26 giugno 1998
Alessandra Sgarella sequestrata a Milano

Sequestrata l’11 dicembre 1997 a Cornaredo (Milano), Alessandra Sgarella, 39 anni, è ancora nelle mani dei rapitori che hanno chiesto un riscatto di 15 miliardi. Le indagini portano all’arresto di sei persone imparentate fra loro e sospettate di appartenere alla ‘ndrangheta calabrese. Vaste battute sono compiute in Calabria, nei pressi di Oppido Mamertina, allo scopo di individuare la prigione della donna.Alessandra Sgarella

Da "La Nazione" di Firenze, Alessandra Sgarella ha riconosciuto, durante il processo a porte chiuse, un suo rapitore in uno degli imputati in gabbia. Da quanto si è appreso è la prima volta che l'imprenditrice, rilasciata in Calabria nella notte del 4 settembre 1998, indica uno dei suoi presunti sequestratori. Si è saputo che in aula la donna ha precisato che già nel febbraio 1999 aveva riconosciuto il rapitore tra i volti degli arrestati visti in televisione. Aveva però taciuto con gli inquirenti per mantener fede a un giuramento fatto sotto minaccia agli stessi sequestratori. L'uomo infatti era l'unico facilmente riconoscibile per la sua bassa statura e il particolare modo di camminare. Ora però Alessandra Sgarella si è ritenuta libera da quel vincolo, e in aula lo ha detto proprio al rapitore da lei riconosciuto, guardando verso una delle due gabbie che rinchiudono gli undici imputati reclusi, altri due sono latitanti, e rivolgendoglisi direttamente.

Gli inquirenti hanno formulato tredici richieste di rinvio a giudizio e un proscioglimento per il sequestro di Alessandra Sgarella. A ripetere le conclusioni della Procura è stato il PM Alberto Nobili, in apertura dell’udienza preliminare davanti al GUP Silvana D’Antona per le quattordici persone finite nell’inchiesta sul sequestro. In aula sono presenti gran parte degli imputati detenuti, mentre Alessandra Sgarella non si è presentata e per il momento non si è costituita parte civile. I rinvii a giudizio Nobili li ha chiesti per i componenti delle due presunte organizzazioni calabresi che avrebbero gestito il sequestro: il gruppo Anghelone-Lumbaca di Oppido Mamertina e il gruppo Perre-Strangio di San Luca e di Platì. Il proscioglimento è stato chiesto invece per Domenica Currò nei confronti della quale la procura non ha trovato elementi sufficienti per un processo.

Protagonista dell’intera giornata è stato il presidente Sergio Silocchi, che ha presentato la sua relazione. La prossima tappa sarà mercoledì prossimo, quando toccherà agli avvocati della difesa proporre le loro richieste e il sostituto procuratore Ugo Dello Russo si esprimerà sulle istanze. In primo grado la settima sezione del tribunale penale aveva condannato a ventotto anni di reclusione Francesco Giorgi, Domenico e Francesco Perre, Antonio e Francesco Sarangio. Per altre sei persone erano scattate condanne da diciotto a venticinque anni, mentre due erano state assolte. Insieme alle pene detentive, per i condannati era arrivato l'obbligo di risarcire alla vittima i danni morali quantificati nella somma di un miliardo di vecchie lire. Questa la condanna dell’udienza di prima istanza d’appello del 7 ottobre 2002.

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RICORDIAMOLI

LA RIVOLUZIONE PARTENOPEA (4)

I protagonisti del 1799 napoletano (cenni biografici)

Continua la carrellata di alcuni protagonisti "giacobini" della rivoluzione Partenopea, ma sono soltanto i più celebri poiché se volessimo parlare di tutti, ma li ricorderemo ugualmente, ci vorrebbe almeno un mese e forse più.Gaetano Filangieri

Gaetano Filangieri, principe di Arianello, giurista e pensatore nato a Napoli nel 1752 morto a Vico Equense, Napoli, nel 1788. Destinato dall'infanzia alla carriera militare, nel 1766 divenne alfiere del reggimento Sannio, che lasciò nel 1769 per dedicarsi agli studi storici, giuridici e letterari, di cui sentiva prepotente la vocazione. Si laureò in legge nel 1774, pubblicò in quello stesso anno le Riflessioni politiche, in cui difendeva una disposizione del re Carlo III che mirava a eliminare gli arbitri del ceto forense e stabiliva l'obbligo della motivazione delle sentenze.

