23 giugno 2000
Muore Enrico Cuccia

È scomparso all’età di 92 anni, il presidente onorario di Mediobanca, Enrico Cuccia. Se ne va il maggiore simbolo della Enrico Cucciagrande finanza italiana del dopoguerra. Nato a Roma il 24 novembre 1907 da famiglia d’origine siciliana. Dopo la laurea in legge entra all'Iri, distaccato presso la sede di Londra. Il primo incarico di rilievo è in Banca d'Italia, dove fu assunto il 12 ottobre 1932, con la qualifica di "impiegato del servizio operazioni finanziarie e cambi con l'estero".

Ha l'appoggio di Guido Jung, amico di famiglia e ministro tecnico delle finanze che lo inserisce nella delegazione italiana alla conferenza economica di Londra. Lo stesso Jung lo presenterà al futuro suocero Alberto Beneduce, creatore dell'Iri. Dal matrimonio con Idea Socialista nascono tre figli, Beniamino, Auretta Noemi e Silvia Lucia, tutti impegnati in campi diversi dalla finanza.

Nel 1937 è inviato in Abissinia con la delega al "rilascio delle autorizzazioni per il trasferimento all'estero di divise e lire". Dietro tanta formalità c'è la necessità per il regime fascista di stroncare un traffico clandestino di valute gestito da funzionari corrotti e da un'amica del generale Rodolfo Graziani.

Cuccia resiste alle minacce e viene ricevuto e personalmente ringraziato dal Duce.

Gli anni successivi sono quelli della Comit, che non è solo la banca più conosciuta all'estero, ma anche punto di riferimento per l'opposizione. Lavora allo Ufficio studi della Comit,diretto da Ugo La Malfa. Antifascista, diventa pupillo del presidente della Comit Raffaele Mattioli. I rapporti tra il gruppo antifascista milanese di Mattioli e gli antifascisti italiani che si erano rifugiati all'estero vengono affidati a lui, che utilizza nei suoi viaggi la copertura delle missioni d’affari.

Nel 1942, con un regime ancora forte, Cuccia cura anche i contatti di La Malfa e Tino e del Partito d'Azione con l'ambasciatore americano a Lisbona e conosce nel lavoro clandestino Andrè Meyer banchiere della Lazard attivo nelle grandi piazze di Parigi e New York ed emissario della Resistenza francese. Contatti e credibilità importantissimi per l'immediato dopoguerra quando Cuccia assume un ruolo di crescente centralità.

Segue poi tutta la storia dell'istituto Mediobanca di Via Filodrammatici, fin dal settembre del 1944 quando l'amministratore delegato della Comit Mattioli, propone "un ente specializzato per i cosiddetti finanziamenti a medio termine" e cui avrebbero dovuto partecipare le banche d'interesse nazionale. E' un modo per superare i vincoli della legge bancaria del 1936 e nello stesso tempo uno strumento per rilanciare le imprese e favorire la ricostruzione del paese. E' il 10 aprile del 1946 quando viene costituita la nuova società dove Comit e Credit detengono il 35% e il Banco di Roma il 30%. Direttore generale viene nominato Enrico Cuccia,già molto amico di Mattioli e di tutto l'entourage del partito d'Azione.

Molti grandi affari delle imprese italiane, direttamente o indirettamente, sono passate dal secentesco palazzo dei Visconti-Ajmi da sempre sede di Mediobanca. L'istituto non è solo stanza di compensazione dei rapporti fra azionisti e imprese. Lo è anche nei rapporti politici, fra soggetti pubblici e privati, garante dei passaggi delicati nel capitale delle imprese. Ma nella storia del banchiere riservato e amante dell'arte ci sono anche scontri violenti: c'è la sua impronta nella scalata dell'Eni di Eugenio Cefis alla debole Montedison di Giorgio Valerio portata e termine sul mercato in sette mesi.

Operazione finanziaria di successo seguita da insuccessi industriali.

