24 maggio 1997
La Cassazione si esprime
sulle separazioni coniugali

La Cassazione stabilisce che due coniugi in attesa della separazione legale, se tornano a coabitare momentaneamente per cause diverse, sono considerati "riconciliati". Con un’altra sentenza la stessa Cassazione decide che la convivenza non si può imporre e pertanto non è valida l’opposizione di un solo coniuge alla separazione. Il Tribunale di Palermo, dichiarando, nel 1994, la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra la signora X e il signor Y, separati consensualmente nel 1989, ha respinto la domanda dell’ex moglie. La decisione ha escluso il diritto pur dando atto che al momento del divorzio alla sua modesta situazione economica si contrapponeva il consistente patrimonio dell’ex marito.

Ora vorrei affrontare, sotto l’aspetto sociale le "principali cause di una separazione"

L'aspetto della vita di coppia che più si è modificato in relazione ai cambiamenti più generali della nostra società, è certamente quello relativo all’indissolubilità del rapporto. Il matrimonio che dura tutta la vita non è più la norma e, stando alle statistiche, si può affermare che una consistente parte della popolazione fa l'esperienza della separazione. Diverse sono le spiegazioni psicologico sociali dell'aumento dell'instabilità matrimoniale.

La sociologa Saraceno individua la causa principale nella diffusione di una nuova concezione del matrimonio, che enfatizza la sua dimensione romantica. In questo tipo di matrimonio ci si sceglie liberamente per amore, con aspettative elevate di reciprocità e di benessere psicofisico. Il valore del sacrificio rispetto al rapporto coniugale è sottaciuto o negato e quindi questo tipo di matrimonio è più facilmente soggetto alla separazione ed al divorzio. Questa nuova concezione è sicuramente un progresso perché svincola la scelta della separazione e del divorzio dai condizionamenti sociali e la fa diventare un fatto privato. Si è sempre più dell'opinione che due coniugi, quando non riescono più a vivere un rapporto costruttivo, dovrebbero separarsi, diventando cosi liberi d'imboccare nuove strade. Anche la decisione di continuare un rapporto improduttivo unicamente a causa dei figli è ritenuta discutibile. Ci sono rapporti che finiscono perché i partner diventano troppo critici l'uno dell'altro, litigano molto frequentemente, scoprono nell'altro difetti di cui non si erano accorti, si sentono traditi nella fiducia riposta. Alcuni rapporti finiscono perché sono vissuti come oppressivi e limitanti nei confronti della crescita personale; uno od entrambi i partner sentono d'essere cambiati e maturati, di avere altri bisogni e desideri ed un altro modo di concepire la vita. Altri matrimoni terminano perché è subentrata una forte insoddisfazione nei rapporti sessuali, considerati troppo scarsi o abitudinari; oppure perché è subentrata una relazione extraconiugale.

Lo psicologo americano John Gottman nel suo libro "Perché i matrimoni riescono o falliscono" spiega le ragioni che portano al successo od al fallimento nei rapporti di coppia, con la presenza di quattro atteggiamenti, che definisce "i quattro cavalieri dell'apocalisse": la critica, il disprezzo, la difesa, l'ostruzionismo. Quando questi atteggiamenti si stabiliscono in permanenza nel rapporto, esso corre seri pericoli. I partner hanno sensazioni frequenti di soffocamento, che conducono, quasi inevitabilmente, alla presa di distanza. Ciò, a sua volta, induce a sentimenti di solitudine. In questa situazione, senza un aiuto esterno, la coppia sarà soggetta ad una separazione o, ancora peggio, si abituerà a vivere in un contesto svuotato di senso in cui condurranno vite separate e parallele sotto lo stesso tetto. I partner si sono arresi, la loro intimità è mancata, irosa od erosa. Possono far finta di vivere insieme, ricevere amici, occuparsi dei figli eccetera, ma non si sentono più connessi dal punto di vista emotivo.

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RICORDIAMOLI

PIERRE CORNEILLE

Pierre Corneille nacque a Rouen nel 1606, si spense a Parigi nel 1684. Nato da una famiglia borghese, compì i suoi studi al collegio dei gesuiti di Rouen. Eccellente allievo, specie in latino, si rifece poi sovente alla letteratura antica, sia per gli aspetti declamatori, sia per i temi.

