27 febbraio 1956
Si apre a Roma il V congresso della CGIL
Si apre a Roma il V congresso della CGIL, che si concluderà il 4 marzo. È presente, dopo una lunga assenza per motivi di salute, il segretario generale Giuseppe Di Vittorio, che viene confermato in carica, come pure i segretari comunisti Secondo Pessi e Renato Bitossi e i segretari socialisti Oreste Lizzadri e Fernando Santi. Il presidente Gronchi visita gli USA. Il 28 avrà un primo colloquio e il 3 marzo un secondo colloquio con il presidente Eisenhower. Interverrà il 29 al Congresso statunitense. Il 3 marzo avrà un secondo colloquio con Eisenhower.Il 4,intervenendo al Parlamento canadese, polemicamente chiederà l'applicazione dell'art. 4 del Patto atlantico, volto a estendere dal campo militare a quelli economico-sociale e politico la collaborazione tra gli alleati.
La C.G.I.L. (Confederazione Generale
Italiana del Lavoro). E’ un’organizzazione
unitaria dei lavoratori di ogni categoria e dei
loro sindacati. Preparata dal Patto di Roma,
accordo
dei rappresentanti dei partiti socialista,
comunista e democristiano, del giugno 1944 con la
volontà di realizzare l'unità sindacale con
l'approvazione di tutti i partiti antifascisti e
delle autorità alleate, la confederazione si
costituì, dandosi uno statuto provvisorio, nel
Congresso di Napoli del gennaio 1945, che elesse
segretari generali Grandi, Lizzadri e Di
Vittorio.
Quest'ultimo, in seguito rieletto alla guida della C.G.I.L., legatosi sempre più alla politica del P. C. I., attraversò una crisi che condusse alle scissioni sindacali della corrente cristiana e socialista, avviando in Italia un'esperienza di pluralismo sindacale con la nascita della C.I.S.L. e della U.I.L. Alla morte di Di Vittorio nel 1957, fu eletto segretario della confederazione Agostino Novella, con Ferdinando Santi come segretario aggiunto. Nel 1970, anno in cui l'organizzazione sindacale si dava nuove norme statutarie realizzando un'importante revisione interna, venne eletto segretario Luciano Lama, che guidò la C.G.I.L. nel tentativo di ricostituire una realtà unitaria tra i differenti sindacati fino al Convegno dell'Eur e alle esperienze consociative dei primi anni Ottanta; in seguito sono stati eletti Antonio Pizzicato, Bruno Trentin, riconfermato nel 1991 e, dopo le sue dimissioni, Sergio Cofferati nel 1994, che nel 2002 lasciava a favore di Epifani. Al XII Congresso di Rimini dell'ottobre 1991, è stato approvato un nuovo statuto che, pur non mutando la natura "politica" dell'organizzazione sindacale, ha introdotto accanto all'Assemblea congressuale, che rimane il massimo organo decisionale, due nuovi organismi direttivi: aboliti il Consiglio generale e il Comitato esecutivo, sono sorti il Comitato direttivo e il Centro confederale, dalla fisionomia ancora incerta ma che si presenta come organismo snello destinato ad affiancare la segreteria. Successivamente la C.G.I.L., la C.I.S.L. e la U.I.L., unite da un patto federativo, non hanno mantenuto sempre un accordo di intenti nell'azione sindacale.
Bibliografia
G. Candeloro, Il Movimento sindacale in Italia, Roma, 1950; L. Marchetti, La Confederazione Italiana del Lavoro negli atti, nei documenti, nei congressi (1906-1926), Milano, 1962; D. L. Horowitz, Storia del movimento sindacale in Italia, Bologna, 1966; A. Pepe, Storia della C.G.I.L. dalla guerra di Libia all'intervento 1911-1915, Bari, 1971; M. Regini, E. Reyneri, Lotte operaie e organizzazione del lavoro, Padova, 1971; V. Foa, La cultura della C.G.I.L., Torino, 1984
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RICORDIAMOLIGIUSEPPE DI VITTORIO
Giuseppe Di Vittorio nacque a
Cerignola nel 1892 e si spense a Lecco nel 1957.
Figlio di poverissimi braccianti, assai attivo nel
sindacalismo di ispirazione anarchica a cominciare
dal 1911, entrò successivamente nel Partito
Socialista e venne eletto deputato nel 1921.
