23 marzo 1944
In Via Rasella a Roma
una colonna tedesca è attaccata

Per non dimenticare, specialmente adesso che è in corso una guerra che non capisco In Via Rasella, a Roma, una colonna tedesca è attaccata da un nucleo dei GAP "Gruppi di azione partigiana", del quale fanno parte tra gli altri Rosario Bentivegna, Carla Capponi, Franco Calamandrei, Silvio Serra, Fernando Vitagliano. Tra i militari si contano 33 morti, i feriti sono alcune decine. L'ordine di rappresaglia sarà di eliminare dieci ostaggi italiani per ogni tedesco rimasto ucciso. Il giorno seguente il comandante della Gestapo a Roma, colonnello Herbert Kappler, condurrà 335 detenuti politici in una cava lungo la Via Ardeatina e procederà alla loro esecuzione. La sera stessa, un comunicato radiofonico comunicherà la notizia dell'episodio, che resterà nella memoria storica come l'eccidio delle Fosse Ardeatine

Da "IL MESSAGGERO DEL 24 NOVEMBRE 2000":

MORTA LA PARTIGIANA CARLA CAPPONI

È morta Carla Capponi, ex membro dei Gruppi di azione patriottica (Gap), tra i sedici partigiani che parteciparono il 23 marzo del 1944 all'azione di Via Rasella contro una colonna di soldati tedeschi, alla quale seguì, come rappresaglia, l'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Carla Capponi, medaglia d'oro al valor militare, aveva 82 anni ed è morta nella sua abitazione di Zagarolo, a pochi chilometri da Roma. Esponente di rilievo della resistenza romana, Carla Capponi fu protagonista di numerose azioni contro i nazisti e i fascisti: l'8 settembre del 1943 a Porta San Paolo salvò un ufficiale italiano ferito; da sola fece saltare in aria un automezzo tedesco e attaccò postazioni tedesche. Assunse anche il comando di un'unità partigiana nei pressi di Roma. Fu eletta deputato per il PCI per due legislature e divenne anche componente della commissione giustizia alla Camera.

Una settimana fa, il 15 novembre, era stato presentato in Campidoglio il suo libro autobiografico "Con cuore di donna". Rosario Bentivegna, ex gappista, ex marito di Carla Capponi vuole ricordare chi lo ha accompagnato per 15 lunghissimi anni, "anni di amore ma anche di guerra, sangue, dolore", dice: "Carla è morta con gioia, ridendo" dice commosso mentre cerca, tra mille telefonate, di organizzare l'ultimo omaggio alla sua ex compagna, in altre parole un funerale di Stato. "Se n'e andata improvvisamente, forse non se n'è neanche accorta, per un arresto cardiaco. Aveva problemi di salute, i lunghi anni di guerra l'avevano segnata anche nel fisico, la tubercolosi le aveva portato via un polmone. Ma era sempre forte", confida.

Quello che ci consegna Bentivegna, commenta il cronista: "era dolcissima ma era anche forte come una roccia. Più di noi uomini, molto di più. Era un pilastro della resistenza romana: era determinata, sicura ma anche umana. Non arretrava mai". Impossibile per il giovane gappista non innamorarsi di "quella compagna conosciuta nel PCI e poi amata durante la militanza nei Gap e sposata nel 1944 in chiesa perché incinta". "Andavamo a casa sua, in piazza Foro di Traiano, facevamo riunione politiche. Ma con i Gap diventammo clandestini: una gioventù spesa a nascondersi in case diroccate, in montagna, in rifugi di fortuna, braccati dai tedeschi", racconta. Una gioventù segnata dall'episodio più significativo e doloroso della resistenza romana: l'azione di via Rasella. Per quell'azione Bentivegna, Capponi ed un altro ex gappista, Pasquale Balsamo, erano stati citati quattro anni fa da alcuni parenti delle vittime civili dell'azione militare nella quale morirono anche 32 soldati del Battaglione Bozen.

