29 aprile 1975
Sergio Ramelli muore a Milano
Sergio Ramelli, diciannovenne aderente al
Fronte della gioventù, che raggruppa i giovani del
MSI, muore a Milano dopo quarantasette giorni
d’agonia in seguito alle ferite riportate nel
corso di una violenta aggressione subita il 13
marzo, mentre rientrava a casa, da parte
d’elementi di Avanguardia operaia; aveva per motto
due massime una di Capo Giuseppe, della
Tribù dei Nasi Forati:
"Lasciatemi essere un uomo libero, libero di viaggiare, libero di fermarmi, libero di lavorare, libero di commerciare come mi pare libero di scegliermi i miei maestri, libero di seguire la religione dei miei padri, libero di pensare, e di parlare e di agire";
l’altro sono versetti 5, 11 del Vangelo secondo Matteo:
"Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi ..."
Rientrava a casa quella sera del 13 marzo 1975, ma nel clima di generale violenza di quei giorni non mi stupisce che l'aggressione, pur gravissima sia già profetica di una prognosi infausta, che abbia ricevuto solo scarsa attenzione dei quotidiani.
Il Corriere della Sera e la Notte, quotidiani Milanesi, sono gli unici a dare risalto alla notizia; e mai Sergio viene definito fascista. Ad esempio l'articolo della Stampa chiama Sergio missino e informa della violenza cui era stato sottoposto a scuola.
Come esempio di informazione assolutamente distorta è all’interno di Avvenire, un trafiletto la cui lettura, oggi, fa veramente venire i brividi perché mostra il tipo di rapporti che dovevano sussistere tra certi spezzoni del giornalismo e l'associazione che decise ed eseguì l'aggressione, Avanguardia Operaia: nel trafiletto si parla di Sergio Ramelli come di un simpatizzante per un movimento neofascista e già noto estremista.
L'ignoto articolista arriva a scrivere che Sergio, nella sua scuola si era particolarmente distinto per imprese di marca fascista. Proprio in seguito a questi episodi era stato espulso. Sergio Ramelli, alla sua scuola aveva in realtà fatto un solo atto politico: parlare ed esprimere le sue opinioni; non era stato espulso, ma piuttosto perseguitato e minacciato a tal punto dai compagni che la famiglia aveva ritenuto opportuno iscriverlo a un'altro istituto.C'era stato in effetti un processo popolare in cui Ramelli era stato espulso, ma tale processo era stato un atto di violenza illegale: al contrario, l'articolo dell'Avvenire lascia intendere che Sergio Ramelli era stato espulso dalla scuola con un provvedimento legittimo delle autorità scolastiche.
Quando, con la morte di Sergio, il caso diventerà di rilevanza nazionale ed emergerà la verità L'Avvenire correggerà, almeno in parte, queste infamie. Sarebbe assurdo ipotizzare complotti di disinformazione per spiegare una simile distorsione della realtà. Tuttavia vale la pena di riflettere sul fatto che le uniche fonti di un’informazione così distorta non potevano che essere ambienti e persone legate a fazioni opposte, alle associazioni che vivevano gli stesi ideali di Sergio.
Bibliografia: Corriere della sera – La Stampa – L’Avvenire – La Notte
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RICORDIAMOLIALIGHIERO NOSCHESE
Alighiero Noschese nato a Napoli il 25
novembre 1932. Dopo aver esordito nel giornalismo
radiofonico, iniziò la sua carriera di imitatore.
Nel 1953 spostò il suo interesse al teatro di rivista con Caccia al tesoro, Scanzonatissimo n.1, La voce dei padroni, tutti di Garinei e Giovannini.
Nel 1967 partecipò in televisione con Alta fedeltà e Sabato sera, cui seguì tra 1969 e 1970 Doppia coppia, il primo programma a ottenere il permesso di imitare i politici. Grazie alla sua impressionante capacità mimetica, Noschese riprodusse fin nei minimi particolari fisionomie e tic di cantanti, personaggi televisivi, uomini di potere dell'epoca, con enorme successo in Canzonissima, Formula due, in coppia con Loretta Goggi, Ma che sera.
