28 febbraio 1949
Approvazione della legge
del cosiddetto «piano Fanfani»

Per la costruzione di case per i lavoratori, è approvata la legge di applicazione del cosiddetto "piano Fanfani", dal nome del ministro del lavoro che aveva provveduto a elaborarlo. Scopo del progetto è dare impulso all'attività edilizia cercando di alleviare in questo modo la disoccupazione. Amintore Fanfani Esso prevede una spesa di 15 miliardi l'anno, per sette anni, da reperire attraverso prelievi sulle retribuzioni dei lavoratori, contributi versati dai datori di lavoro e l'intervento pubblico. Il piano, che contribuisce all'incremento della costruzione di abitazioni, le "case Fanfani" e a ridurre la disoccupazione edilizia, è criticato dalle sinistre e dalla CGIL perché grava sulle classi meno abbienti e non offre garanzie di equità nei criteri di assegnazione degli alloggi.

Amintore Fanfani nacque a Pieve S. Stefano, Arezzo, nel 1908 morì a Roma, nel 1999. Docente di storia economica e membro del gruppo dossettiano dei "professorini" dell' Università Cattolica di Milano, nel 1946 entrò nel Consiglio nazionale della DC e fu eletto alla Costituente. Ministro del lavoro dal 1947 al 1950, predispose un vasto piano per la costruzione di case popolari; fu poi ministro dell'agricoltura dal 1951 al 1953 e degli interni dal 1953 al 1954. Segretario della DC dal 1954 al 1959, dette al partito una struttura organizzativa autonoma ed efficiente. Dopo le elezioni del 1958 costituì un governo con i socialdemocratici in vista di una possibile apertura al PSI: la reazione interna dei dorotei lo costrinse però inizialmente a lasciare la presidenza del consiglio e la segreteria del partito. Nuovamente capo del governo dal 1960 al 1963, poté infine avviare l'esperimento di centrosinistra.

Divenuto ministro degli esteri dal 1965 al 1968, presiedette nel 1965 la Ventesima assemblea dell'ONU, adoperandosi per la fine delle ostilità nel Vietnam. Nominato senatore a vita nel 1972, l'anno seguente tornò alla segreteria della DC; ostile al "compromesso storico" con il PCI, si dimise nel 1974 in seguito alle sconfitte democristiane nel referendum sul divorzio e nelle elezioni amministrative del 1975. Fu poi presidente del Senato dal 1968 al 1973 e 1976 al 1982 e del consiglio dal 1982 al 1983 e 1987, ministro degli interni nel 1987 1988 e del bilancio 1988 1989.

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RICORDIAMOLI

JEAN YVES COUSTEAU

Jean Yves Cousteau oceanografo e documentarista nato a Saint-André-de-Cubzac nel 1910 morto a Parigi nel 1997. Direttore dal 1957 del Museo Oceanografico di Monaco, prese parte come comandante della nave oceanografica Calypso a numerose spedizioni nel Mediterraneo, nel Mar Rosso e nell'Oceano Atlantico. Come documentarista ebbe in quel settore, vastissimo, del cinema e della televisione un rapporto diretto o mediato col mondo della scienza.

Le categorie dominanti quali il film di ricerca, dove l'indagine è condotta coi mezzi del cinema movimento, sensibilità, della pellicola, Jean Yves Cousteauproiezione per analizzare nuovi processi e raggiungere nuove cognizioni; il film d'insegnamento o didattico, dove il montaggio è in funzione dimostrativa o pedagogica, con pieno rispetto al tema scientifico in atto; il film di divulgazione, generalmente rivolto al grande pubblico e perciò spesso presentato in sale di pubblico spettacolo o alla televisione. Per essere di buona divulgazione tali film non devono mai tradire o alterare lo spirito scientifico nella presentazione accessibile o spettacolare dell'argomento. Il francese Painlevé, nella sua lunga attività di cineasta scientifico, è un esempio di realizzatore di film dei vari tipi descritti, cui Cousteau era diventato espertissimo.