Un'azione che la Cassazione definì "un legittimo atto di guerra", dunque non punibile, chiudendo così il capitolo giudiziario. "Come potrò mai dimenticare quel giorno? - racconta Bentivegna - eravamo ragazzi e stavamo facendo una cosa importante. Non dimenticherò mai lo sguardo di Carla mentre mi aspettava all'angolo di via delle Quattro Fontane: quello sguardo era una cosa bella in mezzo ad una cosa brutta, sporca. Mi dava sicurezza, mi diceva di non cedere". Una forza che alla Capponi "era derivata anche da una famiglia conservatrice ma antifascista - sottolinea Bentivegna - i genitori, profondamente cattolici, non la mandarono alle elementari per evitarle l'indottrinamento fascista. Più tardi approdò al liceo "Visconti" uno dei centri antifascisti. E da lì iniziò la sua vita di resistenza, una vita che non si potrà mai raccontare tutta. Se penso che oggi c'è chi vuole riscrivere la storia che noi abbiamo vissuto: l'unica risposta a questi signori sono i personaggi come Carla. Loro a confronto sono nulla".

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RICORDIAMOLI

L'IMBOSCATA DI VIA RASELLA

Era il venticinquesimo anniversario della fondazione del Fascismo, avvenuta a Milano il 23 marzo 1919, un piccolo gruppo del movimento clandestino di resistenza romano per far ricordare al fascismo le nozze d’argento con la prepotenza, preparò e attuò un attentato contro i tedeschi, che (a questo non ci avevano pensato) ebbe tragiche conseguenze per la popolazione romana scuotendo profondamente la coscienza nazionale. Erano le ore 15,00, nell'interno della città e in pieno centro storico, in Via Rasella, all'altezza di palazzo Tittoni, mentre passava un reparto di centocinquantasei uomini della 11° Compagnia del Reggimento "Bozen", comandato dal maggiore Helmut Dobbrick che da due settimane era solito percorrere quella strada per rientrare in caserma dopo le esercitazioni, scoppiava una bomba a miccia ad alto potenziale collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con diciotto chilogrammi di esplosivo frammisto a spezzoni di ferro.

La tremenda esplosione causò la morte di trentadue militari tedeschi e di due civili italiani di cui un bambino di dieci anni. Subito dopo lo scoppio una squadra di appoggio, che sostava tra via Boccaccio e via del Traforo, lanciò delle bombe a mano contro la coda del reparto per disorientare i militari e quindi si dileguava verso via dei Giardini allontanandosi rapidamente dalla zona. Quelli che presero parte all'azione furono: Rosario Bentivegna che, travestito da spazzino, trasportò la bomba con la carretta; Franco Calamandrei, che si tolse il berretto per indicare a Bentivegna che il reparto aveva imboccato via Rasella e che la miccia per l'esplosione doveva essere accesa; Carla Capponi, che aspettava Bentivegna all'angolo di via Quattro Fontane; e poi Carlo Salinari, Pasquale Balsamo, Guglielmo Blasi, Francesco Cureli, Raoul Falciani, Silvio Serra e Fernando Vitagliano. Questi giovani, tra i 20 e i 27 anni, facevano parte di uno dei tanti gruppi denominati di Azione Patriottica e dipendevano dalla Giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale, di cui erano responsabili Giorgio Amendola, comunista; Riccardo Bauer, azionista; e Sandro Pertini, socialista. L'ordine di eseguire l'imboscata di via Rasella, preparata nei minimi particolari da Carlo Salinari, fu dato dai responsabili della Giunta militare. Successivamente Bauer e Pertini dichiararono di non essere stati preventivamente informati e che l'ordine fu dato da Amendola a loro insaputa. Qualche tempo dopo, Amendola stesso, confermò la versione, rivendicando a se stesso la responsabilità di aver dato l’ordine operativo per l'attentato.

