26 agosto 1849
Fine della resistenza di Venezia

II 22 marzo, mentre Milano lottava contro il nemico, anche Venezia aveva scacciato il presidio austriaco e aveva restaurato l'antica e gloriosa repubblica di San Marco, sotto la presidenza di Daniele Manin. Dopo che la giovane repubblica di Saffi, Armellini e Mazzini era stata piegata, nell'agosto 1849 solo Venezia resisteva ancora. Gli austriaci avevano cercato di ottenerne la resa verso i primi di maggio, ma Venezia respinse tutte le offerte. Anche qui, come a Roma, erano presenti volontari di tutta Italia; tra questi vi era anche Guglielmo Pepe, cui era affidata la difesa terrestre, e il poeta Alessandro Poerio che mori durante l'assedio della città.

Gli austriaci iniziarono il bombardamento della città dopo aver posto il blocco navale. Ma solo il colera e la fame riuscirono a piegare la gloriosa città: il governo decise di scendere a patti con gli austriaci e di iniziare le trattative. Ecco come un poeta, Arnaldo Fusinato, racconta gli ultimi istanti della città:

«Venezia! l’ultima ora è venuta;
illustre martire tu sei perduta...
il morbo infuria, il pan ti manca,
sul ponte sventola bandiera bianca...
Ma il vento sibila, ma l'onda è scura,
ma tutta tenebre è la natura:
le corde stridono, la voce manca...
sul ponte sventola bandiera bianca.»

Gli austriaci riconobbero il coraggio dimostrato dalla città, perciò vollero porre delle condizioni che non fossero umilianti, concedendo ai cittadini più compromessi di andarsene senza pericolo.

È successo quel giorno:
1743:II chimico Lavoisier nasce a Parigi.
1942:Inizio della terribile e tragica battaglia di Stalingrado in cui russi e tedeschi si scontrano per lunghi mesi.

RICORDIAMOLI
PABLO NERUDA
Pablo Neruda
è il pseudonimo del poeta cileno Ricardo Neftalí Reyes Basoalto nato il 12 luglio 1904 a Tenuco (altri dicono Parral) dal ferroviere Josè del Carmen Reyes e da Rosa Basalto; dopo la morte della madre, la seconda moglie di Josè, Trinidad Candia diventa l’angelo tutelare del futuro «Nobel».

Dopo gli studi medi a Tenuco, nel natio Meridione, dal 1921 studiò all'Università di Santiago senza laurearsi. Una prima raccolta di liriche è pubblicata nel 1923  col titolo Crepusculario, e rivela modi neosimbolisti e modernisti di limitata originalità. Seguirono El hondero entusiasta, composto nel 1923, ma pubblicato solo dieci anni dopo, ambizioso tentativo di poema cosmico-erotico, e Veinte poemas de amor y una Canción desesperada esce nel 1924, considerato il capolavoro del periodo giovanile. Agli anni 1924-27, angosciosi per ristrettezze economiche e intime tristezze, risalgono raccolte di prose lirico-narrative, quali Anillos ed El habitante y su esperanza, del 1926 e un nuovo intento lirico-ciclico Tentativa del hombre infinito, sempre nello stesso anno, prima testimonianza della raggiunta maturità.

Successivamente un incarico consolare lo portò in Estremo Oriente dove rimase dal 1927 al 1930, dove nacque la sua opera più valida, Residencia en la tierra «Residenza sulla terra», 2 parti, pubblicate nel 1933 e nel 1935, più una terza nata dalle posteriori esperienze della guerra civile spagnola, nel 1947. Continuò quindi la carriera diplomatica:   è a Madrid, 1935; a Parigi, 1939; a Città di Messico, 1940; ecc.; infine ambasciatore a Parigi, inviato dal governo Allende, nel 1971 fino al 1973, alternandola con periodi di attiva partecipazione alla vita politica cilena; fu candidato comunista alla presidenza della Repubblica nel 1969 e lunghi soggiorni nei Paesi comunisti d'Europa e d'Asia. L'adesione al Partito comunista nel 1945 coincise con l'inizio della composizione di un grande poema, Canto general pubblicato nel 1950; «Canto generale», in cui è l’esaltazione della natura e della storia dell'America Latina, culminante nell'inno alle «Alture di Macchu Picchu». Nell'ultimo ventennio, fecondissimo, Neruda pubblicò oltre una ventina di raccolte liriche, un'opera di teatro Fulgor y muerte de Joaquín Murieta, nel 1967 e qualche prosa. Fra le prime spiccano Odas elementales, tre volumi pubblicati dal 1954 al 1957, Estravagario nel 1958, Cien senetos de amor nel 1959, il vasto Memorial de Isla Negra, cinque volumi usciti nel 1964, Fin de mundo nel 1969 e Las piedras del cielo nel 1970, in cui particolarmente felici sono le rievocazioni autobiografiche e la trasfigurazione lirica dei paesaggi cileni. In altre raccolte Incitación al nixonicidio, del 1973 la passione politica e il tono oratorio conducono a risultati molto meno felici. Postume apparvero le sue memorie Confieso que he vivido, del 1974, un libro di carattere autobiografico Para nacer he nacido, del 1977 e diverse raccolte poetiche. Nel 1971 fu insignito del premio Nobel per la letteratura. Il Vate si spegneva a Santiago nel 1973.

