23 settembre 1913
Garros sorvola il Mediterraneo

Benché il suo nome sia stato dato a uno stadio di Parigi celebre in tutto il mondo per le gare di tennis che vi si disputano, non è in questo sport che Roland Garros si è distinto.

Nato nel 1888 a Saint-Dénis de la Reunion, questo pioniere dell'aviazione imparò a volare sull'apparecchio più piccolo dell'epoca, il Demoiselle di Alberto Santos-Dumont.

Insieme ad altri piloti egli effettuò una lunga tournée negli Stati Uniti dove gli aeroplani erano ancora una novità. Garros batté per ben due volte il record di quota volando, nel 1911, a 3910 metri e nel 1912 a 5601 metri.

Nel 1909 Louis Biériot aveva oltrepassato la Manica. Il 23 settembre 1915, Roland Garros decollò da Saint-Raphael per attraversare il Mediterraneo. Otto ore dopo l'aviatore atterrava a Biserta, in Tunisia, dopo aver percorso 720 chilometri, da solo al comando del suo apparecchio. Durante il volo il motore si era fermato. Credendo che fosse giunta la sua ultima ora, Garros si lasciò cadere verso il mare. La caduta rimise in moto l'elica, l'aereo s'impennò e, rasentando le onde, riparti verso la costa.

Quando l'apparecchio atterrò in un campo vicino a Biserta. un contadino accorse e domandò al pilota: "Da dove venite?...". Garros si sciolse in lacrime: erano lacrime di gioia! Durante la guerra 1914-1918, Roland Garros inventò il tiro attraverso l'elica. Fatto prigioniero dai tedeschi, egli evase nel 1917 e riprese il suo posto. Questo pioniere dell'aviazione fu ucciso nel corso di un combattimento aereo il 5 ottobre 1918.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1854: La flotta russa si autoaffonda al largo di Sebastopoli.

1917: L'asso tedesco Werner Voss, cui si attribuiscono 48 vittorie aeree (fra cui 22 apparecchi inglesi abbattuti in 21 giorni sopra Ypres) è abbattuto nel corso di un combattimento aereo.

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RICORDIAMOLI

GINO BARTALI

Un pilota, a Parigi, ha dato il suo nome ad un campo sportivo dove, principalmente si disputano partite di tennis, richiama alla mia memoria un corridore ciclista che non ha dato (almeno fino ad ora) il suo nome a nessuna strada e a nessun circuito ciclistico (se a qualcuno risulta il contrario me lo facesse sapere, in modo che possa riempire il vuoto della mia memoria, grazie anticipate).

Gino Bartali è stato uno dei ciclisti italiani più amati e vincenti nella storia di questo sport, che ha praticato per moltissimi anni, dal 1931 al 1954. Corridore incredibilmente resistente e completo, eccelse soprattutto come scalatore, diventando protagonista di imprese che addirittura travalicarono lo sport. Gino Bartali nasce a Ponte a Ema, una località alla periferia di Firenze, in una famiglia composta da quattro fratelli, due maschi e due femmine. Uno di questi, il promettente Giulio, perde la vita giovanissimo durante una corsa in bici.

La sua carriera da dilettante inizia nel 1931, quando vince la prima gara a cui partecipa, chiamata "Il Gran Premio Aspiranti", salvo poi essere squalificato perché diciassettenne da un giorno quando il limite massimo era di sedici anni. Il suo debutto tra i professionisti avviene nel 1935 in una controversa Milano-Sanremo, dove è subito tra i protagonisti: arriva quarto e presenta reclamo contro Olmo, Guerra e Cipriani, poi multati, i campioni dell'epoca, rei di aver sfruttato la scia delle automobili. Il suo carattere polemico e ribelle è una caratteristica che lo accompagnerà per tutta la carriera. Nello stesso anno diventa campione italiano.

