28 aprile 1969
Paolo VI nomina trentatré cardinali

Paolo VI nomina trentatré cardinali, tra i quali l'arcivescovo di Bologna Antonio Poma, l'arcivescovo di Parigi François Marty, il teologo Jean Daniélou.

Paolo VI Papa, al secolo Giovanni Battista Montini fu Papa dal 21 giugno 1963 al 6 agosto 1978; nacque a Concesio, Brescia,nel 1897;figlio di Giorgio, deputato del Partito Popolare per tre legislature; appartenente ad una famiglia borghese di forti tradizioni cattoliche. Paolo VIGiovanni Battista Montini, compiuti gli studi presso il collegio Arici, entrò nel seminario di Brescia dove fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1920.

Nel 1924 era già aiutante nella Segreteria di Stato; parallelamente ebbe l'incarico di assistente sociale della F.U.C.I. Nel 1937 fu nominato sostituto della Segreteria di Stato; nel 1944 divenne con monsignor Tardini il collaboratore più stretto di Pio XII. Il successivo ventennio di collaborazione con papa Pacelli caratterizzò senza dubbio la formazione, la mentalità e l'azione del futuro cardinale e pontefice. Punti fondamentali del futuro "governo" montiniano furono il passaggio dall'era pacelliana a quella giovannea, la svolta mondiale dalla guerra fredda al disgelo, il nuovo porsi della Chiesa romana di fronte al mondo, la problematica sollevata dal Concilio Vaticano II e dal periodo post-conciliare, la questione ecumenica, il fenomeno della secolarizzazione e del dissenso cattolico, i rapporti nuovi ad alto livello politico tra Santa Sede e Paesi comunisti.

Nel 1952 era eletto prosegretario di Stato per gli Affari Ordinari della Chiesa; nel 1954 arcivescovo di Milano; nel 1958 diventava cardinale. Quando papa Giovanni XXIII indisse il Concilio, il cardinale Montini collaborò attivamente, vedi la Lettera pastorale: Pensiamo al concilio, della quaresima del 1962. Alla morte di Giovanni XXIII, Montini gli succedette il 21 giugno 1963

 Primo compito del nuovo papa fu la conduzione di un Concilio non facile come l'ultimo Vaticano. La sua azione si caratterizzò subito per la volontà di portare a termine il discorso innovatore ormai iniziato, anche se essa non poteva prescindere dalla prudenza e dalla ponderatezza di un temperamento e di una personalità per tanti aspetti diversi da quelli di Giovanni. Il Concilio Vaticano terminava l'8 dicembre 1965; cominciava quella che molti consideravano una nuova era della storia della Chiesa romana.

Papa Montini fu da una parte prudente in talune aperture d'ordine disciplinare o d'ordine ecumenico, quale gli incontri con tutte le altre Chiese, ma fermezza sul primato di Roma; e fu dall'altra molto sensibile ai problemi del Terzo Mondo e della pace mondiale. Basti considerare la lettera enciclica Populorum Progressio del 26 marzo 1967 che bene si colloca accanto a quel coraggioso documento conciliare che è la Gaudium et Spes del 7 dicembre 1965. La lettera apostolica Octogesima Adveniens rivela sì l'iterata condanna dell'ideologia marxista e del liberalismo capitalistico, ma anche una forte accentuazione in Montini della sensibilità sociale, che va al di là della Rerum Novarum.

Una rigorosa fermezza anima invece, oltre all'enciclica Humanae vitae sulla regolamentazione delle nascite, i documenti pontifici sul problema della fede e dell'ubbidienza alla gerarchia. Atto estremamente rilevante del suo pontificato fu poi l'anno giubilare, il 1975, caratterizzato non solo dalla facies esteriore ma dal massiccio concorso di otto milioni di pellegrini. L'"Anno Santo" si chiuse l'8 dicembre con la pubblicazione dell'esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, il più lungo documento papale del pontificato di Paolo VI. Dal 1975 al 1978 l'ormai ottantenne papa perseguì sia la sua politica ecumenica sia quella verso i Paesi dell'Est europeo.

