25 giugno 2000
Proteste nelle carceri

Iniziate a Trieste e a Pisa, si sono estese in altre carceri italiane le proteste dei detenuti per sollecitare l’amnistia e condizioni di vita migliori negli istituti di pena. La protesta si è aggravata con lo sciopero "bianco" delle guardie penitenziarie, che accusano il governo per i mancati aumenti di stipendio e di organico.

La protesta è cominciata venerdì notte, a Trieste, con l'urlo ripetuto nel buio: "Amnistia, clemenza, lavoro, spazio", per due ore, fra rumore di pentole e di coperchi contro le sbarre, ripreso da alcuni telegiornali. E' il segnale per i cinquantaquattromila detenuti delle duecentodiciassette carceri italiane. In poche ore la protesta dilaga: Treviso, Bologna, Genova. A Napoli, sia a Secondigliano che a Poggioreale: i detenuti bruciano stracci, carta, battono sui ferri con le pentole. Soprattutto gridano: "Clemenza, amnistia, lavoro, qui dentro non ci stiamo più". Poi la protesta torna al nord, a Milano, a Genova-Pontedecimo, di nuovo a Bergamo. Durano poco, un paio d'ore, non sono violente, non provocano incidenti, i direttori restano negli uffici e parlano con delegazioni di detenuti. Ovunque stessi slogan e richieste per ricordare che "amnistia e indulto sono stati promessi" e che "il carcere, la pena, così come sono, sono solo tortura".

Dice don Spriano, cappellano di Rebibbia: "Non c'è di peggio che illudere il muscolo della speranza di un detenuto".

Alla protesta dei detenuti si aggiunge lo sciopero bianco delle guardie penitenziarie contro la Finanziaria. I sindacati Sappe e Sinappe accusano il governo per i mancati aumenti di stipendio e di organico. "La prossima Finanziaria - spiegano - non manterrà le promesse che erano state fatte dal ministro Fassino".

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RICORDIAMOLI

LA RIVOLUZIONE PARTENOPEA (3)

I protagonisti del 1799 napoletano (cenni biografici)

Gli elementi biografici dei principali esponenti del 1799 napoletano ci aiutano a comprendere questo periodo storico.

Jean-Antoine-Etienne Championnet generale francese nato a Valence nel 1762 morto a Antibes nel 1800. Repubblicano sincero, nel 1794 contribuì alla vittoria di Fleurus e conquistò Juliers, Colonia e Düsseldorf. Nel novembre 1798, comandante del presidio francese a Roma, dovette sgombrare la città sotto la pressione delle truppe borboniche comandate dal generale austriaco Mack, ma nel dicembre, presa l'offensiva, rioccupò la città e proseguì la marcia vittoriosa fino a Napoli, di cui si impadronì nel gennaio 1799. A Napoli, nonostante le contrarie istruzioni del Direttorio, organizzò la Repubblica Partenopea, riunendo intorno a sé nel febbraio 1799 i più ferventi giacobini. Per aver espulso da Napoli il commissario del Direttorio, Faipoult, fu sostituito dal Macdonald e venne arrestato sotto l'imputazione di disobbedienza al governo e sequestro arbitrario del tesoro pubblico del regno napoletano. Assolto dal tribunale militare di Grenoble e nominato comandante dell'esercito delle Alpi, fu sconfitto dagli Austriaci a Genola, Cuneo. Morì vittima dell'epidemia che decimava le sue truppe.Ignazio Ciaia

Ignazio Ciaia poeta italiano nato a Fasano, Brindisi, nel 1766 morto a Napoli nel 1799. Membro del governo provvisorio della Repubblica Partenopea, cadde vittima della repressione borbonica. Scrisse dieci liriche di argomento patriottico e amoroso, ammirevoli per elevatezza di sentimento.

Domenico Cimaròsa compositore italiano nato ad Aversa, Napoli, nel 1749 morto a Venezia nel 1801. Fu ammesso, nel 1761, al conservatorio di Santa Maria di Loreto a Napoli; in quella città fece poi rappresentare, nel 1772, la sua prima opera comica, Le stravaganze del conte. Ottenne il primo successo soltanto l'anno seguente, con La finta parigina, inizio di una trionfale carriera durante la quale scrisse circa ottanta partiture teatrali, tra cui emergono L'italiana in Londra, Giannina e Bernardone, L'impresario in angustie. Quest'ultima, apprezzatissima da Goethe, fu dal poeta stesso tradotta e rielaborata e divenne il Teatralischen Abenteuer, che inaugurò la prima stagione teatrale a Weimar nel 1791. Nel 1787 partì per Pietroburgo, dove restò quasi quattro anni come maestro di cappella e compositore di corte di Caterina II, componendo due opere serie e numerose cantate.

