27 settembre 1660
Vincenzo de' Paoli e i galeotti

Nel 1605, Vincenzo de' Paoli, che da poco era stato consacrato prete, mentre compiva un viaggio in barca da Marsiglia a Narbona, fu fatto prigioniero dai pirati barbareschi, condotto a Tunisi e venduto come schiavo. Costretto per qualche tempo a remare su una galera, il prigioniero prese coscienza delle atroci condizioni dei galeotti. Rientrato in Francia, dopo aver convertito al cattolicesimo il suo padrone, Vincenzo de' Paoli fece voto di alleviare le condizioni di quegli infelici. Alcuni anni dopo, riuscì a farsi nominare cappellano generale delle galere reali: poteva cosi mantener fede al suo giuramento.

Le galere che allora navigavano sul Mediterraneo erano barche veloci di 50 metri di lunghezza per 9 di larghezza circa, con due o tre alberi. Esse avevano ad ogni lato circa 26 remi manovrati da quattro o cinque galeotti. Costoro venivano incatenati ai loro posti e appena accennavano, sopraffatti dalla fatica, a rallentare i movimenti delle braccia dovevano subire le frustate dei crudeli capiciurma.

Vincenzo de' Paoli si adoperò per migliorare la vita di questi esseri sfortunati, che spesso si trovavano in quello stato per aver commesso un piccolo furto o per aver abbracciato la religione protestante. Ottenne che questi uomini fossero nutriti meglio e trattati com’esseri umani. La carità di Vincenzo de' Paoli si manifestò in altri campi. Creò la Congregazione dei lazzaristi, aiutò l'infanzia abbandonata, i poveri e gli ammalati. Il 27 settembre 1660 Vincenzo de’ Paoli mori e, dopo essere stato canonizzato, nel 1885 fu dichiarato patrono delle opere di carità.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1538: II turco Barbarossa sconfigge Andrea Doria vicino a Corfù.

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RICORDIAMOLI

ANDREA DORIA

Andrea Doria nacque a Oneglia nel 1466, da Ceva, appartenente al ramo dei Doria di Oneglia, cominciò ad avere una parte nelle vicende politiche del suo tempo combattendo in Corsica; lottò poi contro i Francesi, signori di Genova, collaborando alla loro cacciata nel 1512 e respingendoli nel 1513.

Ammiraglio e statista nel 1515 divenne appaltatore di galee per conto del governo di Genova, tornato sotto la protezione della Francia; non essendo riuscito a difendere Genova dagli ispano-pontifici, che se ne impadronirono, nel 1515 passò al servizio di Francesco I.

Nel 1525 fallitogli un tentativo di occupare Genova, si pose al servizio di Clemente VII, poi nel 1527 nuovamente di Francesco I e lo stesso anno riuscì, mentre il Lautrec bloccava la città da terra, a cacciare gli Spagnoli da Genova e a fare nominare governatore della città un milanese, detto il Trivulzio, anziché un francese.

Caduta la possibilità di varare un progetto di riforma costituzionale, passò con un calcolato e clamoroso gesto politico al servizio di Carlo V, ottenendo per Genova, con la Convenzione di Madrid del 1528, la piena indipendenza della repubblica. Priore perpetuo dei Sindacatori, di fatto signore a vita, represse le varie congiure contro la repubblica, di cui la più nota è quella di Gian Luigi Fieschi del 1547, che ebbe come conseguenza l'uccisione del nipote di Doria Giannettino.

Compiute le vendette e designato proprio erede Gianandrea, figlio di Giannettino, Andrea Doria seppe conquistarsi l'appoggio di tutti i Genovesi facendo fallire il progetto spagnolo di costruire una fortezza a Pietraminuta e favorendo la riforma della Costituzione del 1528, troppo favorevole ai nuovi nobili.

Dopo il 1528 il Doria prese parte nel 1532 alle lotte contro la Francia, nel 1538 contro i Turchi e nel 1541 contro Algeri, dove salvò la spedizione cristiana dal disastro. L'ultima sua impresa fu di comandare, nonostante l'età avanzata, le forze inviate in Corsica a domarvi l'insurrezione di Sampiero di Bastelica, istigato da Francesi e Turchi. Fu insignito da Carlo V del Principato di Melfi.

Bibliografia
C. Capasso, Paolo III, Messina, 1928; I. Luzzatti, Andrea Doria, Milano, 1943; V. Vitale, Breviario della storia di Genova, 2 voll., Genova, 1955; P. Boccardo, Andrea Doria e le arti, Roma, 1986

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L’ANEDDOTO

PERSONAGGI PADULESI "Viaggio a Napoli"

27 SETTEMBRE 1940, un telegramma annunciava la morte del marito della sorella di mia madre, che abitava a Bagnoli, Napoli; quindi raccomandò i suoi figli ai nonni e agli zii e si mise in cammino per raggiungere la Stazione ferroviaria. Elusi la sorveglianza, per la distrazione di un secondo da parte di nonno, che si era concentrato per infilare l’ago, che non c’ero già più e scappai.

Correvo per lo scosceso pendio, fino a Ravano, come il vento per raggiungere mamma e andare con lei a Napoli.

Mi fermai un attimo, contento di aver messo molta distanza tra me e il paese, dove nonno e gi zii si trovavano. Camminavo spedito e spensierato, convinto che la sera avrei visto Napoli. Già pregustavo la gioia che avrei provato, anche se di lacrime ne avrei viste a fiumi, quando mi trovo avanti mio nonno con un nerbo di bue in mano. Da dove era venuto? Aveva messo le ali? Ovviamente la sua esperienza contro i miei otto anni due mesi e venticinque giorni, aveva vinto l’esperienza. Mi era piovuto avanti attraversando i campi mentre io avevo seguito la strada.

Nonno m’incitava di riprendere la strada del ritorno altrimenti avrei assaggiato il nerbo di bue ed io a ribattere che sarei andato a Napoli, allora mi fece assaggiare il nerbo di bue, e mi frustava spingendomi a risalire verso Paduli. La storia durò per quattro chilometri circa, io non cedevo e tentavo di sfuggirgli e lui mi prendeva e mi frustava. Giunti alle porte del paese chiesi un attimo di tregua mi sentivo svenire, ma lui: niente! Ero per terra, mezzo morto, quando apparve mia madre che ancora non si era mossa dal paese e tanto piansi, un poco per il dolore delle scudisciate, ma tanto per la caparbietà di voler essere a Napoli per quella sera, non un’altra sera.

- Va bene, lo porto con me, così anche voi avrete più tempo libero di pensare ai più piccoli.

Nonno si allontanò infastidito ed io ripresi la strada per la stazione.

Appena giunsi a Napoli la prima cosa che vidi fu un plotone di soldati tedeschi che, scesi dal treno, s’incamminavamo marciando per andare non so dove.

Non vidi più niente perché tra corse e funerali ero tanto stanco che al mattino del 28 verso mezzogiorno mi svegliò mia cugina con un bacio in fronte

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LA POESIA DEL GIORNO

FUORI IL BALCONE

Fuori il balcone, nel vaso grande,
il pesco che piantò mio padre
è alto, è più alto di me;
le foglie cominciano a cadere
mia nonna ha preparato un vestito nero
e piange. Il marito glielo strappa di mano
e lo butta, con foga, nel camino acceso.

Fuori il balcone, il pesco piantato
da mio padre, comincia a perdere le foglie
e i reduci a carovane passano per Paduli.

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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