Prima della nascita del cinema, per le loro sperimentazioni sul movimento, il fisiologo francese Marey e il fotografo statunitense Muybridge entrambi nati e morti nello stesso periodo 1830/1904, furono i precursori anche del documentario scientifico, che sui movimenti rapidi e su quelli lenti avrebbe costruito le prime indagini. Il cinema scientifico è venuto esplorando praticamente tutti i campi della scienza; alla biologia, e particolarmente alla zoologia, si dedicò il pioniere italiano Omegna; alla chirurgia Pasinetti, che riprese trentacinque operazioni. L'astronomia e la matematica furono coltivate in Francia. I francesi Cantagrel per il cinema d'insegnamento tecnico, Comandon per la microcinematografia, Cousteau per il cinema subacqueo, Prudhommeau per i film di ricerche psicologiche; i britannici Smith e Field per la serie Secrets of Nature; i sovietici Dolin e Zguridi, maestri sommi della divulgazione sullo schermo; l'italiano Tosi, per i suoi film e quale segretario dell'Associazione Internazionale, promotrice di congressi, conferenze e festival, sono tra gli esponenti più illustri del cinema scientifico. Quanto a Disney, come produttore della serie divulgativa La natura e le sue meraviglie, fu un travisatore della scienza e un manipolatore delle tecniche del cinema scientifico; dalle sue produzioni, dopo la sua morte, sono stati però tratti, togliendo parlato e musica antropomorfi, utili film uniconcettuali didattici. Il cinema scientifico è continuamente in evoluzione nelle sue tecniche così da poter affrontare ogni ramo della fisica, dalla composizione molecolare della materia agli ultrasuoni. Quanto all'apporto della televisione, esso è evidentemente assai rilevante, integrato alle tradizionali tecniche del cinema scientifico sia nella ricerca, sia nella didattica e nella divulgazione.

Pioniere in Francia del film subacquei fu il comandante Le Prieur, che mettendo a punto negli anni Venti e Trenta i primi apparecchi e sistemi tecnici per rendere possibili le riprese sottomarine, aprì la strada al comandante Cousteau. Inventore a sua volta d'uno scafandro autonomo, questi realizzò negli anni Quaranta numerosi cortometraggi a carattere scientifico, prima di passare nel 1956, con l'assistenza di Malle, al lungometraggio Il mondo del silenzio ch'ebbe anche valori artistici e spettacolari. In Italia, ricordando per pura curiosità che Rossellini esordì nel cinema nel 1936 con il cortometraggio Fantasia sottomarina, il precursore in campo spettacolare fu, con Sesto continente, Folco Quilici, che ha poi coltivato, come Bruno Vailati, le riprese subacquee anche in altri documentari. Essendosi le tecniche sempre più perfezionate, anche nel cinema puramente commerciale è frequente imbattersi in intere sequenze girate negli abissi marini. I suoi studi furono indirizzati, oltre che alla difesa dell'ambiente marino, alla ricerca di metodi razionali di sfruttamento delle risorse del mare. Notevole fu anche la sua attività di cineasta; tra i suoi più celebri documentari si ricordano: Il mondo del silenzio, in collaborazione con Malle, film premiato al festival di Cannes del 1956, Il mondo senza sole, Viaggio in capo al mondo. Nel 1988 divenne membro dell'Académie Française.

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IL FATTO

LA LETTERATURA POSTBELLICA

All’indomani del conflitto mondiale e della caduta del fascismo, la letteratura si inserisce spontaneamente nel più vasto movimento della ricostruzione del Paese, che poneva tra i suoi capisaldi l’impegno dell’intellettuale. Possono essere considerate testimoni sensibili di tali atteggiamenti le riviste, comparse sulla scena culturale nell’immediato dopoguerra e nel decennio successivo: Società del 1945, fondata da Ranuccio Bianchi Bandinelli, Romano Bilenchi e Cesare Luporini; La Fiera letteraria, rinata nel 1946 ad opera di Enrico Falqui e Giovanni Battista Angioletti; Il Mondo di Mario Pannunzio; Nuovi Argomenti, diretta dal 1953 da Alberto Moravia e Alberto Carocci e poi, fino alle più recenti riprese, da Enzo Siciliano; Il caffè, fondato nel 1953 da Giambattista Vicari; Il Contemporaneo, attivo tra il 1954 e il 1958, con Romano Bilenchi, Carlo Salinari e Antonello Trombadori, politico, scrittore e poeta in romanesco; Il menabò, fondato da Vittorini e Calvino e attivo dal 1959 fino al 1967 e incentrato sul rapporto tra industria e letteratura; Officina, del 1955-1959, di Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi e Francesco Leonetti e Il Verri fondato da Luciano Anceschi.

