26 ottobre 1860
L'incontro di Teano

A Calafatimi, il 15 maggio 1860, ebbe luogo il primo scontro tra le "camicie rosse" garibaldine e le truppe dell'esercito borbonico. La vittoria spettò ai garibaldini e le truppe regie furono costrette alla ritirata. Garibaldi puntò alla volta di Palermo, dove poté penetrare grazie anche ad un'insurrezione popolare. Dopo una lotta durata dal 27 al 30 maggio Palermo cadeva nelle mani di Garibaldi. Il 20 agosto Garibaldi e le sue truppe superavano lo stretto di Messina e sbarcavano in Calabria accolti dalla popolazione come liberatori. Il re Francesco II abbandonava Napoli e si rifugiava a Gaeta, mentre Garibaldi entrava trionfalmente nella città accolto con entusiasmo dalla popolazione.

L'Italia meridionale era in sostanza liberata. Cavour però si rendeva conto che Garibaldi e i democratici avevano un largo seguito popolare e volevano attuare riforme sociali, che potevano sovvertire l'ordine costituito. Cavour fece quindi intervenire l'esercito regolare piemontese, sotto il comando dei generali Fanti e Cialdini. Mi domando: "Perché Garibaldi cedette alla volontà di Cavour? E perché quando incontrò Vittorio Emanuele II a Teano, gli consegnò l’Italia sopra un piatto d’argento, dopo la strage dei contadini calabresi da lui condannata?" Vittorio Emanuele si presentava come il restauratore dell'ordine turbato dai garibaldini, e si rifiutò di passare in rivista le "camicie rosse" e non le inglobò nell'esercito regolare. Garibaldi deluso rifiutò qualsiasi compenso e si ritirava a Caprera, forse per piangere da solo i contadini uccisi a tradimento, sulla terra calabrese.

 ***

E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1806: Napoleone I entra a Berlino.

 ***

RICORDIAMOLI

Miguel de Cervantes Saavedra, scrittore spagnolo nato ad Alcalá de Henares nel 1547, si spense a Madrid nel 1616. Quarto dei sette figli di un povero "chirurgo", medicastro senza laurea e senza prestigio sociale, sempre pieno di debiti e forse, cosa molto grave nella Spagna degli ultimi anni di Carlo V e del lungo regno di Filippo II, di origine ebraica, Cervantes seguì la famiglia, errante da una città all'altra, da Valladolid, Cordova, Siviglia, Madrid; e non poté compiere studi regolari, se non per brevi periodi presso i gesuiti, a Cordova e a Siviglia, e presso la Scuola Municipale di Madrid, diretta dall'erasmiano López de Hoyos.

Questi presentò nel 1568 i primi versi del ventunenne Cervantes in una raccolta dedicata alla memoria della regina Isabella di Valois, terza moglie di Filippo II, chiamandolo "il mio caro e amato discepolo". In sostanza Cervantes fu un autodidatta, ma la sua cultura umanistica e rinascimentale fu ugualmente vasta e relativamente profonda, perché sempre sorretta da un inestinguibile desiderio di leggere e di sapere. Leggeva, dirà più tardi egli stesso, persino i pezzi di carta trovati lungo le strade (anch’io lo faccio e dovrebbero farlo tutti i giovani, rampanti che vogliono diventare scrittori). Nel 1569, ricercato dalla polizia madrilena per aver ferito in una rissa un certo Antonio Sigura e condannato in contumacia, Cervantes fuggì in Italia.

Qui trascorse sei anni, assolutamente decisivi per la sua formazione di uomo e di scrittore, prima a Roma, al servizio del cardinale Giulio Acquaviva, e quindi, come soldato dell'esercito spagnolo, a Napoli, in Sicilia e probabilmente anche in Sardegna e in varie città del continente. Il 7 ottobre 1571, a bordo della galera veneziana La Marchesa, prese parte alla battaglia navale di Lepanto, riportando gravi ferite al petto e alla mano sinistra, che i chirurghi militari gli resero poi definitivamente storpia.

Dopo vari mesi trascorsi all'ospedale di Messina prese parte ad altre spedizioni nel Mediterraneo, soggiornando, negli intervalli, a Napoli, città che gli doveva essere poi sempre carissima e dove forse lasciò un figlio illegittimo, natogli da una donna misteriosa e crudele, da lui ricordata nella Galatea e in altre pagine sotto il nome di "Silena".

Durante il soggiorno italiano il singolare soldato lesse moltissimo: classici latini e italiani, umanisti, ecc., e scrisse versi e prose in parte perduti, in parte utilizzati poi nella Galatea. Il 20 settembre 1575 si imbarcò a Napoli sulla galera El Sol, diretto in Spagna, dove probabilmente intendeva continuare la carriera militare; ma sei giorni dopo, nei pressi di Marsiglia, venne catturato dai pirati moreschi, assieme al fratello Rodrigo, e trasportato ad Algeri. Per il suo riscatto venne fissato un prezzo esorbitante, che solo cinque anni dopo poté essere pagato, indebitando ancor più la misera famiglia dello scrittore.

Quei cinque anni di schiavitù ad Algeri furono terribili, per le continue sofferenze fisiche e morali; Cervantes li sopportò eroicamente, uscendone spiritualmente più forte. Infine, nell'ottobre del 1580, rimetteva piede in Spagna dopo undici anni di assenza; ma, se aveva sperato di vedere riconosciuti in patria i meriti acquisiti, dovette disilludersi ben presto. Nella Spagna di Filippo II i reduci disoccupati pullulavano, come del resto i letterati e i teatranti, con l'imperioso astro nascente di Lope de Vega; per Cervantes, sconosciuto e povero, aprirsi una strada doveva essere pressoché impossibile.