Noschese inizia da ragazzino, rispondendo alle interrogazioni in classe, a riprodurre per gioco le voci dei principali attori dell'epoca, ma all'inizio sembra solo un gioco, anche quando telefonava al Preside della Scuola dei Salesiani al Vomero, imitando la voce di suo padre per una giustificazione che gli avrebbe permesso di andare a vedere qualche film, in un cinema che iniziavano gli spettacoli alle nove del mattino proiettando solo film di Rodolfo Valentino, di Tom Mix, di Charlot. Il gioco finisce con la fanciullezza e segue il volere dei familiari e s’iscrive alla facoltà di Giurisprudenza a Napoli ed entra come praticante al giornale radio diretto da Vittorio Veltroni.
Ma il palcoscenico lo reclama e dopo le
primissime esibizioni nel varietà è subito
scritturato da Garinei e Giovannini
per la tournée di Caccia al tesoro al
termine della quale decide di fermarsi a Milano.
Qui firma un contratto con la Compagnia di
rivista della sede Rai lombarda, ma presto
è di nuovo sul palco al fianco di Nuto
Navarrini e di Tino Scotti al
Teatro Odeon di Milano nella rivista
dialettale Ciciarem un cicinin. Una
trionfale esibizione al velodromo Vigorelli
gli vale nel 1961 la partecipazione alle prime
trasmissioni televisive che lo impongono su scala
nazionale. Non solo è in grado di riprodurre la
voce di qualsiasi personaggio ma, aiutandosi con
efficaci elementi di trucco che cura con puntiglio
maniacale, riesce a ricrearne anche tic e
caratteristiche espressive. Il teatro lo vede
protagonista di one-man-show come
Scanzonatissimo n.1 e La voce dei padroni
nelle due diverse edizioni di Garinei e
Giovannini.
Sul teleschermo è amato e ammirato beniamino del
pubblico nei principali varietà degli anni '60 da
Alta fedeltà a Sabato sera fino a
Doppia coppia in cui è assoluto mattatore.
Solo nel cinema non riesce a trovare una
collocazione adeguata alle sue capacità e viene
messo in coppia con il giovane Enrico Montesano
in commedie di basso rilievo come Io non
scappo... fuggo e Io non vedo, tu non
parli, lui non sente. La serata televisiva del
sabato lo vede ancora star di Canzonissima,
Formula due, Ma che sera.
"L'uomo dalle novantasei voci", secondo una sua spiritosa autodefinizione, riportata da Sorrisi e Canzoni in un articolo esaltante la sua arte. Alighiero era talmente bravo che molte volte le sue imitazioni erano più vere dell'originale, ad esempio quella del giornalista Mario Pastore Mi dicono che non è vero.
La sua capacità di immedesimarsi in qualsiasi personaggio, uomo o donna che fosse, fu così straordinaria da causargli fortissime crisi d'identità, che lo spinsero alla tragica decisione di togliersi la vita nel 1979, lasciando in tutti noi un incolmabile rimpianto. Morì a Roma nel 1979 come suicida durante la preparazione dello spettacolo L'inferno può attendere.
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IL FATTO
IL POETA DEL GIORNO
Maldacea Nicola, ricordato come il Poeta del falsetto e della macchietta nacque a Napoli 1870, il suo nome, come accennavo, è legato al genere creato da Ferdinando Russo,la macchietta, di cui grazie al suo inventore ne divenne il massimo interprete.
La macchietta è una canzone comica scritta in ottonari o endecasillabi, dove la rima gioca un ruolo fondamentale nel suggerire e smentire doppi sensi a volte volgari, a volte satirici, a volte comici; come ad esempio:
"che popolo, che popolo!
Siamo andati a finì ch’ogni matina,
me subissano ’e torze, me riducono
quel bijou di Panhard una mappina.
Mia moglie stessa, ca teneva ‘o simile,
per aver messo un ragazzo sotto,
dei cafoni, i parenti, glielo ruppero
sicché mia moglie, adesso, ‘o tiene rotto".
Questo è solo un esempio, ripeto, perché ogni
macchietta ha un suo sviluppo drammaturgico
articolato, pur essendo centrata su un unico
personaggio o carattere, oggetto di satira o
semplice sfottò.
Da
notare che nell'immenso repertorio di macchiette
sorto a partire dal successo di Maldacea se
ne conta una sola, di carattere drammatico,
"Totonno `e quagliarella" di Capurro
e Bongiovanni scritta per Viviani,
la storia di un ubriaco filosofo sconfitto dalla
vita, per altro poco frequentata. Maldacea
a partire dal 1890, quando sperimentò il suo nuovo
genere al Salone Margherita di Napoli,
ebbe un successo clamoroso per l'epoca: fu il vero
trascinatore, a Napoli, a Roma
ma anche più a Nord, del fulmineo
sviluppo della moda del café-chantant.
Ricevere uno sberleffo in versi da Maldacea era considerato il massimo onore ottenibile in società: in platea, durante i suoi spettacoli, era norma scommettere sul bersaglio reale di questa o quella macchietta. All'apice del successo, Maldacea, che recitasse in abiti maschili o femminili, riuscì a sbeffeggiare anche i rappresentanti del clero e dell'esercito: una sua macchietta dedicata a un ufficiale della Cavalleria che non aveva saputo approfittare della disponibilità della moglie del proprio capitano, Il tenentino di Carlo Veneziani, fu in un primo momento censurata, ma subito dopo riammessa sulle scene per intervento diretto del conte di Torino che si recò di persona al Salone Margherita per verificare la situazione. Scrissero per Maldacea alcuni tra i massimi poeti dell'epoca, da Rocco Galdieri a Ferdinando Russo (colui che gli insegnò i trucchi della sua invenzione), da Salvatore Di Giacomo a Trilussa, non tutti firmando i testi con il proprio nome ma tutti ottenendo lauti guadagni dalla collaborazione.
Anche Maldacea si arricchì molto negli anni del successo, ma a partire dal 1930 la sua fama scemò fino a scomparire del tutto: morì poverissimo, dopo aver cercato, senza fortuna, di ottenere qualche scrittura teatrale. Il cinema, invece, gli diede solo l'opportunità di qualche comparsata o ruolo minore, il più importante dei quali fu nel Feroce Saladino , film di enorme successo popolare girato nel 1937 da Mario Bonnard con Angelo Musco. Maldacea, ha lasciato una lunga autobiografia godibilmente avventurosa ma sostanzialmente falsa, come tutte le autobiografie dei grandi attori. Il segreto di questo successo? Maldacea sapeva riprodurre, nelle sue interpretazioni, i pregi ed i difetti della gente comune. Fu dopo Maldacea che comparvero Gerolamo Gaudiosi, Pasquale Jovino, lo stesso Viviani e, fuori Napoli, Fregoli ed Ettore Petrolini forse ispirati dal partenopeo che fu anche interprete cinematografico. Ma il 5 Marzo 1945 la famosa macchietta lasciò per sempre i suoi fans.
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LA POESIA DEL GIORNO
MISTERIOSA PIU’…
Misteriosa più del silenzio della notte
attenua i rumori e corre tra le pietre
dizzolla la terra, colma le mani
di fiori, sveglia canterini ruscelli
dove abbevera il canto del grillo.
Il nome sempre vivo del ricordo
che mi condanna all’amore
che mi punisce per i baci
attende il silenzio per fare
gl’istanti d’attesa più gravi
e la tua irruenza a cavallo della Luna,
speranza viva, il ritorno aspetta: mia vita.
Misteriosamente sai darmi oggi la gioia
e domani il tormento da prendermi tutto
e cambiarmi con niente
confondermi e poi farmi ritrovare
e bruciarmi e ardermi ma non sai
spegnere i ricordi che m’accendi.
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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno
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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato
Reno Bromuro |

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