Lo scontro, più tardi, è con Michele Sindona che, nei primi anni Settanta, cerca di sfondare in Foro Buonaparte via Bastogi, scalata e oggetto di OPA. Mediobanca si oppone e per il finanziare di patti, protetto da una parte del mondo politico, è l'inizio del tracollo. Salta la banca privata italiana, viene ucciso l'avvocato Giorgio Ambrosoli che aveva cercato di chiarire le scatole cinesi della galassia Sindoniana, a Cuccia viene bruciata la porta di casa.Michele Sindona

Negli anni Ottanta, quando Cuccia lascia la carica di amministratore delegato per raggiunti limiti di età, diventa più complesso il rapporto con il mondo politico e con il governo, con i socialisti ma anche con parte della DC. Non mancano i contrasti anche con Romano Prodi, presidente dell'Iri, o con l'ex presidente delle Generali, Cesare Merzagora. L'evoluzione dei mercati finanziari e il sogno di public company spingono Mario Schimberni, voluto in un primo tempo da Cuccia per risistemare la chimica, in operazioni "forti" per il capitalismo italiano e nelle scalate Bi-Invest-Fondiaria. A Cuccia tocca sempre più il ruolo di difesa dell'esistente.

I conti con Raul Gardini, altro battitore libero indebolito dal progressivo indebitamento, verranno regolati più avanti con il deflagrare di Enimont. Quando per ridurre l'indebitamento il governo metterà sul mercato le quote di controllo di Comit e Credit a Mediobanca toccherà "giocare in difesa" cercando di guidare nuovi assetti societari tali da non mettere in discussione i propri assetti di controllo. Lo sforzo verrà parzialmente ripagato.

La dipendenza da Mediobanca si è affievolita anche in casa Fiat, Pirelli, Marzotto e nell'Olivetti pre-Telecom. Pur giocando in difesa Cuccia e l'amministratore delegato Vincenzo Maranghi contribuiscono a mandare in porto l'offerta pubblica su Telecom e l'offerta delle generali sull'Ina. Dopo aver di fatto investito il presidente della RCS, Cesare Romiti, come suo successore, Cuccia nel 1999 ingaggia una dura battaglia per il controllo della Comit: sfida da lui persa e vinta invece da Giovanni Bazoli di Banca Intesa. Muore a Milano il 23 giugno del 2000, all'età di 92 anni.

 ***

RICORDIAMOLI

LA RIVOLTA NAPOLETANA E MASANIELLO

Oggi ricorre l’anniversario della Costituzione della Repubblica Napoletana, che studieremo giorno dopo giorno per una ventina di giorni, per tenerci aggiornati sulla storia del martoriato Sud d’Italia e, per essere d’accordo con don Benedetto Croce, inizieremo dalla rivolta di Masaniello del 1647. Forse non dirò niente di nuovo per i napoletani che hanno avuto modo di studiarla sul sito "DentroNapoli", ma qualche giovane che non ha avuto la fortuna di sentirne parlare dal suo insegnante a scuola, oppure da parenti, come si usava fare ancora qualche anno fa, e non ha letto "La Rivoluzione Napoletana del 1799. Biografie, racconti, ricerche", Laterza, Bari 1953, di Benedetto Croce mi auguro sia cosa ben fatta. Ed è proprio pensando precipuamente a loro che narro quest’avventura drammaticissima che ha bagnato di sangue una terra meravigliosa.Benedetto Croce

Partiamo, dopo questa brevissima parafrasi dal 7 luglio 1647. In questo giorno il popolo napoletano, già esasperato per l'eccessivo carico di tasse applicate dal viceré Rodrigo Ponce de Leòn, insorse in Piazza del Mercato contro l’aumento del prezzo della frutta al grido di "Viva il re di Spagna, mora il malgoverno".