Dopo aver tentato senza successo le vie burocratiche, gli affidarono solo un modesto incarico a Orano, che non ebbe seguito, pensò al teatro, la grande scoperta popolare del momento. I comici italiani dell'Arte, Ganassa, i Martinelli, mietevano grandi successi di pubblico nei primi teatri stabili di Madrid e compagnie spagnole li emulavano, percorrendo tutto il Paese, specialmente in occasione delle feste del Corpus Domini, pretesto per vistose rappresentazioni all'aperto.

Cervantes compose opere teatrali e le vide rappresentate: "venti o trenta", come ricordava egli stesso, con malinconica ironia, trent'anni dopo, nel prologo delle Otto commedie del 1615, "e tutte si recitarono senza che gli si facesse omaggio di cetrioli né di altro materiale da bombardamento; corsero la loro carriera senza fischi, urlate né baraonde".

Di quei "venti o trenta" drammi due soli ci sono pervenuti in testi difettosi pubblicati per la prima volta nel 1784 da Antonio Sancha: "L'assedio di Numanzia" e "Il mercato di Algeri". Gli altri (quanti?) andarono perduti; e specialmente lamentabile è la perdita di uno a cui Cervantes doveva tener molto, perché lo nomina più volte: La batalla naval, che con ogni probabilità si riferiva alla battaglia di Lepanto, la giornata più gloriosa dell'esistenza dello scrittore.

La qualità dei due drammi che ci sono pervenuti fa comunque deplorare la perdita degli altri.

Cervantes fu sempre convinto di avere un'autentica vocazione teatrale, nata nei lontani anni della fanciullezza, quando frequentava il collegio dei gesuiti, dove il teatro era un normale strumento didattico, e per le strade di Siviglia, dove assistette con ammirato stupore alle recite di Lope de Rueda, primo allievo dei comici italiani.

Ma le circostanze avverse frustrarono quella vocazione; e se ne dolse più volte, anche e soprattutto quando, alla vigilia della morte nel 1615, poté solo pubblicare, senza poterli mai vedere rappresentati, "Otto commedie e otto intermezzi nuovi mai rappresentati". Ma contemporaneamente al teatro Cervantes tentò un'altra via: il romanzo.

Nel 1585 un modesto editore di Alcalá de Henares, Juan Gracián, pubblicava la prima parte della Galatea, un romanzo pastorale in prosa e versi, iniziato probabilmente in Italia sul modello dell'Arcadia di Sannazzaro, ma che non fu mai compiuto, sebbene Cervantes promettesse più volte, l'ultima volta tre giorni prima di morire, di darne la seconda e ultima parte.

Lo stesso anno 1585 registra però un vero colpo di scena nella vita dello scrittore: l'abbandono, in apparenza definitivo, di ogni attività letteraria. "Ebbi altre cose da fare, scrisse laconicamente nel citato prologo del 1615, lasciai la penna e le commedie...".

E non lasciò solo la penna, ma anche Madrid, per dedicarsi, in Andalusia, a un umile mestiere: la raccolta di viveri per la spedizione che Filippo II preparava contro l'eretica Inghilterra, la famosa Invincibile Armata, destinata al completo fallimento nel 1588. Contribuì, forse, al colpo di scena, lo strano matrimonio avvenuto nel dicembre 1584, dell'ormai trentasettenne scrittore con una giovanissima rurale: Catalina Salazar, nata e vissuta in un villaggio della Mancia toledana, Esquivias, il paese di Don Chisciotte.

Strano matrimonio per la differenza di età, di educazione e di idee esistenti fra i due coniugi, che comunque non ebbero figli; sola discendente diretta di Cervantes, oltre al fantomatico figlio napoletano, resterà Isabel de Saavedra, nata nel novembre del 1584 dagli amori con un'attrice, Ana Franca de Rojas, e poi ufficialmente riconosciuta dallo scrittore. Dal 1585 ai primi anni del secolo XVII la biografia di Cervantes è, almeno in apparenza, vuota di fatti letterari.

Domani una critica sulle opere di Cervantes, completerà il quadro di questo scrittore che ha vinto la sua battaglia con la fama, combattendo i mulini a vento e la nottata in riva al mare.

***

LA POESIA DEL GIORNO

TRE VOLTI

Quel volto pallido emaciato
quegli occhi accesi di desiderio
mi soffocano per lo sdegno.

Che cerchi?
Che desideri?
Un lavoro, un pezzo di pane.

No!
Lui non lo guardare così
non sperare che le tue mani
s'allunghino alla sua mensa.

Quel volto roseo e ben pasciuto
quegli occhi smorti e sazi
mi soffocano l'anima di sdegno.

Non tremare tendigli
la mano e guarda oltre.

Un volto pallido patito
occhi velati di malinconia
guardano e l'anima sdegnosa
agli occhi sale. Le mani
si offrono all'abbraccio.

Tu come me fratello
io come te germano vieni,
un mezzo pezzo di pane
per te, come me,
per me, come te.

Reno Bromuro (da "Il canto dell’Usignuolo" Gabrielli Editore–Roma 1971)

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

************************
L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

Torna all'indice

Reno Bromuro
reno.bromuro@elbasun.com

Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE