27 novembre 1942
Il «Casabianca» lascia Tolone

Nel corso della seconda guerra mondiale, gli eserciti inglese e americano, l’otto novembre 1942, sbarcarono nell'Africa del Nord, compiendo il primo passo per la liberazione dell'Europa dal dominio della Germania nazista.Sottomarino Casabianca

L'undici novembre, l'esercito tedesco inizia l'occupazione delle regioni francesi ancora libere e raggiunge le rive del Mediterraneo. Nel porto di Tolone, la flotta francese ha ricevuto l'ordine d'autoaffondarsi piuttosto che cadere in mano ai tedeschi.

Il comandante del sottomarino Casabianca rifiuta d'obbedire e decide di raggiungere l'Algeria.

Alle 5 di mattina del 27 novembre 1942, mentre i tedeschi invadono Tolone, il comandante da ordine di salpare. Il Casabianca scivola nell'acqua. Le sentinelle nemiche di guardia sulle dighe del porto, colte di sorpresa non reagiscono.

Il sottomarino arriva davanti alla rete d'acciaio che chiude lo specchio d'acqua del porto, quando una bomba esplode alle sue spalle. I marinai francesi che sorvegliano la rete aprono un passaggio e il Casabianca s'indirizza verso il largo. Il comandante ordina l'immersione e il sommergibile scompare nelle acque.

Il Casabianca è ormai in mare aperto quando la rimanente flotta s'autodistrugge. Il Casabianca arrivò a Algeri il primo dicembre e poté dare il suo contributo alla guerra contro i tedeschi.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1860:La Savoia è annessa alla Francia.

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RICORDIAMOLI

TRILUSSA

Trilussa pseudonimo del poeta Carlo Alberto Salustri nato a Roma il 26 ottobre 1871 da Vincenzo, cameriere e da Carlotta Poldi, sarta. Rimasto orfano a soli quattro anni fu ospitato, insieme con la madre, nel palazzo del padrino, il patrizio romano Ermenegildo De' Cinque Quintili.

Carlo Alberto Salustri, detto TrilussaCarlo Alberto studiò presso i Fratelli delle Scuole Cristiane, ma solo fino al 1886. Cominciò giovanissimo a scrivere poesie in italiano, adottando poco dopo il dialetto romanesco.

Esordì nel 1889 con Stelle de Roma, una serie di elogi delle ragazze più belle di Roma, che era solo un timido avvio alla sua poesia ma ebbe il merito di introdurlo nel giornalismo e dove già si affermavano le qualità elegiache e satiriche che lo avrebbero caratterizzato negli anni futuri.

Attraverso le varie raccolte: Quaranta sonetti romaneschi, Favole romanesche, Caffè concerto, Er serrajio, Ommini e bestie, Le storie, Le cose, La gente, Cento favole, Cento apologhi, Trilussa conquistò uno spazio originale nell’ambito della poesia dialettale contemporanea. Il tirocinio giornalistico compiuto su Rugantino e Don Chisciotte rivelò a Trilussa la propria inclinazione per i fatti di costume e per gli aspetti quotidiani della realtà. Gli spunti della cronaca stemperati nella saggezza icastica della tradizione popolare romana fornirono materiale per il discorso favolistico, in cui raggiunse il massimo della sua espressività. La personalizzazione di un mondo animale dei più originali e gustosi attribuisce alle favole di Trilussa un'autonomia narrativa anche indipendentemente dalla morale che esse suggeriscono. La sua cifra poetica, spesso affidata a un'immagine che si chiarisce in una brusca "verità", trova i propri antecedenti in autori quali Stecchetti, Panzacchi, Gozzano, Palazzeschi, oltre che nella tradizione satirica classica, fino alle pasquinate.

Il libro numero nove comprende poesie scritte fra il 1921 e il 1927 in quel clima politico che vide la marcia su Roma e la progressiva conquista, da parte del fascismo, delle leve dello stato. A differenza di altri libri di Trilussa, che alternano l'apologo alla critica di costume, il Libro numero nove è dedicata a cogliere, in un tono sorridente o risentito, i giochi di prestigio di individui che si adeguano alle circostanze. L'aspirazione di tutti, nell'ambito dei rapporti privati o della vita pubblica, è di inserirsi senza scosse in un mondo che si trasforma soltanto in superficie perché la legge che v’impera è quella, eterna, del lupo e dell'agnello. Quindi, per chi sta in basso, la cautela innanzi tutto:

"Per questo, ner risponne a quarche amico
che vorebbe sapé come la penso,
peso e misuro tutto quer che dico".