Dopo due stagioni, a soli ventitré anni, Bartali ha già vinto due edizioni del

Giro d'Italia, 1936 e 1937, gettando solide basi per un lungo regno sportivo: il ciclismo italiano trova così un protagonista assoluto. Nello stesso anno, complice la caduta in un torrente, Bartali perde un Tour de France che era già nelle sue mani.

L'anno successivo, correva il 1938, Bartali e gli altri ciclisti italiani più quotati, consigliati dal Commissario Tecnico Girardengo e "incoraggiati" dal regime fascista, saltano il Giro d'Italia per tentare la conquista della grande corsa a tappe francese. Bartali ne approfitta per prendersi la rivincita, diventando il secondo italiano della storia, fino a quel momento: l'altro è Bottecchia, a trionfare al Tour.

L'immagine di Bartali è legata in modo indissolubile a quella del rivale Fausto Coppi con il quale venne a crearsi un appassionante dualismo che divise l'Italia in due. La storica rivalità risale al Giro d'Italia del 1940, dove Bartali prende il via come grande favorito. A vincerlo alla fine è però il giovane Fausto Coppi, all'epoca promettente gregario del campione toscano.

Com'era inevitabile, durante gli anni del conflitto bellico le manifestazioni ciclistiche più importanti: Giro, Tour e campionato del mondo si devono fermare, privando i due campioni di molte probabili vittorie e gli appassionati di questo sport di attesissimi epici duelli. Cessate le ostilità, Bartali torna subito a gareggiare e a vincere, imponendosi in un Giro d'Italia del 1946; due giri della Svizzera 1946 e 1947,due Milano-Sanremo 1947 e 1950 e, soprattutto, nel Tour de France del 1948. Con il 1954 si conclude così una delle carriere più lunghe e vincenti della storia del ciclismo: Bartali resterà un personaggio amatissimo dalla gente anche negli anni a venire, comparendo spesso in televisione e su altri mass media.

Un appunto a parte spetta al Tour del 1948. Questa edizione vinta da Bartali, rivestì per il popolo italiano un significato storico e sociale molto particolare. Era appena finito il secondo conflitto mondiale con una disfatta e il paese versava in condizioni difficili. Il 14 luglio 1948, in seguito all'attentato a Palmiro Togliatti, nelle strade regnava il caos, quando Bartali, a dieci anni di distanza dalla prima affermazione, vinse il tour. Si dice che la sua vittoria riuscì a "distrarre" l'Italia e gli italiani da una probabile guerra civile.

Questo episodio (probabilmente gonfiato dalla stampa fino ad assumere i toni della leggenda) contribuisce a spiegare la popolarità e l'affetto della gente nei confronti di Gino Bartali, l'uomo che con le sue fughe sulle vette del Tour faceva sembrare meno gravoso agli Italiani un triste periodo della loro storia. Il suo unico rimpianto in carriera rimane, dopo aver partecipato a 386 corse di cui 186 vinte, quello di non aver mai vinto il campionato del mondo.

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L’ANEDDOTO

PERSONAGGI PADULESI "ANTONIETTA BOZZELLA"

Sono andato all’apertura di una personale di pittura (in francese la chiamano in un altro nome) io la chiamo in italiano, ammiravo i quadri, uno in particolare mi attraeva più degli altri e, se avessi avuto i soldi, lo avrei acquistato volentieri, quando una mano si posa sulla mia spalla e mi chiama per nome.

- Ti riconosciuto subito. Sei tale e quale alla fotografia che sta sul libro. Sono Giovanni, non ti ricordi di me?

- Giovanni?…- Sì, Giuanne ‘e Sagghieta!

- Dio, come siamo invecchiati, guagliò! Pare ieri che ti vendevo i tema per un pezzo di pane… Ti sei dato alla pittura?

- Sono venuto a vedere la "Mostra" della figlia di un amico, si chiama Antonietta Bozzella. Che cosa pensi della sua pittura?