A Vienna, nel 1791, scrisse il suo capolavoro, Il matrimonio segreto, rappresentato a Napoli, dopo il suo ritorno, centodieci volte consecutive. In quell'epoca ebbero anche successo I Traci amanti e Le astuzie femminili. Perseguitato dopo la caduta della Repubblica Partenopea, durante il cui governo aveva composto un inno repubblicano, fu addirittura condannato a morte dai Borboni e salvato per l'intervento del cardinale Consalvi, si rifugiò a Venezia, ove morì prima di aver compiuto la sua ultima opera, l'Artemisia. Fu inoltre autore di cantate, messe, sonate per clavicembalo, un concerto per pianoforte e uno per oboe. L'arte di Cimarosa, compiutamente espressa nel Matrimonio segreto, valse al musicista la generale ammirazione dei contemporanei, compresa quella delle più alte personalità artistiche, Goethe, Stendhal, Beethoven, ed esercitò qualche influsso anche sulla produzione di Rossini e su quella di Haydn. Ma gli scarsi studi critici sul rimanente della sua produzione teatrale non consentono che un giudizio sommario: caratteristico e abbondante uso dei pezzi d'insieme, anche all'interno dell'atto; elementi popolareschi che confluiscono nel suo stile senza modificarne la naturale raffinatezza; grande equilibrio formale e immediatezza espressiva.

Pietro Collétta storico nato a NPietro Colléttaapoli nel 1775 morto a Firenze nel 1831. Ufficiale del genio nell'esercito borbonico, nel 1799 non celò le sue simpatie per la Repubblica Partenopea, e al ritorno dei Borboni fu perciò dispensato dal servizio. Percorse poi una rapida carriera militare sotto il regno di Gioacchino Murat, giungendo sino al grado di tenente generale. Per le sue eccezionali benemerenze non venne rimosso dal grado nemmeno con la Restaurazione, ma fu tenuto in disparte, finché nel 1820, scoppiata la rivoluzione carbonara, gli fu dato l'incarico di sottomettere la Sicilia, compito che assolse con grande fermezza. Ma l'anno seguente, per sottrarsi alle persecuzioni alle quali l'avrebbe sottoposto la reazione borbonica, prese la via dell'esilio e dal 1823 si stabilì a Firenze. Aveva già scritto a Napoli negli anni della Restaurazione una Memoria militare sulla campagna d'Italia del 1815, che non vide allora la luce, e in Toscana volle dedicarsi con maggiore impegno agli studi storici e letterari; il frutto migliore di questa attività fu la Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825, che ebbe le cure, specialmente per la forma, degli amici Giordani, Niccolini, Lambruschini e Leopardi, e venne pubblicata postuma nel 1834 da Gino Capponi. Per narrare le vicende recenti Colletta ritenne opportuno iniziare l'esposizione dei fatti dal tempo di Carlo III; forse per tale motivo la Storia risultò male equilibrata nelle parti, e fu criticata per la sua tendenziosità. Vi si notano risentimenti personali verso non pochi esponenti della politica napoletana, e quello che Mazzini definì egoismo regionale piuttosto che patriottismo italiano. Anche stilisticamente l'opera presenta squilibri, ché, pur informandosi a un purismo moderato, Colletta fu prosatore discontinuo, vigoroso in alcune parti e sciatto in altre. Gli scritti minori vennero nella maggior parte raccolti nel 1861 nelle Opere inedite e rare.

(la rivoluzione partenopea del 1799 – 3 continua)

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO
GESUALDO BUFFONE POETA DELLE ZAGARE

"Volerò da Dio
E la mia anima sarà il mio olocausto.

Su questa visione filosofica dell’esistenza non sono tutti d’accordo, perché è più facile e più comodo sperare nell’aldilà cristiano che dà conforto. Invece il sentirsi solo ed affrontare crudamente la realtà di un destino metafisico è ben diverso e solo pochi lo sanno affrontare, con coraggio".

Sono versi e massime di Gesualdo Buffone, presi spulciando qua e là fra le sue poesie perché commemorare una persona non è mai facile. Bisognerebbe sapere tutto di lei, e, di una persona non si riuscirà a sapere tutto. Se poi è una persona pubblica, com’è appunto un poeta, non si può tralasciare nulla se si vuole essere giusti nei suoi confronti. Dunque, questa persona che è stato marito, padre, pedagogo ha un curriculum che non si può narrare in poche righe.