Seneca e Lucano furono i suoi autori preferiti. Nel 1628 cominciò la professione di avvocato reale nella città natale e forse non pensò mai di potersi dedicare al teatro. L'amore per una fanciulla gli ispirò un sonetto e, non è escluso, la stessa commediaPierre Corneille Mélite, in cui lo inserì. L'opera, rappresentata prima a Rouen, poi a Parigi nel 1629, ebbe un discreto successo, che lo stimolò a dedicarsi al teatro.

Nel 1632 scrisse Clitandre ou l'Innocence délivrée e prima del 1635 aveva già al suo attivo altre quattro commedie, nelle quali l'argomento romanzesco è sostenuto da uno stile pieno di vivacità. La sua prima tragedia, Médée, è del 1635. Intanto si era trasferito a Parigi e godeva della protezione di Richelieu.

Faceva parte delle compagnie dei "cinque autori" con Boisrobert, Colletet, L'Estoile e Rotrou, che avevano l'incarico di mettere in versi gli argomenti nati dalla fantasia del cardinale. Ma Corneille, che non ebbe mai la virtù del cortigiano, ben presto perdette le simpatie del protettore, e probabilmente anche le sovvenzioni. Il successo di Médée, in cui l'influsso di Seneca era fin troppo palese, fece da prologo al trionfo che fu poi consacrato dalla sua opera più famosa, Cid El Campeador. Secondo alcuni la tragedia dovrebbe datarsi 1636, anno in cui scrisse L'illusion comique; ma documenti venuti alla luce abbastanza recentemente confermano che Cid El Campeador va collocato nel 1637, o che la prima rappresentazione al Théâtre du Marais è del 1637.

Tragedia dell'amore e del dovere, rivela, nel conflitto dei sentimenti, la profondità dei caratteri dei protagonisti, in una dinamica teatrale che delle regole aristoteliche osserva, se non l'unità di luogo, rigorosamente quella di tempo. Corneille, in realtà, mal accettava il concetto delle tre unità di luogo, azione, tempo, ma cercò sempre di restarvi fedele, specie all'ultima, poiché, essendo il suo teatro scontro di passioni e dramma della volontà, la sintesi e l'immediato svolgersi degli eventi è essenziale all'incalzare del sentimento, non potendo il furore e la piena dell'animo prolungarsi nel tempo.

Le Cid, per il lieto fine che celebra l'amore del protagonista e di Chimène, è da considerarsi tragicommedia, più che pura tragedia, e certo trionfò anche per gli elementi sentimentali di cui è ricca. La fortuna dell'opera sollevò invidie e rimostranze da parte degli autori contemporanei Scudéry e Mairet e, se non un'invidia da autore, si attirò un risentimento da protettore da parte del cardinale Richelieu. Oggi si tende a diminuire molto l'astio del ministro verso il fortunato drammaturgo.

La cosiddetta "Querelle du Cid" ha la sua documentazione ufficiale nei Sentiments de l'Académie sur le "Cid", redatti da Chapelain nel 1638: è probabile che Richelieu volesse mettere in evidenza i compiti di arbitro della letteratura che l'Accademia da lui fondata doveva assumersi. Il drammaturgo, addolorato, si difese dall'accusa di plagio, ma ne rimase colpito, tanto che non volle più imitare opere altrui e i suoi drammi, dopo Le Cid, si ispireranno solo alla storia.

Di carattere fiero, approfondì le sue doti poetiche con principi critici dei quali fecero fede i suoi discorsi e le sue prefazioni e gli stessi Examens con cui accompagnava la pubblicazione delle opere. La risposta più valida agli attacchi la diede con drammi nuovi. Due in un solo anno Horace (Orazio) e Cinna (Cinna Magno, Gneo Cornelio). Horace è ancora una volta dramma dell'amore e del dovere, per i sentimenti che legano i duellanti, Orazi e Curiazi, alle donne delle opposte famiglie. Anche Cinna, ispirata al trattato De clementia di Seneca, ebbe successo. Ma certamente l'opera più alta dopo Le Cid e anzi, per la critica, il capolavoro in senso assoluto, è Polyeucte; (Poliuto), indubbiamente da considerare come il canone della tragedia corneliana.

Quello di Corneille è un mondo poetico nuovo che aveva preso il posto di quello basato, come i grandi modelli dell'antichità, sul contrasto delle passioni: la cui tragedia fu definita teatro della volontà e del dovere. Continuò a scrivere, senza più raggiungere, tuttavia, i vertici di Polyeucte e di Cinna. Lo stile di colui che è considerato tra i più grandi poeti di Francia rifulge in tutto il suo vigore anche nelle altre opere: La toison d'or, Sertorius, Sophonisbe, Othon, Agésilas, Attila, Tite et Bérénice, Psyché, Pulchérie, Suréna, con cui concluse la sua attività di drammaturgo allontanandosi per sempre dal teatro; dieci anni dopo morì nell'indifferenza generale.