Trilussa non ha certo un parametro politico per giudicare la società che lo circonda, ma, con le sue capacità di osservatore, riesce a penetrare in quelle piccole disarmonie che scuotono la capitale addormentata sui suoi fastigi. Anche se la nuova realtà non lo turba in profondo e il poeta concede lunghe pause al ricordo della giovinetta che se ne fugge e alla vecchia commedia dell'amore che recitano in ogni tempo gli uomini e, soprattutto, le donne.

Le cose, che risale a un periodo precedente al Libro nove, rappresenta in modo più completo l'arte di Trilussa, perché non si limita a registrare frammenti dalla realtà quotidiana in chiave satirica, ma si abbandona volentieri a quel lirismo di intonazione crepuscolare che ha dato alcuni fra i risultati più validi di tutta la sua opera. È stato notato, per esempio, la scarsa fedeltà del poeta al vernacolo puro, giustificandola con le esigenze della massima accessibilità per un pubblico sempre più vasto, non strettamente legato a un esercizio di perizia filologica trasteverina. Ma questa particolarità del suo linguaggio si spiega anche con il tramonto definitivo della vecchia Roma papale e la stabilità che la città eterna aveva acquisito nelle sue funzioni di capitale d'Italia.

E da allora per tutta la vita non smise più: con una ricchezza, fertilità e varietà di invenzioni che lo mettono di gran lunga al di sopra d'ogni altro favolista nostro, d'ogni tempo. Questo merito e vantaggio di Trilussa su tutti, non è stato detto ancora abbastanza. Trilussa non ebbe soltanto un’eccezionale facilità combinatoria sugli elementi tradizionali della favola: ma ne arricchì lui il repertorio straordinariamente, inventando di sana pianta, e di disegno tutto nuovo, centinaia e centinaia di originali favole e apologhi. Il Poeta si spense il 21 dicembre 1951 a Roma nella sua casa di Via Maria Adelaide dive era vissuto,in un pittoresco disordine da scapolo; tre settimane prima che il presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, lo aveva nominato senatore a vita.

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IL FATTO

LA GUERRA DEI CONTADINI

E’ chiamata così la rivolta armata che sconvolse gli Stati meridionali della Germania nel 1524-25, quando folle di contadini protestanti si unirono in lega sotto la guida di Müller di Bulgenbach, per reclamare "Dodici Articoli, dell’aprile 1525" che prevedevano l'abolizione della servitù della gleba e la distribuzione delle terre confiscate alla Chiesa dai principi passati al luteranesimo, in nome di una società egualitaria e senza vincoli feudali e personali. Sotto la guida di Thomas Müntzer, Metzler, Geyer, Götz von Berlichingen, la rivolta investì anche le città seminando terrore con uccisioni e saccheggi.

Martin Lutero in un primo momento appoggiò la protesta dei contadini ma, al crescere delle violenze, ne sconfessò l'operato pubblicando nel 1525 Contro i contadini che si son raccolti in bande di briganti e di assassini. I principi organizzarono un esercito che operò con la massima spietatezza e sconfisse i rivoltosi a Frankenhausen il 15 maggio 1525: Müntzer e altri capi catturati vennero giustiziati pubblicamente.

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LA POESIA DEL GIORNO

LA SETE DI TE

La sete di te arde nell'anima
in questa notte di fame e lieve
la mano si leva fino a cingerti la vita.

Sete di terra riarsa.
Sete di sole cocente.
Sete di pulizia.

Sete di vita come avide radici.

In questa notte di fame vagano gli occhi
alla ricerca dei tuoi che nel buio selvame
di questo lago inquinato vanno chiamando i miei.

Ti attendo impavido e assetato!

Sei piena di luce,
quella che avvolge i miei sogni
e di ombre piena, sono quelle
che racchiudono le mie speranze.

Mi segui come la luna la terra!
Ti cerco come le stelle la notte!

Intanto la sete brucia
l'anima e incendia il corpo
perché il tuo già arde.

Reno Bromuro (da "Senza levatrice" Edizione Albatros Roma 1983)

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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