Tre
anni dopo confluì nel Partito Comunista e nel 1926
dovette esulare in Francia, dove lo raggiunse una
condanna da parte del tribunale speciale fascista.
Nel 1936 combatté a capo della XI e XII Brigata
Internazionale. Catturato dai Tedeschi in Francia,
fu consegnato ai fascisti, che lo relegarono a
Ventotene. Nel 1944, assieme ad Grandi e
Buozzi, fu il principale artefice dell'unità
sindacale nella rinata C.G.I.L., della quale
divenne segretario generale nel 1945.
Dopo le scissioni del 1948 della corrente sindacale cristiana, egli rimase leader indiscusso della C.G.I.L., quale capo della corrente comunista. Assai vicino a Togliatti ed eletto dalla prima legislatura repubblicana nelle file del P.C.I., Di Vittorio improntò la sua azione sindacale a uno stretto legame tra militanza politica e sindacale, con una coerenza tale da condurre alcuni a definire il suo sindacato come una "cinghia di trasmissione" delle decisioni del Partito comunista ai lavoratori.
Rappresentante autorevole del movimento comunista e operaio a livello internazionale, fu anche presidente della Federazione Sindacale Mondiale, egli rimane uno dei protagonisti principali del sindacato in Italia nel difficile periodo della ricostruzione del dopoguerra. Le nuove generazioni sanno poco o nulla di Giuseppe Di Vittorio, certamente una delle personalità più ricche e affascinanti espresse dal movimento sindacale italiano, e la responsabilità di questa lacuna deve pesare sulla Cgil, che quasi nulla ha fatto per farlo conoscere.Riassumere in poche note la sua vita, da umile bracciante nato nel 1892 a Cerignola a leader carismatico della Cgil morto repentinamente nel 1957 a Lecco, dopo un incontro con i delegati, è un’impresa ardua, se si vuole restituire almeno il segno di un’esistenza trascorsa dalle precoci esperienze sindacali alla strenua lotta antifascista, che gli costò il carcere e l’esilio in Francia, da cui passò in Spagna per combattere nelle Brigate internazionali, per arrivare - negli anni della vita democratica italiana – alle mille battaglie per affermare il diritto al lavoro, al benessere, per la ricostruzione dell’Italia, per l’edificazione di uno stato repubblicano. Ricca è la bibliografia su Giuseppe Di Vittorio, e a questi volumi si rimanda per informazioni dettagliate e per la lettura diretta di molti dei suoi discorsi, che, ancor oggi, colpiscono per le straordinarie intuizioni e per la attualità dei ragionamenti.
Profondamente comunista, visse la militanza
politica così come quella sindacale come
un’adesione quasi fisica ai bisogni umani,
esercizio di moralità mai disgiunto dalla volontà
di risolvere i problemi dei lavoratori in una
visione unitaria e democratica. Firmatario del
Patto di unità sindacale di Roma del 1944 con
Achille Grandi per i democristiani e Emilio
Canevari per i socialisti, divenne segretario
generale della Cgil unitaria e poi, dopo la
scissione, della Cgil fino alla sua morte; tra le
sue innumerevoli iniziative, va almeno ricordato
il Piano per il lavoro, del 1949. Un
progetto di sviluppo economico, per molti versi
certamente manchevole, ma finalizzato all’aumento
dell’occupazione e alla crescita del Sud, per la
cui realizzazione Di Vittorio chiamava a
raccolta tutte le risorse pubbliche e private,
rivolgendo contemporaneamente un appello alla
classe operaia del nord perché concorresse, sulla
base di un programma, alla ricostruzione del paese
e al suo sviluppo.
La
sua convinta adesione agli ideali comunisti fu
comunque sempre contraddistinta da una totale
autonomia, che ebbe il suo momento più noto nella
condanna decisa della feroce repressione sovietica
in Ungheria nel 1956:"Il socialismo è
libertà,il socialismo è giustizia, bontà, umanità.
Senza consenso popolare e senza puntare sulla
conquista ideale e politica e non sulla
coercizione si rischia di far fallire ogni sforzo
collettivo di ricostruzione e di rinnovamento".