La sera del 26 marzo fu pubblicato, da tutti i giornali, il testo del comunicato ufficiale germanico. In uno stile freddo, burocratico, i romani vengono a sapere che: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Il Comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati: quest'ordine è stato eseguito". Durante il processo Kappler, tenuto nel Tribunale Militare di Roma il 20 luglio 1948.

In aula ci furono momenti drammatici di alta tensione quando, nel corso dell'udienza, esce dal pubblico una voce straziante di donna che investe violentemente Rosario Bentivegna presente in aula in qualità di testimone: "Assassino, codardo! Ho la mia creatura alle Fosse Ardeatine, perché non ti sei presentato, vigliacco?". È un’invettiva che esce dal cuore lacerato di una madre, che pone il problema morale della guerriglia e solleva un dubbio atroce: si poteva evitare la rappresaglia di Via Rasella? Se i responsabili materiali dell’attentato si fossero presentati, il Comando tedesco avrebbe ugualmente deciso la rappresaglia? Il presidente del Tribunale, Generale Euclide Fantoni, pone la domanda a uno dei protagonisti presenti, Rosario Bentivegna. Il teste risponde che la presentazione degli attentatori non fu esplicitamente richiesta dai tedeschi. "Se ci fosse stata - afferma - mi sarei presentato. La colonna tedesca, aggiunge, costituiva un obiettivo militare. Facevano rastrellamenti e operavano arresti. Erano soldati. Ho avuto l'ordine di attaccarli e li ho attaccati". "No, - ribatte Kappler - l’eccidio avrebbe potuto essere evitato se si fosse presentato l'attentatore o se fosse venuta un'offerta della popolazione. D’altra parte, da mesi erano affissi manifesti per gli attentati con l'indicazione della rappresaglia da uno a dieci".

"Non è vero, - afferma l'accusa - i manifesti di cui parla l'imputato Kappler erano stati affissi due mesi prima e lasciati esposti per soli due giorni". Il punto da chiarire, non era tanto quello di sapere se la rappresaglia ci sarebbe stata oppure no, perché era noto alle autorità politiche e amministrative, e a molti cittadini, che ad ogni attentato le rappresaglie c'erano sempre, puntualmente. Ciò che bisognava appurare era se un comunicato fosse stato diramato dal Comando tedesco agli esecutori dell'attentato per invitarli a presentarsi onde evitare una strage di persone innocenti. Come risulta dagli atti del processo, Bentivegna lo esclude; ma Domenico Anzaldi di Roma, in una lettera a "Panorama" n. 414 del 28 marzo 1974, afferma: "Senza voler entrare nella polemica sulle responsabilità della strage delle Fosse Ardeatine, desidero testimoniare che la sera dell'attentato di Via Rasella è stato affisso sui muri di Roma, e io l'ho letto, un manifesto preannunciante che il Comando tedesco avrebbe fatto uccidere dieci "comunisti badogliani" per ogni militare tedesco morto" . In una intervista a "Oggi" n° 42 del 24 dicembre 1946, Bentivegna dichiara: "Non credo che se mi fossi costituito la rappresaglia non sarebbe avvenuta..."

Altri due avvenimenti tragicamente analoghi a quello di Via Rasella, sublimati dall'olocausto di quattro innocenti, mettono in una luce diversa l’affermazione di Bentivegna. Quello di Palidoro, in provincia di Roma, avvenuto nel settembre 1943, è noto. I tedeschi avevano catturato ventidue ostaggi e stavano per consumare su di essi la rappresaglia in seguito allo scoppio di una bomba nella locale caserma, quando il vicebrigadiere dei Carabinieri, Salvo d'Acquisto, con grande eroismo e coraggio si presentò al Comando tedesco dichiarandosi, sebbene innocente, autore dell'attentato. Fu fucilato, ma col suo sacrificio salvò la vita di ventidue innocenti che stavano per essere uccisi; medaglia d'oro al valor militare. Meno noto è quello di Fiesole, in provincia di Firenze, avvenuto nell'agosto 1944. Tre carabinieri della locale stazione - Vittorio Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti, per salvare le vite di dieci ostaggi innocenti si presentarono ai nazisti che li fucilarono subito contro un muro dell'albergo Aurora; medaglie d'oro al valor militare. Bentivegna, afferma: "La colonna tedesca costituiva un obiettivo militare. Facevano rastrellamenti e operavano arresti.

