26 febbraio 1952
Giulio Andreotti accusa De Sica

In un articolo apparso sul "Popolo", Giulio Andreotti accusa De Sica di favorire le "vie disgregatrici dello scettiscismo e della disperazione". Per Andreotti, sottosegretario alla presidenza del consiglio e presidente della commissione d'appello di revisione dei film, afferma che un film come Umberto D. rende "un pessimo servizio" all'Italia soffermandosi con insistenza sugli aspetti deteriori della realtà nazionale. Il film incriminato da Andreotti narra "la breve parabola cui, per la prima volta pone al centro della vicenda un vecchio piccolo-borghese, il regista e il suo sceneggiatore, Cesare Zavattini, parlano di questo ceto sociale. La figura dell'anziano declassato, solo e con una pensione di fame, è posta di fronte all'indifferenza dello Stato, a lungo servito, alla violenza aperta o latente delle sue istituzioni, alla propria impotenza a combatterla, all'unica scelta che gli rimane tra la morte civile o il suicidio".Giulio Andreotti

Giulio Andreotti è nato a Roma nel 1919. Si è formato nella FUCI e attivo nei gruppi giovanili della DC, fu sottosegretario alla presidenza del consiglio dal 1947 al 1953 con Alcide De Gasperi. Deputato alla Costituente e in tutte le legislature repubblicane, è stato ministro degli interni, delle finanze, del tesoro, della difesa, dell'industria, del bilancio, degli esteri. È stato presidente del consiglio nel 1972/73, a capo di un governo di restaurazione centrista, dal 1976 al 1979, con governi d’unità nazionale sostenuti anche dai comunisti, dal 1989 al 1991, con un governo di pentapartito e nel 1991/92 con un governo quadripartito. Nella DC ha rappresentato la componente moderata, pragmatica e attenta alla gestione del potere, e ha sempre privilegiato l'impegno di governo rispetto alle cariche di partito. In politica estera ha impersonato una linea di fedeltà atlantica, con significative aperture di credito al mondo arabo. Nel 1991 è stato nominato senatore a vita. Nel 1993 è divenuto oggetto di una clamorosa e delicata vicenda giudiziaria che lo ha visto accusato di collusione mafiosa, accusa alla quale si è poi aggiunta quella di essere stato il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, assassinato nel 1979.

Immagino la faccia del presidente della commissione d'appello di revisione dei film" quando poco tempo dopo "Umberto D" ebbe la nomination all’Oscar,che per poco non vinse.

A volte come si sbaglia nel dare giudizi affrettati! La letteratura è piena di errori di questo tipo, penso a "Il gattopardo" di Tomasi di Lampedusa bocciato da Vittorini, e ce sono tanti altri. In futuro parleremo anche di questi errori.

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RICORDIAMOLI

VITTORIO DE SICA

Vittorio De Sica nacque a Sora. Esordì nel 1923 nella compagnia teatrale di Tatiana Pavlova, tre anni dopo nel cinema. Affiancando le due attività, nel 1930 divenne primo attore e nel 1933 formò una compagnia con la moglie Giuditta Rissone e con Sergio Tofano, distinguendosi in un repertorio che dalle commediole comico-sentimentali di Gherardi e di Antonio De Benedetti e dalle riviste di Falconi e Biancoli si spingeva al Betti meno problematico e al Pirandello di Liolà.

Lasciò le scene nel 1946 dopo un'ultima impegnativa stagione in cui aveva interpretato I giorni della vita di Saroyan e, con regia di Visconti Il matrimonio di Figaro. Vittorio de SicaNella veste di attore cinematografico si affermò col sonoro in garbate commedie piccolo-borghesi e sentimentali di Mario Camerini, da Gli uomini, che mascalzoni!, del 1932, a Grandi magazzini, del 1939. Divo popolare negli anni Trenta, passò alla regia nel 1940, rivelando già in Teresa Venerdì, e meglio nella commedia risorgimentale

Un garibaldino al convento, una personale delicatezza di tocco. L'anno seguente, nel film drammatico I bambini ci guardano, preannunciava la grande stagione neorealistica di cui, nel dopoguerra, sarebbe stato tra i rappresentanti più sensibili. Col fedele soggettista e sceneggiatore Cesare Zavattini realizzò Sciuscià, Ladri di biciclette, entrambi premiati con l'Oscar come migliore film straniero, Miracolo a Milano e Umberto D, attingendo gli esiti più alti di un cinema che ha saputo esprimere con dolorosa umanità i drammi sociali del nostro Paese,ragazzi abbandonati, disoccupati, "barboni", pensionati. Alla punta acuta di questo "processo alla nazione", che fu, anche a giudizio del regista, l'ultimo film della tetralogia, seguirono altri film più o meno riusciti come Stazione Termini, Pane, amore e fantasia, L'oro di Napoli, ravvivato da un sapido bozzettismo, come poi lo sketch La riffa girato nel 1962 per Boccaccio '70, Il tetto, in cui cercò di riprendere motivi neorealistici, La ciociara, Ieri, oggi, domani, Il giardino dei Finzi-Contini, Una breve vacanza, Il viaggio. In alcuni di essi apparve come attore protagonista o come eccellente caratterista. Oltre ai due citati, De Sica ottenne, con Ieri, oggi, domani e Il giardino dei Finzi-Contini, altri due Oscar sempre per il migliore film straniero.