Bibliografia

B.Croce, Ariosto, Shakespeare e Corneille, Bari, 1968; E.Paratore, Studi su Corneille, Roma, 1983.

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO "GIUSEPPE SELVAGGI"

Giuseppe Selvaggi, classe 1923, nato in Calabria. A Roma dagli anni universitari, Lettere alla "Sapienza", nel 1944 accanto ad Ernesto Buonaiuti ne Il Risveglio. Da circa cinquant’anni giornalista parlamentare, per "Il Tempo" (capo servizio politico) e poi per "Il Messaggero" e "Il Secolo XIX". È stato nella redazione di "Planate" a Parigi. Tre libri di poesia con più edizioni: Fior di notte nel 1941, Canti jonici del 1962 e, con le edizioni Scheiwiller, Corpus nel 1984. Tra i libri di saggistica: Scoperta dell’Europa del 1948; L’arte come guerriglia culturale del 1973. Dirige la rivista Idea, conduce rubriche d’arte. Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica del 1983 per i parlamentari e i giornalisti che hanno partecipato ai lavori della Costituente.

Del suo mondo Poetico avrei voluto proporvi "Il canto del Giubileo" datato 1950, letto in un incontro interreligioso lo stesso anno, giubilare e liberatorio dopo la guerra totale. Prima pubblicazione nel 1951, sulla rivista di poesia Momenti (Torino). Quindi, più volte sino alle edizioni di Canti Jonici. "I due vescovi protagonisti, ha scritto lo stesso Selvaggi, sono memoria della realtà: uno a me ignoto visto per strada, nella Roma di allora; l’altro degli anni di collegio", ma troppo lungo per lo spazio che posso utilizzare; quindi ho scelto da "Fior di notte" una confessione di Adamo:

Io mi perdevo lungo il corso d'acqua
nei pomeriggi della fanciullezza
sino a che agli occhi chini alla corrente
l'eco arriva del mai visto mare.
La mia bocca tremava nel guardarsi
e l'acqua s'increspava più profonda
al soffio che era bacio e non parola.

II vento nato veloce si ferma
e ci scompiglia i sogni della vita

Ha detto di lui Ugo Spirito (…) "Il suo occhio si solleva sempre a quell’essenziale che egli non può trovare nel contingente e nell’episodico. Lo stesso atteggiamento assume di fronte al cristianesimo, superando i confini di una religione particolare. La filosofia del Selvaggi può raccogliersi tutta in questo bisogno della totalità, dell’assoluto, al di là di ogni confine e di ogni limitazione. Ed egli con questa apertura può accostarsi a tutte le esperienze del mondo di oggi, dalle grandi e dalle grandissime fino alle più piccole e transitorie. (…) Ma per capire fino in fondo Selvaggi, occorre ritornare sul motivo del suo giocoso egocentrismo, che lo muove ad accettare l’omaggio simpatico degli amici e degli estimatori. Potrebbe questo sembrare il suo limite e potrebbe scambiarsi con una espressione di ristrettezza di orizzonti, e invece, a guardare bene, bisogna ritrovare in esso l’apertura necessaria per passare da sé agli altri in un comune interesse e in un comune legame sentimentale. Egli prova gioia a esaltare le persone che crede di dover rispettare ed ammirare, e si prodiga con cuore commosso per l’affermazione degli uomini che esprimono valori superiori. Il suo egocentrismo, dunque, non restringe ma apre, ed è manifestazione di una gioiosa partecipazione alla gioia comune".

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LA POESIA DEL GIORNO

IL TEMPO DELLA VITA

E’ migliorato il tempo della vita
ridammi i giorni; però se con i baci
cogliessimo di questi la misura
sarei nato tra le labbra tue, amore.
In te ogni giorno mio
avrei perduto e speso.
E’ misurato il tempo della vita
e dei ricordi più non conta il tempo;
ma se avessi perduto un solo bacio
dell’amore non avrei saputo nulla;
perciò voglio chiamare col suo nome
anche la più inconfessata gioia
ché rimarrebbe la sola musica
che tutti udrebbero per magia di vita:
miracolo delle segrete sillabe d’amore!
Bello sarebbe anima mia
morire agli angoli della tua bocca
mi sentirei scivolare in Paradiso
come dal fiore la rugiada.

Reno Bromuro (da Poesie nuove).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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