Con l’assestamento politico e sociale dell’Italia postbellica, l’adesione all’Alleanza atlantica, la formazione di governi a larga maggioranza moderata e, talora, conservatrice, con l’avvio della ricostruzione economica e dei programmi di ristrutturazione della proprietà agraria, soprattutto nel Centro-Sud, mentre procede impetuosa l’espansione industriale al Nord, la letteratura italiana offre molteplici sfaccettature della nuova composita realtà. Gli scrittori scontano la crisi del Neorealismo, si dividono sulle grandi questioni mondiali: il pacifismo, la guerra fredda, l’angoscia nucleare, la crisi del socialismo reale in Ungheria e, più in generale, dello stalinismo in Unione Sovietica e nel movimento comunista internazionale. Significativi sono, da tale angolo visuale, i casi letterari, in sintonia con quello più clamoroso, proprio perché nato nel mondo editoriale italiano nel 1957, del Dottor Živago dello scrittore russo Boris Pasternak: quello di Riccardo Bacchelli e del suo fluente e poderoso romanzo Il mulino del Po, scritto alla fine degli anni Quaranta e, soprattutto, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, opera di demistificazione dell’epopea risorgimentale e di certa retorica postunitaria, ma sensibile alle problematiche politico-culturali contemporanee e stilisticamente rivolta alla grande tradizione europea, da Balzac e Stendhal alla letteratura inglese ottonovecentesca. L’effetto più durevole fu quello di aprire l’industria culturale italiana a spunti e autentici modelli espressivi della narrativa internazionale, francese in particolare, Sartre e l’Esistenzialismo, Camus, il Nouveau roman, ma anche statunitense. Di conseguenza non sono più configurabili come neorealisti gli esordi e i successivi sviluppi di Leonardo Sciascia con Le parrocchie di Regalpetra, Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Todo modo, fino alle ultime numerose opere di stampo moralista e illuminista, mai avulse dal contesto di una sapiente tecnica narrativa. Il messinese Stefano D’Arrigo ha costituito a suo modo un altro caso critico-letterario con il suo omerico romanzo Horcynus Orca e sempre dall’area siciliana proviene anche l’appartata esperienza stilistico-letteraria di Gesualdo Bufalino con Diceria dell’untore e quella, più estroversa e ancora attivamente presente sulla scena letteraria e politico-culturale, di Vincenzo Consolo con Il sorriso dell’ignoto marinaio e le altre opere impegnate nella ricostruzione d’ambiente intrisa di consapevole sperimentazione stilistica. A tali richiami si legano le esperienze specifiche di ciascuno scrittore, elevate a condizione esistenziale più generale, tra guerra e pace, dittatura e libertà, pubblico e privato, fantasia e realtà: come nel Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli; nel Giorgio Bassani del Giardino dei Finzi Contini e del Romanzo di Ferrara, racconti e storie ferraresi rifusi in volume complessivo nel 1973; e nel Carlo Cassola del Taglio del bosco e della Ragazza di Bube; nel Vasco Pratolini di Cronache di poveri amanti e di Una storia italiana, trilogia comprendente Metello; Lo scialo, e Allegoria e derisione, e Renata Viganò; con L’Agnese va a morire, Beppe Fenoglio, con radici geoculturali contigue a quelle di Pavese, si configura come un narratore colto proprio mentre celebra la saga della resistenza partigiana con I ventitré giorni della città di Alba e il Partigiano Johnny, edito incompiuto nel 1968; la stessa tradizione colta che può avvertirsi nelle prime opere del giovane Calvino del Sentiero dei nidi di ragno e di Ultimo viene il corvo.

È densa, inoltre, in termini di geografia storico-culturale, la narrativa napoletana di Domenico Rea con Spaccanapoli, Gesù, fate luce e, ancora, col più recente Ninfa plebea del 1992; di Giuseppe Marotta con L’oro di Napoli; di Raffaele La Capria con Ferito a morte; di Michele Prisco, saggista e autore di racconti e romanzi, mentre è di assoluto valore nazionale l’attività di commediografo di Eduardo De Filippo.

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LA POESIA DEL GIORNO

IN QUESTA BELLA DOMENICA

In questa bella domenica di maggio
il pianto dell’anima dell’amico
che ha fatto del corpo poesia
come scalpello nel marmo
penetrati in me:assetato di bene:
graffiti nel tempo.
Oggi col pianto doloroso rimbalzano
come onde nell’etere, i suoi versi:
osanna al bene di Cristo ché il male
è quello che vive fuori del corpo.
Attraverso il telefono gocce calde di sangue
come lacrime di bimbo desideroso di correre
è sceso nell’anima mia il suo grido d’amore
come piedi incerti in prati vergini e profumati.
Amico, già troppe lacrime germogliano
e quelle del Poeta
sono diluvi per la sorda umanità: taci!
Il tuo male è come il mio
Senza convalescenza.

Reno Bromuro (da «Poesie sparse»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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