- Caro amico, per quello che posso vedere in queste poche tele, ti posso dire le prime sensazioni, e cioè: le funzioni che spingono, l'inconscio verso il conscio dell’artista, sono alla base della sua pittura. In questo caso il suo atteggiamento consiste nell'escludere, il più possibile, ogni controllo riflesso e quindi lasciarsi guidare dal "dettato" dell'inconscio. Però queste funzioni provocano l'esteriorizzazione delle emozioni che l'hanno assalita, cosciente che le emozioni costituiscono gli elementi psichici reali da cui la personalità cosciente e morale esplode nelle figure cromatiche delle sue tele, perché sono nate conforme alle leggi naturali della fantasia. Così, mentre nella vita sociale assume un atteggiamento di controllo e di dominio, facendo astrazione delle intenzioni personali, nella costruzione dell'opera d'arte assume una condotta d’ordine tecnico, come una scarica liberatrice di vari sentimenti. Nella varietà dell’immaginazione fantastica, il volto di donna diventa, nell'artista, il punto di congiunzione per l'annullamento sessuale della creatura umana che stilla liquide perle in attesa dell'evento; cioè del giorno in cui questo si avvererà. In attesa che uomo e donna non saranno più distinti in sesso forte e debole. Questi sentimenti sono manifestati sulla tela, con colori vivaci e primaverili, a volte caldi come il calore dell'amore, a volte freddi e indifferenti come la solitudine, altre con un nero dolce e ovattato; raramente il colore della terra riempie le figure femminili e questo crea un'altra contraddizione, palese quanto si vuole, ma in effetti la contraddizione è puramente razionale, poiché nella mente dell'artista c'è la certezza che, solo dall'amore può avvenire l'annullamento della distinzione. Pittoricamente, è essenzialmente lirica, riuscendo a sfuggire dal simbolo per dare figure espressive, pur manifestando il pensiero in simboli.

In tutto è chiaro l'immanenza del fatto trascendente sul fatto presente, giustificati dall'austero sentimento pittorico.

- Che fai, scrivi qualcosa sulla sua arte?

- Ti ripeto per il ricordo della fanciullezza, che ci lega, e la fame che non mi hai fatto soffrire, facendomi mangiare pane e salame e molte volte pane e prosciutto, scriverò qualcosa ma è necessario che veda tutta la sua produzione. Eccoti il mio indirizzo e il numero del telefono, chiamami, fissiamo un appuntamento. Adesso devo scappare, devo andare al Circolo "Il Pane e le Rose", altrimenti Marina mi strozza. Ciao, Giovà!

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LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

41
Tredici nemici si sono asserragliati
nel bosco a Forno Nuovo.

Tredici nemici hanno fatto strage:
è saltato Ponte Valentino,
cinquanta vacche, buoi legati al giogo
pecore, capre, più di centotrenta;
tutte gravide, in corpo ne avevan tre.
Il pastore, un ragazzo come me
trema come una foglia autunnale.

A Paduli si mangia carne
solo carne, senza pane

42
Uno dei tredici nemici è venuto in paese
e andato alla caserma dei carabinieri
il maresciallo l'ha sbattuto fuori:
è un ragazzo e non ha la barba!

Seduto sullo scalino di una casa
piange il nemico ancora imberbe.
Mi vede, mi afferra un braccio
gli occhi colmi di lacrime
implora un vestito, un vestito di papa!

Era ieri. Oggi alla "Centriera"
mentre andava verso Benevento
un caccia americano l'ha falciato.

L'hanno sepolto a Paduli
si chiamava Franz.

43
I nemici ora sono dodici
nascosti nelle grotte della Piana
sono affamati, stanchi, hanno paura.

E' giunta in piazza una camionetta
a bordo tre soldati americani.
Gli abbiamo detto che c'erano i nemici
soltanto dodici, affamati e stanchi...
Sono fuggiti! Al loro ritorno
erano in cinquemila, con cannoni
mitraglie e carri armati.

Si sono divertiti con la nostra fame
hanno approfittato delle nostre ragazze.

Reno Bromuro da «Poesie della Vita» Ursini Editore Catanzaro 1991

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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