circondariale di San Vittore di Milano ha ospitato Il Baratto: uno spettacolo di Barba e dell'Odin Teatret realizzato in collaborazione con alcuni detenuti. Importanti sono anche le attività pedagogiche del gruppo, ricordiamo per esempio una serie di seminari per musicisti, danzatori e attori organizzati nel 2000 con il Teatro di Roma. Il laboratorio interscandinavo di Grotowski per l'arte dell'attore, poi trasferito a Holstebro in Danimarca.

Gli spettacoli Kaspar, Ferai e La casa del padre sono tra i prodotti più stimolanti del suo teatro. Nel 1975 ha pubblicato Il libro dell'Odin a cura di Taviani. In seguito, pur continuando a produrre spettacoli Talabot, del 1987, ha dedicato gran parte della sua attività alla Scuola di antropologia teatrale, da lui fondata nel 1979, organizzando conferenze e seminari in varie parti del mondo. Mentre Barba si è dedicato negli ultimi anni soprattutto alla Scuola da lui fondata. Nel 1993 ha pubblicato il volume La canoa di carta: trattato di antropologia teatrale.

(Per approfondire leggi "Oltre il Fondale" di Viviana Buzzòli e Reno Bromuro, Vincenzo Urini Editore – Catanzaro - pag. 160 euro 12,50)

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LA POESIA DEL GIORNO

HAI MAI VISTO PIANGERE

Hai mai sentito piangere un usignuolo?
Piangeva in una notte chiara
tra l'erba in germoglio
illuminato da un raggio di luna.
Quella sera ho visto piangere l'usignuolo
quando ti ho atteso fino all'alba
ma non sei venuta.
Ogni notte di luna nuova piange
ma tu non puoi sentirlo assordata
da musica infernale,
ma tu non puoi vederlo
abbagliata dalla luce al neon.
Non vuoi sapere perché piange
anche se hai tanto freddo al cuore.

Reno Bromuro (da Dove vai, Uomo?).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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