24 aprile 1992
Dimissioni di Giulio Andreotti

Il VII governo Andreotti formato il 12 aprile 1991, dopo 378 giorni il 24 aprile è costretto a dimettersi.

Giulio Andreotti è nato a Roma il 14 gennaio 1919, Senatore a vita dal 1991, ha dominato la scena politica degli ultimi cinquant’anni anni: sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte delle Finanze, del Bilancio e dell’Industria, una volta ministro del Tesoro e una ministro dell’Interno, sempre in Parlamento dal 1945 ad oggi, ma mai segretario della DC. La storia politica della Repubblica italiana è la storia di Giulio Andreotti.Giulio Andreotti

Laureato in giurisprudenza, inizia la sua carriera politica come delegato nazionale dei gruppi democristiani; nel 1945 partecipa all’Assemblea Costituente. L’attività di governo incomincia a 28 anni come sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel quarto governo De Gasperi. Dopo numerosi incarichi ministeriali diventa per la prima volta presidente del Consiglio nel 1972, ed è il governo più breve della repubblica solo 9 giorni di durata.

L’incarico gli è affidato di nuovo nel 1976, nella stagione del compromesso storico tra DC e PCI. I comunisti si astengono e il monocolore democristiano può nascere. Ci sono da affrontare due drammatiche emergenze: la crisi economica e il terrorismo che insanguina l’Italia.

L’accordo tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro diventa sempre più stretto. Quest’ultimo è presidente della DC ed è anche l’uomo che negli anni Sessanta aveva aperto le stanze del potere ai socialisti e adesso sta per tentare l’operazione con il PCI. L’occasione è il governo di solidarietà nazionale che nel 1978 si accinge a formare sempre Andreotti e che prevede non più l’astensione, ma il voto favorevole anche dei comunisti, che però non avrebbero incarichi di governo. Aldo Moro è rapito dalla Brigate rosse il 16 marzo, il giorno della nascita del nuovo esecutivo. La notizia dell’agguato e dell’uccisione degli uomini della scorta piomba in Parlamento proprio al momento del voto di fiducia al governo Andreotti. Sono momenti di grande tensione nel Paese, sull’orlo di una crisi istituzionale senza precedenti. Il governo non cede al ricatto brigatista, chiedono la liberazione di alcuni terroristi in carcere, e Andreotti sposa la linea della fermezza contro le BR, così il PCI e i repubblicani. Moro è trovato morto il 9 maggio del 1978 in una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, nel centro di Roma, simbolicamente a metà strada tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, le sedi rispettivamente di PCI e DC.

La morte di Moro segnerà la vita politica italiana degli anni successivi. Francesco Cossiga, ministro dell’Interno, si dimette dall’incarico. I veleni legati al memoriale scritto dal presidente della DC durante il suo sequestro, affioreranno in mezzo a storie di servizi segreti, ricatti e tragiche vicende che coinvolgeranno anche Andreotti.

Il governo di solidarietà nazionale dura poco, Berlinguer torna all’opposizione e dichiara finita la stagione del compromesso storico. Diventa presidente del Consiglio Arnaldo Forlani e Andreotti non partecipa all’esecutivo; la sua temporanea uscita di scena dura fino al governo Craxi del 1983, quando assume la carica di ministro degli Esteri. Si tratta del primo esecutivo a guida socialista, in precedenza il primo non DC alla guida del Paese era stato il repubblicano Giovanni Spadolini. A capo della Farnesina è confermato anche nel secondo governo Craxi e negli esecutivi di Fanfani, Goria e De Mita.

Esperto degli equilibri di geopolitica, fa della distensione l’asse portante della politica estera italiana, insieme all’appoggio alla strategia atlantica. Ha un ruolo incisivo nelle tensioni medio-orientali, lavora alla composizione del conflitto Iraq-Iran, sostiene i Paesi dell’Est nel loro processo di democratizzazione e l’opera coraggiosa di Mikhail Gorbaciov in Urss, dà il sì italiano all’istallazione degli euromissili della Nato. Gli anni Ottanta si chiudono con il patto di ferro con Craxi e Forlani, con le iniziali: Caf, dalle iniziali dei tre. Andreotti sale a Palazzo Chigi e Forlani alla segreteria democristiana. Nel 1991 Andreotti forma un nuovo esecutivo, l’ultimo perché la DC viene travolta dall’inchiesta di Tangentopoli.