Erano soldati. Ho avuto l'ordine di attaccarli e li ho attaccati". Durante il processo Kappler si apprese, che il reparto di centocinquantasei militari preso di mira non era di truppe combattenti, ma era formato da riservisti alto atesini che non operavano rastrellamenti e arresti ma erano destinati a compiti di ordine pubblico, compatibili con le norme che regolavano il funzionamento della città aperta di Roma. In un giornale di Milano, nell'edizione romana del 19 febbraio 1978, in un servizio dal titolo: "Parla uno dei partigiani di via Rasella per l'attentato del 23 marzo 1944", Pasquale Balsamo sottolinea: "È stata universalmente riconosciuta una azione di guerra". Il Tribunale Militare di Roma, che il 20 luglio 1948 condannò Kappler all'ergastolo, sia per il massacro perpetrato alle Cave Ardeatine, sia per la sua sproporzione che per l'inaudita crudeltà e ferocia usata verso le inermi e innocenti vittime, trattate peggio delle bestie da mattare, dovette prendere atto che, secondo il diritto internazionale, l’attentato di via Rasella fu un fatto illegittimo.

Chi invece considerò l'imboscata di via Rasella "un'azione legittima di guerra" fu la Magistratura ordinaria, che con sentenza della Corte di Cassazione dell'11 maggio 1957 non accolse le richieste di risarcimento avanzate dai parenti delle vittime, già respinte dal Tribunale e dalla Corte d'Appello civili di Roma, e sentenziò definitivamente che ogni attacco contro i tedeschi costituiva un "atto di guerra". In seguito, l’attentato fu sempre rivendicato come azione di guerra da tutte le autorità dello Stato. La condanna all'ergastolo inflitta a Kappler dalla Magistratura militare fu invocata non per la rappresaglia seguita all'azione di via Rasella; fu anche considerato il reato di requisizione arbitraria di beni per avere estorto agli ebrei romani 50 chilogrammi di oro. Scrive Jo Di Benigno nel suo libro "Occasioni mancate": "Era ormai cosa nota a tutti che per ogni tedesco ucciso, dieci italiani erano sacrificati. L'attentato di via Rasella non ha nulla di glorioso".

Ripa di Meana sull'organo clandestino della Resistenza "L'ltalia nuova" del 4 aprile 1944: "Per Roma intera la deplorazione dell'attentato fu unanime; perché assolutamente irrilevante ai fini della guerra contro i tedeschi nella quale il nostro paese è impegnato; perché insensato, dato che il maggior danno ne sarebbe certamente derivato alla popolazione italiana; per quell'ampio senso di umanità che distingue noi latini e che non si estingue neppure durante gli orrori di una guerra e per il quale ogni inutile strage non può trovare la sua giustificazione nell'odio ma solo nella necessità". Alla onesta imparziale ricostruzione che Ivaldo Giaquinto ha scritto per "Volontà", desideriamo aggiungere qualche nota a seguito di quanto s'è detto nella ricorrenza del cinquantenario di quel triste episodio. Soprattutto desideriamo evidenziare gli sforzi che qualcuno, come lo scrittore Paolo Volponi, fa ancora nel tentativo di giustificare l'attentato di via Rasella per levarsi dallo stomaco il peso di tanti morti innocenti. Volponi sul "Corriere della sera" del 25 marzo 1994, scrive: "L'agguato di via Rasella è stato quindi un vero e proprio atto di guerra, coraggioso e ben condotto. Nessun soldato ha mai dovuto provare la necessità di espiare per le morti seminate in battaglia".