Il 28 aprile 1979 Monsignor Agostino Casaroli è nominato prosegretario di Stato, in sostituzione del cardinale Jean Villot, deceduto.

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RICORDIAMOLI

ANTONIO GRAMSCI

Antonio Gramsci nasce ad Ales nel cagliaritano, nel 1891; quarto di sette figli di un impiegato all'ufficio del registro originario di Formia, muore a Roma nel 1937.

Tra i pensatori impegnati nella problematica marxista troviamo Antonio Banfi, che sostiene e offre una filosofia della cultura e una "sistematica razionale del sapere", Galvano Della Volpe ed Eugenio Garin. Il più importante pensatore di questa nuova corrente del pensiero è senza dubbio Antonio Gramsci al cui operato si è usato assegnare il nome di "filosofia della prassi" perché egli afferma che solo la prassi rivoluzionaria permette di superare la contraddizione della società;poiché,"la dialettica porta al superamento sia dell'idealismo sia del materialismo".Antonio Gramsci

Legato culturalmente, anche se sotto forma di polemica allo storicismo crociano, Gramsci si propone una mediazione tra il pensiero di Marx e lo storicismo, e delinea una filosofia che si presenta come concezione storicistica della realtà; giacché solo attraverso la critica della civiltà capitalistica che si è formata o sta formando la coscienza unitaria del proletario, e critica vuol dire cultura, non già evoluzione spontanea e naturalistica. Il concetto di egemonia del proletariato, intesa come capacità "super-strutturale" (vale a dire intellettuale e morale) di guidare verso la rivoluzione "un blocco storico" di forze eterogenee, è già parzialmente elaborato, nasce, infatti, da un costante e puntiglioso confronto con le posizioni più avanzate della cultura borghese, già iniziato dal Croce nel 1914, sottolineata di recente da Norberto Bobbio, tra la nozione di "egemonia", che equivale in pratica a quella di "direzione culturale" e la "categoria leniniana" e leninista della "direzione politica" e della "dittatura del proletariato", rappresenta l'unico elemento di svincolo del pensiero gramsciano dalle secche del volontarismo e dello spontaneismo.

Negli anni 1915/18 Antonio Gramsci si dedica anima e corpo al giornalismo militante, collabora al "Grido del popolo" (ottobre 1914), ed esordisce difendendo Mussolini dalle critiche di Angelo Tasca, ribadendo la necessità di una "neutralità attiva ed operante" del proletariato europeo; due anni più tardi, a Torino, diventa redattore de "L'Avanti" per il quale cura le recensioni teatrali e una rubrica dal titolo "Sotto la mole". L'anno successivo (1917) pubblica "La città futura", numero unico dedicato ai giovani socialisti, progettata prima della guerra insieme a Palmiro Togliatti e Angelo Tasca. In autunno, dopo la sommossa operaia dell'agosto, assume la segreteria della sezione torinese del Partito Socialista; infine passa a dirigere il "Grido". "Sono gli anni, scrive Giansiro Ferrata, in cui maturano insieme ai criteri marxisti gli accenti o fermenti di uno spiritualismo tra etico e pragmatico, che segna il periodo di una maggiore relazione con alcuni nodi culturali del vocianesimo".

Tutti i motivi della formazione culturale di Gramsci acquistano unità dialettica nella stesura di un programma per una democrazia operaia, attraverso "Ordine nuovo" un settimanale fondato nel 1919, insieme con Togliatti, Tasca e Terracini. Una rivista di cultura socialista sì, ma libera da corrente dei partiti o osservanza sindacale. "Ordine nuovo", secondo quanto afferma lo stesso Gramsci un anno dopo l'uscita del primo numero, "genera una vaga passione di una vaga cultura proletaria, non è altro che il prodotto mediocre di un mediocre intellettualismo". Tuttavia esprime un vago progetto di autoeducazione operaia e i diversi elementi di "spiritualismo etico" che in precedenza erano stati accumulati, talvolta disordinatamente, dal crocismo e dal bergsonismo infarcito di meridionalismo d'impronta democratica e vociana, che Piero Gobetti definiva il "problemismo liberale" dei vari Fortunato, Mosca e Salvemini, padri del realismo politico e della sociologia militare.