Gesualdo Buffone era nato a Catania il 18 gennaio 1924. La Sicilia, lo sappiamo, è l’isola molto spesso nominata con apprensione per i delitti che avvengono in nome di qualcosa che noi, persone ingenue non riusciamo a capire. Quando la sentiamo nominare è sempre per qualche cosa d’illegale o per la sua fame atavica. Dicevo che la Sicilia, abitata da Elimi, Sicàni e Siculi (si dice fossero d’origine Ligure) è la terra che Gesualdo Buffone aveva in sé, con tutte le ricchezze, le titubanze, le ansie, i dolori, le aspirazioni del suo popolo.

Giovanissimo entra come impiegato di banca, molto ben remunerato, ma lascia il posto per l’insegnamento, spinto dall’amore per i bambini, convintissimo di forgiare gli uomini di domani per un mondo migliore fatto di bene, di amore, di onestà. E’ stato maestro esemplare e retto, caramente ricordato dagli alunni, i quali, dopo essere stati forgiati essi stessi per un mondo in cui la violenza non deve porre radici, gli hanno affidato anche i loro figli e, qualcuno, anche i nipotini nei suoi quarantacinque anni d’insegnamento. Se n’è andato una tenera mattina di novembre lasciandoci un ricco patrimonio di moralità integra, fondata, appunto, sulla comunione fra gli uomini. Mi piaceva ascoltarlo quando mi leggeva le sue poesie, sia per telefono sia di persona (l’ho avuto molte volte ospite nei miei programmi radiofonici), inorgoglito della sua stima e della sua presenza. Quanto mi piacevano quegli occhi! Mentre leggeva una sua poesia si riempivano mi mille pagliuzze dorate che contrastavano con l’atavica malinconia del volto. Occhi di bambino aperti sulla finestra del mondo, spalancati per bervi tutto il sole che la fanciullezza gli aveva negato. Le sue poesie cantano tutte la "sua" Sicilia, come un paladino spaurito in questo mondo fatto di iene, di avvoltoi, di farabutti che passano la loro esistenza fregando o tentando di fregare i poeti puri, che non chiedono altro se non che il loro canto si libri nell’aria come l’uccello in volo.

Soffriva per questo. Ed io che pur ne soffro tentavo di consolarlo, ma, purtroppo senza convinzione. Così eravamo in due a piangere sulle sventure dei poeti: bistrattati, non solo dalla massa che, poveretta, non ci capiva; ma da coloro che si autodefiniscono operatori letterari ed editori, non lo accettavamo. Però avevamo la nostra poesia, che in qualche modo fungeva da valvola di scarico, per sopravvivere. Lui non è sopravvissuto se non nella sua arte, in quella poesia che è un "gerbido" e nello stesso tempo pacata rassegnazione al volere Divino. Lui che del Divino non preferiva parlarne apertamente.

CHI SIAMO?

Ricchi di possibile noi fummo
come un incontro mancato.
Chi siamo
ed ora dove andiamo?
O superbo che volgi al sole
ragione di tua ventura sulla terra
il tempo non esiste
e niente è l’ora
se nulla mai le cose
ci dissero di noi
se il passato torna solo
nel tempo fermo della memoria
come il copione di un dramma
recitato una sola volta.

Non era esibizionista. Non amava essere protagonista ad ogni costo, anzi, era il contrario, al punto che ora ho quasi paura di fargli torto perché il mio amore nei suoi confronti mi spinge a farlo essere protagonista, perché è giusto che lo sia. Ciò che accadeva nel mondo e quello che si proiettava fuori si specchia nelle sue poesie, come vive il passare e il battito dell’ala potente dell’Essere, del Vero. Noi non sappiamo se questa induca liberazione o minaccia, salvezza o dannazione. Al di là del loro imperioso presagio di assoluto, i lampi luminosi del genio ci rivelano il misterioso paesaggio dell’intuizione.

Inattesi clandestini
dentro il tempo che arriva.
Da dove?
E nel tempo si vive
stranieri, aspettando
che il silenzio del sonno
ci dissolva per sempre nel nulla.
Chi siamo? Sulla scena del mondo
Come poveri guitti per poco
Dentro il giorno l’assurdo fingiamo.
Anche tu, o poesia,
antico arnese del culto,
fino a quando profumerai
di tempo per non coprire,
a chi arriva nel segno del giorno,
la memoria di noi che fummo
sacerdoti della finzione.

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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