Nel 1777 divenne gentiluomo di camera del re e poco dopo ufficiale nel real corpo dei volontari di marina. Contemporaneamente andò elaborando la sua grande opera, la Scienza della legislazione, pubblicata dal 1780 al 1785 in sette volumi. Al di là dell'esteriore patina vichiana, la Scienza è improntata al razionalismo illuministico, che appare chiaro soprattutto nell'ottimistica fiducia nell'efficacia delle leggi "illuminate" e nella concezione delle leggi e dello Stato non come realtà storiche, ma come costruzioni intellettuali che devono realizzare la logica della ragione. Ma l'opera di Filangieri è anche permeata da spirito pratico e da concreta volontà riformatrice: oltre a porre l'esigenza di una codificazione delle leggi e di una riforma progressiva della procedura penale, individua con chiarezza molti mali storici del regno di Napoli, quali abusi feudali, sperequazione nella distribuzione della proprietà terriera, eccessiva ricchezza del clero, tristi condizioni dei contadini, e ne vuole indicare le soluzioni rafforzamento dei poteri del sovrano illuminato, creazione di un vasto ceto di piccoli proprietari, uguaglianza civile, libertà commerciale, imposta unica sul prodotto netto delle terre, educazione pubblica, ecc…

La Scienza ebbe una grande fortuna; tradotta in francese, in tedesco, in spagnolo, fu anche una delle fonti ispiratrici del pensiero e dell'opera del ceto liberale meridionale, e in primo luogo dei "giacobini" della Repubblica Partenopea del 1799.

L'opera di Filangieri, che risente dell'influenza esercitata su di lui dalle teorie di Rousseau, dal punto di vista economico aderisce ai princìpi fisiocratici e sostiene che ogni problema economico può essere risolto per mezzo di un'opportuna legislazione; asserisce, infatti, che l'agricoltura potrebbe avere uno sviluppo molto superiore se una legislazione razionale rimuovesse tutti gli ostacoli economici e fiscali che ne impediscono l'espansione. Uomo illuminato, Gaetano Filangieri fu stimatissimo in Europa, lo consultò Franklin, lo visitò Goethe, e Napoleone disse di lui che era "maestro di tutti".Eleonora Pimentel

Eleonora Pimentel marchesa di Fonsèca scrittrice era nata a Roma nel 1752 morì a Napoli nel 1799. Figlia di Clemente, un portoghese emigrato a Napoli con la famiglia nel 1760, si acquistò presto una buona rinomanza letteraria, che le valse l'ammissione all'Accademia dei Filoleti e dell'Arcadia, soprattutto per i suoi sonetti e i suoi componimenti drammatici, di ispirazione metastasiana. Andata sposa nel 1777 a Pasquale Tria de Solis, ufficiale napoletano, ne ebbe un figlio, per la cui morte in tenera età compose cinque sonetti, che sono tra le sue cose migliori.

Negli anni della maturità spostò i suoi interessi culturali verso l'economia e il diritto pubblico, e nel 1791, mentre fervevano nel regno le discussioni sulla questione dell'abolizione della chinea, tradusse e commentò una dissertazione in latino del Caravita, Nullum ius romani pontificis in Regnum neapolitanum.

Arrestata nel 1798 come sospetta di giacobinismo e liberata all'arrivo dei Francesi, nei cinque mesi della Repubblica partenopea diresse, scrivendolo quasi per intero, il Monitore napoletano, con cui cercò, ma con scarsa fortuna, di far avvicinare i ceti popolari al regime rivoluzionario.

Caduta la Repubblica, arrestata e condannata in un primo tempo all'esilio perpetuo, fu poi giudicata nuovamente dalla Giunta di Stato, che il 17 agosto 1799 la condannò a morte. Fu giustiziata tre giorni dopo sulla piazza del Mercato e, a detta di Vincenzo Cuoco, le sue ultime parole sarebbero state: "Forse un giorno gioverà ricordare queste cose", riprese dall’Eneide di Virgilio, libro I verso 203.