Dal 1 gennaio 1921, dopo la scissione di Livorno e la costituzione del Partito Comunista d'Italia, "Ordine nuovo" diventa quotidiano e registra una confluenza tra la tattica intransigente e la teoria del partito, pretesa dalla maggioranza di sinistra, e la linea dei dirigenti torinesi che propugnavano la democrazia proletaria e l'autogoverno socialista.

Due anni più tardi, con l'uccisione di Giacomo Matteotti, la ripresa del fascismo è irrefrenabile. Gramsci sostiene che "dopo il discorso del 3 gennaio 1925 ed in seguito all'azione politica esplicata dal fascismo nell'anno successivo, l'unificazione del capitalismo nel blocco industriale agrario si è perfezionata" ritiene perciò che il Partito Comunista debba intensificare la lotta incentrandola a far leva verso la massa permettendo l'alleanza tra operai del Nord e i contadini poveri del Sud, come afferma nel saggio "Alcuni temi della questione meridionale", del 1926, in modo che ci si possa concentrare sugli "elementi dello squilibrio tra l'organizzazione dello stato e la sua base sociale".

Ne "I quaderni dal carcere" (arrestato l'8 novembre 1926 per ordine di Mussolini affinché il suo cervello non funzionasse), Gramsci sviluppa il "blocco storico" di forze sociali da costruire al fine di predisporre un regime di transizione verso il socialismo, dai portatori storici dell'egemonia proletaria, rappresentata dai nuovi intellettuali, che smettendo l'abito cosmopolitico degli intellettuali "tradizionali" devono assommare in sé le qualità dello "specialista" e del "politico", risalta i contenuti dell'egemonia e della sfera in cui essa può manifestarsi ed affermarsi come primo piano superstrutturale, formato dall'insieme di organismi, detti volgarmente privati.

Da sottolineare che per "contenuti dell'egemonia" si intende la "cultura nazionale-popolare" e la "sfera" rappresenta la "società civile" che agisce in rispetto alla struttura dei rapporti economici elementari.

Memore della lezione di Antonio Labriola riordina le sue idee e scrive che lo storicismo marxista: deve necessariamente "dimostrare che la concezione "soggettivistica", dopo aver servito a criticare la filosofia della trascendenza da una parte e la metafisica ingenua del senso comune e del materialismo filosofico, può trovare il suo inveramento e la sua interpretazione storicistica solo nella concezione delle superstrutture mentre nella sua forma speculativa non è altro che un mero romanzo filosofico".

"Il problema più importante - scriverà in seguito nel saggio "Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce" - da discutere è (capire?) se la filosofia della prassi escluda la storia etico-politica, cioè non riconosca la realtà di un momento dell'egemonia, non dia importanza alla direzione culturale e morale e giudichi realmente come "apparenze" i fatti di superstruttura. Si può dire che non solo la filosofia della prassi non esclude la storia etico-politica, ma che anzi la fase più recente di sviluppo di essa consiste appunto nella rivendicazione del momento dell'egemonia come essenziale nella sua concezione statale e nella "valorizzazione" del fatto culturale, dell'attività culturale, di un fronte culturale come necessario accanto a quelli meramente economici e meramente politici. (...) La filosofia della prassi criticherà quindi come indebita e arbitiraria la riduzione della storia a sola storia etico-politica, ma non escluderà questa. L'opposizione tra il crocismo e la filosofia della prassi è da ricercare nel carattere speculativo del crocismo".

