28 marzo 1930
La fascistizzazione della scuola

Per la fascistizzazione della scuola, il Gran consiglio del fascismo stabilisce che i rettori delle università e i presidi di facoltà e di scuole medie siano scelti tra i docenti iscritti al partito da almeno cinque anni. Tra marzo e aprile, prima alla Camera e successivamente al Senato, si svolge la discussione del bilancio del ministero dell'educazione che è occasione di un ampio dibattito sull'argomento. Giovanni GentileAl Senato, il ministro Balbino Giuliano illustrerà il programma di fascistizzazione della scuola elementare, da attuarsi anche con l'adozione del nuovo libro di testo unico di Stato, che entrerà in vigore con l'anno scolastico 1930-1931.

Il Regime fascista che aveva investito della sua furia rinnovatrice, tutte le forme della vita nazionale non poteva trascurare il problema della scuola, quel problema che i precedenti governi demoliberali erano stati incapaci a risolvere. La Riforma - chiamata da Benito Mussolini fascistissima - che Giovanni Gentile attuò nei primi anni del Regime, rappresenta un grande indiscutibile progresso nel campo culturale pedagogico. Essa ha ridato agli studi quella disciplina, quella serietà d'indirizzo che da più anni era mancava e, partendo da una visione unitaria e organica del problema educativo, ha reso più agili e più sostanziosi e meglio rispondenti al concetto formativo della cultura, i vecchi programmi.

Non è qui il caso di tracciare nemmeno per sommi capi, il disegno della Riforma Scolastica quale fu dal legislatore attuata nei vari ordini di istituti. Questo soltanto dirò, che l'opera del Gentile è stata e sarà proseguita e integrata dai suoi successori, fermi restando i criteri ispiratori che la promossero. Sarà così risolto il problema dell’istruzione professionale unificato in un unico Ministero e adattato alle condizioni e alle esigenze economiche nella Nazione e ai principi sanciti nella stessa Carta del Lavoro: compito importante nella vita nazionale affidato ai ministri della Pubblica Istruzione, e studiato in armonia con le iniziative delle Associazioni sindacali. Intanto si constata che la Scuola Nazionale è diventata e va sempre più diventando uno dei massimi strumenti spirituali del Regime.

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RICORDIAMOLI

AMEDEO MODIGLIANI

Amedeo Modigliani nacque a Livorno nel 1884.

Interrotti gli studi di orientamento classico per motivi di salute, si volse alla pittura Amedeo Modiglianistudiando con Micheli, un allievo di Giovanni Fattori e frequentando poi le accademie artistiche di Firenze dove fu iscritto fino al maggio del 1902, e di Venezia, frequentata dal 1903 al 1905. Gli anni di studio a Venezia furono importanti per le aperture culturali dell'artista, che era passato da una formazione accademica ancora legata alle gloriose esperienze dei macchiaioli a un ambiente impregnato di cultura e di novità internazionali quale era Venezia nel movimentato clima delle sue Biennali d'arte.

Già durante il soggiorno veneziano si dedicava all'esecuzione di numerosi disegni di ritratti e di nudi femminili; del 1905 è un ritratto fatto all'amico Mauroner, un tecnico e un teorico dell’incisione all'acquaforte.

Nel 1906 si recò a Parigi, dove frequentò per un certo periodo i corsi dell'Accademia privata Colarossi. I suoi interessi verso l'arte francese furono dapprima assorbiti dalla grafica mordente e spietata di Toulouse-Lautrec,attraverso il quale Modigliani approdò a Beardsley e a Steinlen; si volse quindi a Cézanne e ai fauves, assimilando da questi ultimi quel rapporto linea-colore che affiora non soltanto nella sua opera pittorica ma anche, nella concezione del colore plastico, nella sua scultura.

Gli ambienti vivacissimi di Montmartre prima e di Montparnasse poi, gli incontri con la schiera cosmopolita che fu all'origine della prima Scuola di Parigi, composta di individualità tanto autentiche quanto diverse, il bulgaro Pascin, il russo Chagall, il polacco Kisling, il lituano Soutine, il giapponese Fujita, le scoperte della scultura negra, i contatti con Brâncusi e con Lipchitz, i riconoscimenti del suo primo collezionista Paul Alexandre, di cui eseguì vari ritratti, a cominciare dal 1909, le mostre al Salon des Indépendants nel 1908 e a quello d'Automne nel 1912; Ritratto di donna del Modiglianile relazioni sentimentali con la scrittrice inglese Beatrice Hastings e più tardi con Jeanne Hebuterne, che si uccise il giorno dopo la sua morte, furono avvenimenti che coinvolsero e l'artista e l'uomo: intelligente e acuto ricercatore il primo, fragile e ammalato il secondo, tuttavia non facilmente arrendevole, ne fanno fede il suo ritorno nel 1909 a Livorno e il suo definitivo rientro a Parigi.

Depurato dalle suggestioni letterarie, importante in questo senso fu la biografia curata dalla figlia dell'artista, Jeanne, Modigliani appare il più dotato tra gli artisti italiani in "trasferta culturale" a Parigi e il più preparato a cogliere, tra le diverse tendenze, quella che sentì più urgentemente necessaria a definire il proprio inconfondibile stile.

Praticò la scultura, ancor prima di conoscere Brâncusi, per castigare la tavolozza, per ridurre cioè all'essenziale gli effetti cromatici; disegnò moltissimo per trarre dalla modulazione della linea sinuosa e continua quei valori plastici ed espressivi della composizione formale la cui resa si evidenziava senza l'ausilio del colore e al di là della terza dimensione, se si vuole le sue Cariatidi possono essere viste anche come forme bidimensionali; dipinse nudi femminili e ritratti, perché essenza espressiva della immagine, indagata e colta nelle più complesse apparenze dell'iconografia tradizionale.