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO

LI PO CONSIDERATO IL PIU’ GRANDE POETA CINESE VISSUTO DAL 701 AL 762

Siamo agli albori dell’ottavo secolo d. C. in Oriente vivono l'età dell'oro tanto della poesia come della pittura cinese. Molti poeti della dinastia del "T'ang" erano anche pittori. Infatti, leggendo le loro poesie sembra di vederne i quadri. La calligrafia, considerata la terza arte, fa da ponte alle altre due rendendo i confini vaghi e intrecciati.

Intanto ci guadagna la "forma" che si perfeziona e la metrica diventa sempre più rigorosa. Ogni parola occupa il posto assegnato nel giuoco dei paralleli, per contrasto o per analogia; es.:

"La stufa calda è rapida nell'accendersi", oppure

"Son lento a pettinarmi allo specchio freddo".

Questo tipo di poesia è chiamato tuttora moderno, in contrasto con quello antico, più libero nella forma. Le poesie d'amore sono poche e quasi tutte allegoriche, come ad esempio: Canzone della donna fedele di Tchang Tsi, vissuto dal 765 all’830. Il poeta compose questa poesia per dire il suo rifiuto a Li Che-tao, potente governatore militare del Tong-p’ing che pensava alla ribellione e allettato dalla fama del poeta lo invitava a far parte del suo seguito; ma questi gli risponde per le rime con la canzone sopra detta:

"Voi lo sapete che sono maritata,
ma mi offrite due perle rilucenti.
Dal vostro delicato amor commossa
Io le sospendo sopra la mia veste
Di seta rossa. (…)"

Il più grande poeta di questo periodo è considerato Li Po, come ho già accennato, vissuto appunto alla corte Tang, la cui opera si caratterizza per un senso drammatico che nega il modello confuciano di letterato. Certamente è anche il poeta cinese più conosciuto in Europa e il più tradotto. Visse in uno dei periodi più cruenti della storia cinese, durante una guerra nella quale morirono trenta milioni di uomini; ma nei suoi versi riesce a starne lontano, colla testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre, per dirla con lui.

Da questo momento, con Li Po, appunto, inizia e si sviluppa quella corrente poetica anticonfuciana, che trova il suo sbocco naturale nel Taoismo.

Fino al III secolo a. C. fiorirono numerosissime scuole di pensiero, si dice fossero più di cento, ma le più importanti sono le stesse sopravvissute fino a noi la confuciana, o iu; la taoista, la moista. Ovviamente la più conosciuta è la scuola filosofica che ha il suo maggior esponente in Confucio, nato nello Stato di Lu (odierno Shantung) in una piccola città di cui suo padre era governatore. Viaggiò a lungo per insegnare la sua dottrina; secondo cui: occorre ispirarsi ai modelli tradizionali. Egli, infatti, non si presenta come un innovatore, non lascia opere scritte (come Socrate), ma illustra con il suo insegnamento i riti, la letteratura, la musica della tradizione. Al centro della sua dottrina è il problema del rapporto fra governo e popolo. "I governanti – egli afferma - devono essere di buon esempio per il popolo ed essere scelti fra gli uomini più integri e di alta moralità; in tal modo governeranno più con l'esempio che con le leggi, poiché il cattivo governante rende priva d’efficacia qualsiasi legge". I suoi insegnamenti, infatti, sono rivolti agli aristocratici e ai potenti della società cinese del tempo, e non al popolo, incapace d'intendere le ragioni dell'azione. Il secondo grande pensatore di questa scuola è Mencio, vissuto nella seconda metà del IV sec. a. C.

L'immortalità è confusa con il prolungamento della vita fisica ed è andata accentuandosi la ricerca di formule alchimistiche o magiche e la credenza nel sovrannaturale. Il declino del taoismo, avvenuto contemporaneamente a quello del buddismo ha portato, in Cina, al sorgere di una religione popolare moderna, verso il XIV e il XIX sec. d. C., ovverosia a un singolare sincretismo religioso, in cui personaggi ed elementi del taoismo coesistono a lato di quelli buddisti e confuciani.

ABBANDONO

Stavo seduto a bere e non mi accorsi del buio;
Finché cadenti petali mi empiron le pieghe dell’abito.
Ebbro, mi alzai; camminai verso il ruscello lunare:
Gli uomini erano radi e gli uccelli non c’erano più.

LI PO

(Liriche cinesi – Einaudi Editore 1963).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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