Andreotti non entra nell’indagini, ma a metà degli anni Novanta viene processato da due procure: quella di Perugia e quella di Palermo. I magistrati umbri lo accusano di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il direttore dell’Op, ucciso il 20 marzo del 1979 che avrebbe ricattato Andreotti, tra l’altro, proprio per le verità del memoriale Moro. L’11 aprile 1996 comincia il processo: dopo 169 udienze, il 24 settembre 1999 viene pronunciato il verdetto che lo assolve "per non aver commesso il fatto".

Ma un’altra accusa scuote l’imperturbabile Andreotti: quella di essere colluso con la mafia. La notizia fa il giro del mondo e, se provata, darebbe un duro colpo all’immagine dell’Italia: per cinquant’anni la Repubblica sarebbe stata guidata da un politico mafioso. Il 23 marzo del 1993 l'ufficio di Giancarlo Caselli inoltra al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i magistrati Andreotti avrebbe favorito la mafia nel controllo degli appalti in Sicilia attraverso la mediazione di Salvo Lima. A riprova di ciò la testimonianza di alcuni pentiti fra cui Balduccio Di Maggio, che racconta agli inquirenti di aver visto Andreotti baciare Totò Rina, nel gergo mafioso il gesto significa che fra i due c’è un rapporto di conoscenza e stima reciproca. Il 13 maggio del 1993, il Senato concede l'autorizzazione. Il dibattimento comincia il 26 settembre del 1995, i PM chiedono 15 anni di reclusione. Il processo di primo grado si chiude il 23 ottobre 1999: Giulio Andreotti viene assolto perché "il fatto non sussiste". Ma la Procura di Palermo decide, comunque, di ricorrere in appello. Risolte le questioni giudiziarie, a oltre ottant’anni, Andreotti ritorna in politica. Lascia il PPI e fa il suo rientro sulla scena con un nuovo partito fondato insieme all’ex leader della CSIL Sergio D’Antoni e all’ex ministro dell’Università Ortensio Zecchino. Alle elezioni politiche 2001 la nuova formazione si presenta svincolata dai due poli e ottiene solo il 2,4 per cento dei voti non superando la soglia di sbarramento.

Andreotti è autore di molti libri fra cui: De Gasperi visto da vicino, Gli Usa visti da vicino, Onorevole stia zitto, Il potere logora, ma è meglio non perderlo.

Di lui Craxi ha detto: "E’ una volpe. Ma prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria".

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RICORDIAMOLI

GANDHI

Gandhi, detto il Mahatma (grande anima), nacque a Porbandar nel 1869. La figura di Gandhi, artefice dell'indipendenza indiana, ha assunto statura mondiale per il sistema di pensiero da lui messo a punto, imperniato attorno ai principi della nonviolenza.

Di famiglia agiata, si laureò in giurisprudenza a Londra. Trasferitosi in Sudafrica, conobbe direttamente le vessazioni prodotte dal razzismo e cominciò a battersi per i diritti dei lavoratori indiani lì emigrati e per la loro promozione sociale, mirando soprattutto alla eliminazione delle misure segregazionistiche stabilite dai bianchi. Più volte arrestato, individuò nei principi della nonviolenza e nella pratica della disobbedienza civile leGandhi forme più efficaci di opposizione al potere, a maturazione di un lungo processo formativo alimentato dalla meditazione dei testi sacri indù, ma anche del Corano, del Vangelo e del pensiero pacifista di Tolstoi e Thoreau.

Ritornato dall’Africa in India nel 1915, promosse una lunga serie di campagne di non cooperazione con l’Amministrazione britannica in India, le cosiddette satyagraha, letteralmente attaccamento alla verità, tutte rigorosamente basate sul principio della non violenza.

Particolarmente, risultarono efficaci le campagne di boicottaggio delle merci britanniche e di promozione della tradizionale attività artigianale indiana di lavorazione del cotone, che riuscirono a catalizzare l'interesse delle masse. Condannato nel 1921 dall'amministrazione britannica a sei anni di carcere e uscitone dopo tre, fu eletto alla presidenza del Congresso Nazionale Indiano, partito guida nella lotta per l'indipendenza. Nel 1930 organizzò una nuova imponente manifestazione popolare per boicottare l'imposta sul sale e fu nuovamente imprigionato per un anno. Nel 1930 e 1932 fu chiamato a partecipare alla tavola rotonda di Londra sull'indipendenza indiana, conclusasi senza risultati. Durante la II guerra mondiale si oppose al nazionalismo estremista di Chandra Bose, favorevole a un accordo con le potenze dell'Asse in chiave antibritannica, ma, deciso a continuare la lotta per l'indipendenza, animò un nuovo ciclo di azioni di disobbedienza civile prima di essere ancora una volta incarcerato, fino al maggio 1944. Liberato, partecipò ai negoziati con la Gran Bretagna che il 15 agosto 1947 ratificarono l'indipendenza dell'India.