Mentre la maggioranza dei lettori esalta la lirica di «Venti poesia d’amore e una canzone disperata» dimentica la poesia più alta che il poeta cileno abbia scritto «Il canto generale» Poema epico iniziato nel 1943 con un Canto general de Chile, appassionata trasfigurazione lirica della natura, della storia e dello spirito della patria andina, il poema venne poi allargato a tutta l'America ispanica e pubblicato a Città di Messico nel 1950, con illustrazioni di Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros. Il sottofondo è apertamente politico: la grande, ricca, stupenda, vergine America, conquistata con delitti e crudeltà senza nome dagli Spagnoli, è caduta poi in mano di una «oligarchia creola», anche più avida e spietata, che le ha imposto molte dittature. Simboli della resistenza sono dapprima gli Araucani col loro eroe Lautaro, protagonista della prima parte del poema, e poi Juan, l'umile e anonimo lavoratore ricordato nel canto VII, La tierra se llama Juan che soffre e lotta in dignitoso silenzio contro le conseguenze delle tirannie. Tra le pagine più belle del poema sono l'iniziale descrizione dei paesaggi d'America «La lámpara en la tierra», il canto alle rovine preincaiche di Macchu Picchu «Alturas de Macchu Picchu» (canto II) e l'autobiografia lirica con il testamento del poeta «Yo soy».

Bibliografia
M. de Lellis, Pablo Neruda, Buenos Aires, 1957; A. Melis, Neruda, Firenze, 1970; G. Bellini, Neruda. La vita, il pensiero, i testi esemplari, Milano, 1973; A. Angelini, Pablo Neruda, Montepulciano, 1989.

L’ANEDDOTO
PERSONAGGI PADULESI «Don Giulio e la visita di Croce»
Oggi ricordo il 31 dicembre 1944, si festeggiava nei locali del Partito Liberale, perché più accogliente e spazioso, ma… adesso che ricordo, la sede di un partito politico esistente a Paduli, aperto dopo la venuta di Benedetto Croce, al quale mi attaccai come una «mignatta» per sentirlo parlare: Dio come parlava semplice, capivo tutto quanto asseriva, sia che parlasse di politica sia che parlasse di letteratura (questo accadde nel pomeriggio quando incontro i giovani studenti, io non centravo niente e non volevamo farmi entrare, perché non ero studente, ma prima Don Benedetto e poi Don Giulio imposero la mia presenza a chi non la voleva). Don Benedetto dopo aver parlato, spiegando il significato di arte e di poesia e di non poesia, mi guardò bonario, mi venne vicino e passandomi una mano sulla testa, disse:

- Da quando sono arrivato che ti sei attaccato ai miei vestiti, camminandomi a fianco come ti portassi per mano. Che classe frequenti, la quarta o la quinta?

- No, eccellenza. Dovrei preparare gli esame di ammissione alle medie e non trovo un insegnante; se ne avessi trovato uno a quest’ora frequenterei la seconda media…

- Dimmi una cosa, e sii sincero: quanto hai capito di quello che ho detto?

- … che il Poeta non s’inventa, o si è o non si è.

- Mi hanno riferito che scrivi commediole e parodie di canzoni che inserisci nelle commedie che rappresenti a Carnevale con i tuoi amici. Me ne racconti una?

Si avvicinò il fratello di mio nonno, che poi divenne il primo sindaco del dopoguerra e disse che ero il figlio di suo nipote e Don Benedetto:

- Mandatelo a scuola. Mi batte leggermente una mano sulla testa e si allontanò col mio pro-zio.

Dopo una settimana ricevetti un pacco, portato da un autista: conteneva una decina di libri e un biglietto: se capiti a Roma vieni a trovarmi a Montecitorio

Continua 1

LA POESIA DEL GIORNO

SULLA BILANCIA DELLA GIUSTIZIA

Sulla bilancia della giustizia
ho messo i nostri corpi di amanti poveri
che hanno tanta luce da donare.
Il piatto pendeva dalla parte opposta:
                         e questa è giustizia?

Dall'altra parte bidoni ricolmi d'immondizie
e di cadaveri mascherati da uomini; la luna
non ha sputato nemmeno un piccolo raggio: 
                               e questa è giustizia?

Quanta miseria c'è al palazzo della giustizia!
Ecco perché non mi lamento
tu e io siamo i più ricchi del mondo. 

Dalla bilancia della giustizia
ho tolto i nostri corpi di amanti poveri
e vi ho messo la casa che hai sognato
la casa che ogni giorno sogno.
Il piatto pendeva dalla parte opposta.
Vi erano bidoni ricolmi di sterco
mascherati da uomini, case vuote,
abitate nemmeno da spettri.

Uomini avvolti in una coperta di fango
nascondono la loro volontà; noi sfiancati
ma non domi, grattiamo il fango con le unghie
e intoniamo la canzone fatta di parole d'amore.

Reno Bromuro (Da Musica Bruciata)
Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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