Il Premio Oscar per il miglior film straniero, tra gli italiani lo hanno vinto Vittorio De Sica per Sciuscià, Ladri di biciclette, Ieri, oggi, domani e Il giardino dei Finzi-Contini, Anna Magnani per il film statunitense La rosa tatuata, Sofia Loren per La ciociara, più l'Oscar alla carriera ricevuto nel 1991, Federico Fellini per La strada, Le notti di Cabiria, Otto e mezzo e Amarcord, più l'Oscar alla carriera nel 1993, De Santis per la fotografia di Romeo e Giulietta, Elio Petri per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Nino Rota per la musica de Il padrino - parte II, Vincenzo Storaro per la fotografia di Apocalypse Now, Reds e L'ultimo imperatore, Rambaldi per gli effetti speciali di E.T., Bernardo Bertolucci per L'ultimo imperatore, Giuseppe Tornatore per Nuovo Cinema Paradiso, Gabriele Salvatores per Mediterraneo, Roberto Benigni per La vita è bella, Vincenzo Cerami per la colonna sonora di La vita è bella, Scalia per il montaggio di JFK e Black Hawk Down.

Bibliografia

Autori Vari, Omaggio a De Sica, Bologna, 1952; A. Bazin, Vittorio De Sica, Parma, 1953; E. Comuzio, De Sica, Germi, Lattuada, Milano, 1977; F. Pecori, Vittorio De Sica, Casellina di Scandicci, 1980; F. Bolzoni, Quando De Sica era mister Brown, Roma, 1984.

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IL FATTO

GLI SVILUPPI INEGUALI TRA PROSA E POESIA

A tale scopo venivano recuperati gli spunti, le premesse e le autentiche prefigurazioni operative della fase precedente: si pensi a Carlo Bernari con I tre operai, al Romano Bilenchi di Conservatorio di Santa Teresa del 1940 e, accanto all’operosità narrativa di Pavese e Vittorini nell’immediata vigilia bellica, alla parabola soffertamente contraddittoria di Ignazio Silone che, con Fontamara del 1934, anticipa la tendenza letteraria che si svilupperà negli anni successivi, tendenza da lui peraltro superata verso la definizione di una poetica evangelico-socialista venata di misticismo popolare, come ne L’avventura di un povero cristiano. La formula del Neorealismo, come fu chiamata questa tendenza letteraria e più ampiamente artistico-culturale, abbraccia del resto gli altri campi espressivi: come la pittura, Guttuso e, soprattutto, il cinema De Sica, Rossellini, De Santis, Zavattini e molti altri. L’esigenza di un ritorno alle radici della cultura "nazionale e popolare", secondo l’immagine di Antonio Gramsci, le cui Lettere dal carcere, proprio nell’immediato dopoguerra, vengono messi a disposizione del pubblico, dei lettori politico-intellettuali, spinge i letterati a riprendere le suggestioni narrative di Verga e quelle critico-letterarie di Francesco De Sanctis.

Poesia e prosa non danno tuttavia esiti omologhi: accanto a una narrativa, realistica o fantastica, più direttamente versata sul campo storico-sociale rappresentato, la scrittura in versi appare più raccolta, ermetica appunto, come saranno definiti questi poeti, tesa a descrivere il bene e il male del mondo senza una più attiva partecipazione: come in Eugenio Montale, che, dopo Ossi di seppia e le Occasioni, prosegue con La farfalla di Dinard, Xenia e Diario del ’71 e del ’72, fino all’edizione critica complessiva dell’Opera in versi del 1980, e Salvatore Quasimodo, le cui Poesie, pubblicate in raccolta definitiva nel 1971, sono però influenzate dalla discussa quanto affascinante traduzione dei Lirici greci del 1940. Ambedue premi Nobel per la letteratura, rispettivamente nel 1975 e nel 1959, infondono alla poesia italiana, insieme al già ricordato Ungaretti, uno slancio che giunge fino a Sandro Penna, Giorgio Caproni e Mario Luzi.

I narratori si situano ora nella memorialistica fantastica come Corrado Alvaro in Gente in Aspromonte, Alessandro Bonsanti, cui si deve la fondazione della rivista Letteratura nel 1937, Arturo Loria, Guido Piovene e Mario Soldati, quest’ultimo vitale oltre che nella scrittura, nella regia cinematografica e nelle prime sperimentazioni televisive del dopoguerra; ora nella favola surreale, come Antonio Delfini e Dino Buzzati, di cui si ricorda Il deserto dei Tartari; ora nella sollecitazione umoristico-moralista, di derivazione siciliana ovvero influenzata dai modelli di Verga e di Pirandello, come Vitaliano Brancati, Ercole Patti, Mario La Cava ed Ennio Flaiano, attivo soprattutto nel secondo dopoguerra anche come sceneggiatore, in particolare di alcuni tra i più rilevanti film di Federico Fellini.

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LA POESIA DEL GIORNO

SULTANTO ‘NA PAROLA

Jurne ‘e felicità ‘ntiempo ‘e stagione
suonne sunnate p’a campagna ‘nfiore;
parole suspirate, ‘na canzone
cantata vocca a vocca, core a core.
Ma tutto passa e more
Che ‘nce rimasto ‘e tanto bene ojné?
Una parola sola
Una parola:
‘nu giuramento
e s’ha purtato ‘o viento.
Che ‘nce rimasto oj né?
Sultanto ‘na parola
una sola:
Eternamente!
Dint’o ricordo ‘e te turmiente amare
Delure suppurtate ore e mumente
‘sti lacreme cucente ‘nterr’altare
l’aggie lassate a Dio ca nun me sente!
Ma tutto passa e more
Che ‘nce rimasto ‘e tanto bene ojné?
Una parola sola
Una parola…

Napoli 7 ottobre 1946
Reno Bromuro da «Poesie e Canzoni sparse».

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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