Un altro punto fermo del suo pensiero fu il rifiuto della violenza nelle lotte di massa e nell’azione del movimento sindacale, convinto come era che nel nuovo regime democratico ai lavoratori erano dati gli strumenti pacifici per sviluppare le loro rivendicazioni e per allargare la loro influenza sugli altri ceti della popolazione italiana. Anche per questo, si impegnò in prima persona nell’elaborazione della Costituzione e, nell’attività parlamentare alla Camera, per la promulgazione di molte leggi sociali. Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli sbagli della organizzazione che dirigeva, e memorabile in questo senso rimane il discorso al comitato direttivo della Cgil dell’aprile del 1955, dopo la sconfitta alle elezioni dei rappresentanti dei lavoratori alla Fiat.
Fino agli ultimi giorni della sua vita, Giuseppe Di Vittorio continuò la lotta per l’unità sindacale, a proposito della quale scriveva: "Per salvaguardare la propria unità e la propria efficienza il sindacato deve tener conto che di esso fanno parte lavoratori di differenti e opposte ideologie, per cui è obbligato a non urtare sentimenti e convinzioni dei lavoratori delle varie correnti. Da ciò deriva la necessità che il sindacato come tale si astenga dal prendere una propria posizione di natura strettamente politica, Vi sono però problemi politici che si intrecciano con quelli sociali e che perciò possono essere di grande interesse per tutti i lavoratori. Su questi problemi il sindacato deve prendere e sostenere attivamente una propria posizione".
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IL FATTO
LE FIGURE DI VITTORINI PAVESE E GADDA
A
parte si possono situare Alberto Moravia
che, dopo l’esordio di capitale importanza con
Gli indifferenti, ha proseguito la sua
copiosissima attività di scrittore di romanzi e
racconti tra Realismo di stampo manzoniano
ottocentesco e Neorealismo venato di echi e
suggestioni decadentistiche e, poi, sempre più
attualizzanti, la psicanalisi, l’impegno politico,
la scoperta del Terzo Mondo; Elio Vittorini,
passato dagli astratti furori di Conversazione
in Sicilia alla prospettazione di un impegno
del letterato come intellettuale tecnico, distante
dalla politica pura ma rivolto alla
modernizzazione della realtà socioculturale,
soprattutto nella rivista Il Politecnico
uscita tra il 1945 e il 1947. È notevole, inoltre,
il suo ruolo di teorico delle due tensioni ovvero
della necessità di armonizzare la cultura
scientifica con quella umanistica, così come la
prolungata attività di consulente editoriale. Si
esalta con lui la figura del lettore,
selezionatore critico dei libri degli altri
scrittori, che avrà un rilievo sempre crescente
nell’industria culturale dell’ultimo trentennio
del Novecento, ispirando in tale direzione
l’attività di Italo Calvino e di Umberto
Eco.
In questo senso Cesare Pavese si configura come il modello dell’intellettuale letterato antifascista che mira a tenere unite le proprie radici e le suggestioni culturali internazionali. Produttore in sommo grado di miti rurali e interiori, Il compagno, I dialoghi con Leucò, La luna e i falò, Pavese è, tuttavia, insieme a Vittorini, protagonista dello svecchiamento della cultura italiana, antifascista e non, crociana e non, attraverso un dinamismo editoriale che trova i suoi riferimenti nella letteratura nordamericana degli anni Trenta e nell’immissione della cultura linguistico-letteraria anglosassone nell’ orizzonte culturale italiano. Ma i risultati artistici più significativi sono raggiunti, prima e dopo la guerra, da Carlo Emilio Gadda, grazie al suo straordinario linguaggio grottesco e irridente, in particolare Quer pasticciaccio brutto de via Merulana del 1947, poi riedito nel 1957, oggetto di studio e rivalutazione da parte della critica, e ormai ritenuto tra i più alti riferimenti del romanzo italiano del Novecento, soprattutto dopo la pubblicazione dell’edizione definitiva della Cognizione del dolore nel 1989.
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LA POESIA DEL GIORNO
COME TI SENTO
Come ti sento a volte contrariata con me
che sono un perdente vincitore,
perché non sai che con me hanno vinto
i derelitti che non vuoi ascoltare,
gli emarginati che vuoi ignorare.
Eppure sento, camminano con me
eppure li sento, cantano con me.
Cantano per le strade le mie parole
e sono volti che io non conosco
sono un volto che non conoscono.
E' bello sapere che sono il più forte
dentro porto gli occhi di noce
nell'anima, l'amore sognante:
il tuo volto di luna, raggiante di sole.
Reno Bromuro (da «Senza levatrice»)
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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno
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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato
Reno Bromuro |

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