Da ciò si deduce che solo da una società rinnovata si può attendere, insieme al rinnovamento dei rapporti economici, politici e sociali, anche il rinnovamento artistico: "La premessa della nuova letteratura - egli afferma - non può non essere storica, politica, popolare, deve tendere ad elaborare ciò che già esiste, polemicamente o in altro modo non importa; ciò che importa è che essa affondi le sue radici nell'humus della cultura popolare così come è, coi suoi gusti, le sue tendenze, ecc., col suo mondo morale e intellettuale, sia pure arretrato e convenzionale".

Invece, nelle "Lettere dal carcere" (Edizioni Einaudi 1947), non è più il teorico a parlare, o l'organizzatore politico, o il meticoloso postillatore del materiale che gli capitava tra le mani durante il carcere di Turi, ma è l'uomo con i suoi affetti, che dal fondo di una condizione di dolore e di offesa riesce a dare testimonianze con socratica serenità.

(estratto del saggio del sottoscritto: "Antonio Gramsci - Il materialismo storico-dialettico")

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO

FERDINANDO RUSSO

Ferdinando Russo nacque a Napoli il 25 novembre 1866. Abbandonò gli studi per assecondare la passione giornalistica. Lavorò al Pungolo, al Mattino e al Mezzogiorno.

Ferdinando RussoCome Di Giacomo prese ispirazione dalla realtà della strada, anche se gli esiti furono sicuramente diversi: Russo non trasfigura l'elemento popolare ma lo utilizza in chiave realistica, per evocare dal profondo l'anima sonora, i sentimenti e le vicende sociali e politiche del suo popolo. In questo senso, gli episodi più importanti della poesia di Ferdinando Russo sono contenuti nelle immagini di vita dolente permeata di saggezza o nelle minuziose descrizioni di persone ed ambienti popolari, ovvero di modi di sentire pieni di un valore politico, come nel poema "O luciano d' 'o Rre" del 1910, racconto amaro del popolano rimasto fedele al Borbone e soprattutto ad un modo di vivere scomparso con la modernizzazione savoiarda, o specialmente nella raccolta "'E scugnizze - Gente 'e malavita", dove il gusto della descrizione del particolare sordido o violento viene portato ai livelli stilistici più alti.

Questa inclinazione derivò da una frequentazione diretta degli ambienti descritti e non si trasformò mai in oleografia o in esercizio manieristico, soprattutto per l'attenzione stilistica applicata dall'attività giornalistica, che rendeva sempre efficace l'esposizione di un suo pensiero.

Da qui il sapore speciale delle liriche messe in musica come canzoni napoletane e soprattutto l'invenzione del genere della "macchietta", breve componimento fatto per essere interpretato da un attore e da un cantante riuniti nella persona di un singolo esecutore, che doveva essere bravo ad intonare ma anche a tratteggiare comicamente, con la parola, la mimica ed il travestimento, un carattere o una mania. Nel genere eccelse Nicola Maldacea, per il quale Ferdinando Russo creò i primi esempi, con la musica di Vincenzo Valente, da "L'elegante" a"Pozzo fa'o prevete?".Ferdinando Russo morì a Napoli il 30 gennaio 1927

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LA POESIA DEL GIORNO

SE M'ADDORMENTO

Se m'addormento svegliami
se non mi sveglierai troverai
al tuo fianco il cuore freddo.
Ma tu mi sveglierai.
E' triste questa notte di ansia e di paura,
non un grillo canta sotto la luna,
anche le cicale tacciono.
Sull'albero giovinetto ancora
un usignuolo tenta il suo canto
ma è subito silenzio.
La città nuova abitata da spettri robotizzati
è una tomba enorme.
Solo un cane guaisce in lontananza e il battito
fremente del mio cuore.
Un usignuolo tenta il suo canto
ma è subito silenzio.
Il respiro non muove una fronda
una folata di vento vorrei.
Se m'addormento svegliami
non lasciare che il cuore
diventi freddo.
Basta la mia paura!
Reno Bromuro (da Musica bruciata).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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