Le centinaia di morti, altoatesini compresi, dovrebbero pesare sulla coscienza soprattutto del principale protagonista dell’episodio, invece Rosario Bentivegna, per questa...gloriosa azione addirittura decorato di medaglia d'argento, oggi docente di medicina del lavoro non esita a dichiarare che rifarebbe tutto.

Il quotidiano di lingua tedesca "Dolomiten" parlando di via Rasella scrive di "un'azione insensata sul piano politico e su quello militare... e come ogni altro atto di viltà, essa rappresenta tutt'altro che un attestato di gloria per la Resistenza italiana". E "L'Osservatore romano", condannando l'azione già cinquant'anni fa scriveva essersi trattato di "una manovra politicamente e militarmente insensata...e di una diretta sfida a Pio Xll". Nel giugno del 1980 Marco Pannella si chiedeva pubblicamente se i morti di via Rasella fossero da attribuire alla necessità della guerra partigiana o non piuttosto al tornaconto del partito comunista. Pannella in quell'occasione si chiedeva: "Quale fu la verità di via Rasella? È vero che gran parte dei quadri antifascisti e anche comunisti non direttamente organizzati dal PCI, che lo stesso comando ufficiale della Resistenza romana erano contrari all'ipotesi dell'azione terroristica e furono contrari ai comportamenti successivi dei dirigenti del PCI? Come mai l'argomento è rimasto tabù anche per gli storici democratici?". Onestamente Amendola ha affermato che "non riusciva a liberarsi dalla sensazione di una responsabilità personale" perché, ricordando l'episodio recentemente ha scritto Silvio Bertoldi, "lo avevano deciso i comunisti del CLN, con l'assenso del loro leader Giorgio Amendola".

Bibliografia (articolo di Ivaldo Giaquinto)

***

IL FATTO

L'OMOSESSUALITA' MASCHILE

È opinione comune che nella Grecia antica l'omosessualità, da intendersi come rapporto tra due soggetti adulti dello stesso sesso, fosse una pratica diffusa. In realtà, la relazione sessuale tra due adulti non era ammessa, e non si trattava di semplici legami sessuali, ma di relazioni pederastiche. In epoca classica, quando la filosofia, la poesia, la musica e l'atletica sono in continua evoluzione, gli uomini diventano sempre più raffinati, sia fisicamente sia mentalmente, mentre le donne rimangono escluse da tutto questo.

Il risultato fu che gli uomini non avevano argomenti di discussioni con le proprie mogli, le quali, essendo sempre confinate all'interno delle mura domestiche, non potevano sviluppare alcun interesse spirituale o avere cura del proprio corpo, in quanto non avevano accesso all'atletica. Perciò i Greci, che erano sempre stati amanti della bellezza, non ebbero altra scelta che rivolgersi all'armonia del corpo maschile, ben allenato, ed al suo colto spirito. Le due cose andavano insieme, come attesta la massima: "sano nel corpo, sano nella mente".

Il corpo era allenato nelle palestre, e la mente nelle scuole, che fornivano una preparazione culturale rudimentale, come insegnare a leggere ed a scrivere, l'aritmetica e la musica. Al giovane mancava dunque l'insegnamento dei meccanismi della vita sociale, le funzioni dello stato, la virtù, il senso morale, ma anche una preparazione alle insidie e ai pericoli della vita.

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LA POESIA DEL GIORNO

PIEDI ARROSSATI

Piedi arrossali dal freddo
giorni di guerra, i miei.
Compagno di giochi
nelle sere estive
introvabile d'inverno.
Faceva il calzolaio
aveva sedici anni
chiamato alle armi
lo mandarono in Russia.
Quando ritornerò
terminerò le scarpe:
piedi arrossati
scalzi rimasti
d'inverno
i miei.
Una croce
per i ragazzi della Julia!

Chi vi porta un Fiore?

Il Vento.

Reno Bromuro (da «Occhi che non capivano»).

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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