Forse proprio nell'approfondimento e nella resa stilistica dell'immagine nelle sue implicazioni psicologiche e nei suoi affanni quotidiani l'artista ricercò, al di fuori di ogni teorizzazione o dottrina di gruppo, un disperato valore di esistenza e una sua poetica dell'arte. Se gli ultimi tre anni di vita furono i più sofferti della sua disordinata esistenza, concepì e realizzò proprio in questo suo ultimo tempo le opere maggiori della sua arte personalissima: Ritratto di Zborowski, a San Paolo, Museu de Arte; Ritratto di Soutine, a Parigi, collezione privata; Ritratto di Kisling, Milano, collezione privata; Ritratto di Jeanne Hebuterne, New York, Guggenheim Museum; Nudo sdraiato, New York, Museum of Modern Art.

Nudo di donna - di Amedeo Modigliani

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IL FATTO

I RAPPORTI EXTRACONIUGALI

Al matrimonio non mancavano altre occasioni per soddisfare tanto i suoi impulsi erotici quanto il bisogno d'affetto o di rapporti intellettuali. Sebbene nell'età classica fosse di regola la monogamia, talora entro le pareti domestiche poteva essere tollerata ed era legalmente tutelata la presenza di una concubina, pallakè. Questa costituiva in pratica un doppione della moglie legittima, dalla quale si differenziava principalmente perché la sua presenza non era garantita da alcun impegno formale, e pertanto poteva essere congedata quando il padrone lo riteneva. D'altra parte si può ritenere che l'uomo greco, che teneva in casa una concubina, nutrisse per lei un rapporto affettivo o, almeno, sentisse un’attrattiva materiale molto più intensa a confronto della moglie.

Figura completamente diversa è quella dell'etera. Il termine hetaìra, propriamente amica, compagna, viene spesso tradotto in italiano con cortigiana, ma è ben distinto dalla pòrne, la prostituta dietro compenso. L'etera solitamente una straniera o una schiava, è la figura di donna veramente libera: si mostra in pubblico, partecipa a banchetti con uomini, è spesso colta, esperta nella danza e nella musica e con queste arti intrattiene i commensali suonando il flauto o danzando. Se la bellezza e l'intelligenza dell'etera in assoluto più famosa, la milesia Aspasia per la quale Pericle aveva ripudiato la moglie legittima, sarà stata eccezionale, si può tuttavia ritenere che il fascino di queste donne derivasse in gran parte dalla loro bellezza e raffinatezza, forse più che dalla soddisfazione sessuale che potevano offrire, e che mostrarsi in pubblico con un'etera di gran classe fosse per l'uomo che poteva permettersi di mantenerla un simbolo di successo. Più rischiosa la pratica dell'adulterio, che era considerato reato e disciplinato da una legge a noi nota attraverso l'orazione demostenica Contro Aristocrate: "Qualora uno uccida un uomo suo malgrado nei giochi o abbattendolo per strada o in guerra senza conoscerlo, o per averlo sorpreso presso la moglie o la madre o la sorella o la figlia o la concubina che mantenga per procreare figli legittimi, l'uccisore non sia soggetto ad accusa".

L'impunità riconosciuta all'uccisore dell'adultero non è da attribuire, come si potesse pensare, a una sorta di giustificazione per causa d'onore o a una considerazione psicologica dello stato d'animo dell'uccisore. L'uccisione dell'adultero è infatti assimilata ad altre tre circostanze di reato non omogenee, la terza delle quali, l'uccisione del brigante, prevede il caso della legittima difesa. Il fatto che la legge intenda come adulterio intrattenere rapporti non solo con una donna maritata, ma anche con una donna nubile o con una concubina, dimostra che il reato non lede l'interesse del marito alla fedeltà della sposa, ma l'interesse del gruppo famigliare, dell'oìkos, che può essere inquinato dall'introduzione di figli bastardi.

La soppressione dell'adultero è quindi una atto di legittima difesa, esercitato dal capo dell'oìkos a tutela di un bene di sua proprietà, non diverso da quello del padrone di casa che uccide il ladro sorpreso a rubare.

Questo spiega perché fare violenza a una donna fosse considerato un reato meno grave che sedurla: l'atto di violenza, ratto o stupro che fosse, si configurava dal punto di vista della parte lesa come un’offesa che non implicava il consenso della donna e quindi non le alienava la fiducia del marito. Malgrado il rigore delle leggi non era raro che anche le donne ingannassero i loro mariti: l'orazione di Lisia Per Eufileto racconta con abbondanza di particolari piccanti come la moglie di Eufileto conobbe durante un funerale il seduttore Eratostene, che riuscì poi a raggiungere la donna grazie all'aiuto di un’ancella e a goderne l'affetto finché, tradito da un’amante gelosa che aveva lasciato, fu sorpreso dal marito in flagranza di reato e ucciso.

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LA POESIA DEL GIORNO

E' MORTO UN AMORE

E' morto un amore
hanno sepolto l'amore.
Chi t'ha ucciso, amore mio?
Era nato a marzo
rinvigorito in aprile
saldato dai dardi cocenti di luglio
incatenato a settembre
risorto con la neve a dicembre.
Sembrava bambino a maggio
ma non profumava di rose.
Giugno scioglieva catene
apriva la gabbia in aprile
ma non volava uccello liberato
fuori di gabbia non cantava più.
Povero amore
grande amore
gioioso amore
triste amore
amore mio!
E' morto un amore
hanno sepolto l'amore
chi t'ha ucciso, amore mio?

Reno Bromuro (da «Il vaso di cristallo»).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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