In tutta questa fase Gandhi tentò di evitare la divisione fra India e Pakistan intavolando senza successo discussioni con la Lega musulmana di Jinnah e svolgendo numerosi scioperi della fame tesi a pacificare le relazioni fra indù e musulmani. Questo suo estremo messaggio di tolleranza provocò però le reazioni degli indù più fanatici, uno dei quali lo uccise con un colpo di pistola. Parallelamente all'impegno politico per l'indipendenza del suo paese, Gandhi si impegnò strenuamente in favore dei fuori-casta, cioè dei paria e contro il sistema indù delle caste: per eliminare "il flagello dell'intoccabilità" decise di vivere come il più umile dei paria e attuò una serie di digiuni tesi a sensibilizzare su questo punto l'opinione pubblica indiana.

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IL FATTO

DANTE ALIGHIERI
La "DIVINA COMMEDIA"

Pensato semplicemente come Commedia da Dante, il titolo assunse ufficialmente l'attributo "divina" per iniziativa di Ludovico Dolce, curatore di un'edizione stampata a Venezia dal Giolito nel 1555. Secondo Dante, come spiega ne il De vulgari eloquentia, Epistola a Cangrande, il concetto di commedia è collegato a un genere di vicenda orribile negli inizi e felicemente conclusa, nonché a uno stile medio-umile, rispetto a quello elevato della tragedia. DanteLa stesura, avviata probabilmente negli anni 1306 o 1307, impegnò il poeta per il resto della sua vita. Il poema si articola in 3 cantiche: l'Inferno, di 34 canti, ossia 33 più uno d'introduzione generale; il Purgatorio e il Paradiso, sono entrambi composti di 33 canti, per un totale di 100 canti, composti da 14.233 versi endecasillabi riuniti in terzine incatenate, con lo schema: ABA BCB CDC DED...

La Divina Commedia è concepita come il resoconto d'un viaggio di sette giorni nei regni d'oltretomba intrapreso dal poeta per risolvere una crisi che lo ha colto a metà del proprio cammino esistenziale, cioè verso i 35 anni. Sarà Beatrice, la donna amata dal poeta nella giovinezza, a scendere dal Paradiso per affidare Dante alla guida di Virgilio, il massimo poeta della latinità. Fortificato dalla sua presenza, l' 8 aprile, venerdì Santo, del 1300, anno del Giubileo bandito da Bonifacio VIII, il pellegrino Dante si addentra nella voragine sotterranea dell'Inferno,dove incontra le anime dannate. Il 10 aprile, Pasqua di Resurrezione, affronta sulle pendici della montagna del Purgatorio la parte penitenziale del proprio viaggio in compagnia delle anime in attesa di liberazione. Passato sotto la diretta tutela di Beatrice dopo aver raggiunto il Paradiso Terrestre, spicca il volo il 13 aprile, mercoledì di Pasqua, verso il Paradiso, dove nel cielo Empireo potrà finalmente, sia pure per pochi istanti, godere della contemplazione di Dio.

È lo stesso Dante a stabilire il fine della sua opera nell'Epistola a Cangrande: affrancare i viventi dalla miseria del peccato e guidarli verso la suprema felicità. Non vi è dubbio che Dante trasse ispirazione dalla Sacra Scrittura, da testi della latinità classica e dalla letteratura cristiana. Posizione privilegiata nell'immaginario dantesco occuparono il rapimento di San Paolo al terzo cielo, menzionato nella Seconda lettera ai Corinti, 12, e la discesa agli Inferi di Enea nel VI libro del poema di Virgilio. La Commedia è dunque concepita come Eneide della modernità, epica dello spirito cristiano.

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LA POESIA DEL GIORNO

PER DIRTI

Ti sei messa sul mio cammino
e non ti ho chiesto chi sei.
Non hai parlato, riflessa l'anima
allo specchio ho visto, la mia.
Ho tremato al tuo sguardo.
Ho pianto al battito del cuore.
Ho aperto le mani a coppa
raccolta di lacrime nelle mani:
non erano…
vapore
polvere
nelle mie mani.
Inginocchiato ai tuoi piedi
bacio le orme che lasci.
Mare cattivo e amato, passi
come carezza sulla sabbia,
crudele cancelli la gioia.
Mi contorco nel dolore
come l'olivo, per non urlare.

O miracolo di vita, tu piangi!?
Raccolgo quella lacrima viva
bagno le aride labbra
e nelle mani il cuore brilla.

Stringo tra le mani un cuore
e attendo
attendo quella svolta per dirti...

Reno Bromuro ( da Musica Bruciata)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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