L'ira popolare si abbatté contro nobili e borghesi e furono commessi ogni sorta di delitti; per i rivoltosi, riuniti in un Comitato Rivoluzionario che s’insediò nella Chiesa del Carmine, il re impersonava ancora la giustizia e i ricchi l'arbitrio. Gruppi di "lazzaroni", guidati da alcuni capi tra cui Tommaso Aniello detto Masaniello invasero la reggia, devastarono gli uffici daziari bruciandone i registri e aprirono le carceri. Masaniello, consigliato dal borghese Giulio Genoino, spinse il viceré duca d'Arcos a concedere a Napoli una costituzione popolare ispirata ai capitoli di Carlo V e redatta dallo stesso Genoino. Infine il capo dei rivoltosi fu nominato "Capitano generale del fedelissimo popolo".

Da quel momento la sua fortuna iniziò a diminuire. Probabilmente iniziò a dar segni di squilibrio mentale, quasi inebriato del potere, e ordinò provvedimenti ed esecuzioni arbitrarie scontentando il popolo e i benestanti: la sua breve esperienza rivoluzionaria si concluse nove giorni dopo l'inizio dell'insurrezione, il 16 luglio, quando venne decapitato nella Chiesa del Carmine da alcuni insorti che, brandendo la sua testa in cima ad una picca, ne trascinarono il corpo per l’intera città, prima di darlo in pasto ai cani. Il giorno dopo i suoi seguaci ne raccolsero i resti che furono portati in trionfo a furor di popolo, con gli onori militari dovuti ad un generale.

Le spoglie furono quindi sepolte nella Chiesa del Carmine. Successivamente la città cadde in uno stato d’anarchia, contrassegnato da un lato dagli scontri tra quei ceti borghesi che si erano uniti ai rivoltosi e la nobiltà napoletana, e dall’altro dalle contrapposte mire egemoniche sul Regno di Napoli da parte della Francia,che proclamò un’effimera repubblica capitanata dal duca di Guisa, e della Spagna. Quest’ultimo paese riuscì a ristabilire l’ordine vicereale sulla città insorta il 6 aprile 1648. Guisa venne catturato ed i capi ribelli giustiziati.

Bibliografia - B. Croce; La Rivoluzione Napoletana del 1799. Biografie, racconti, ricerche, Laterza, Bari 1953

(Rivoluzione partenopea 1) continua)

***

IL FATTO

UN POETA AL GIORNO

I NOSTRI GIORNI FRA LA POESIA

Stamani, mi sento demotivato, avverto nell’aria e la memoria me lo ripete come una cantilena più triste di un "blus", che ho buttato via quasi sessant’anni di vita rincorrendo qualcosa che poi si è rivelata una chimera. "Non c’è più religione" si usa dire in gergo popolare quando ci si accorge che la propria voce rimane inascoltata. E’ stato bandito un concorso letterario e uno dei promotori, che avrebbe dovuto affiancarci tace come se il fatto non gli appartenesse più; scrivi una lettera ad un giovane rampante editore (lui lo crede) per avere spiegazioni su un plagio evidentintissimo: ha ignorato la mia ideazione della poesia alla radio, portata avanti dal 1978 al 1991, con la chiusura finale al Teatro de’ Satiri di Roma, alla fine di ogni edizione, e nel 1991 al Centro Culturale del Lazio, di Paolo Diffidenti ed ignora finanche l’educazione elementare che ogni uomo dovrebbe avere, ma si vede che ciò ai figli dei ricchi non viene insegnato, rispondere è un dovere… ma lui non lo conosce. Mi è stato riferito da un paio di scrittori che hanno pubblicato con lui, che lo scrittore, per lui è un oggetto che dopo usato viene buttato via. Se ciò fosse vero, se una cosa simili viene messa in atto da uno che vive (al di là della ricchezza personale, ma non è questa la ricchezza), e porta avanti idee copiate con i soldi di coloro che gli permettono di pubblicare i propri scritti (sembra che per un libretto di poesie di cinque o sei sedicesimi, faccia sborsare all’autore cinquemila euro), questo signore non un editore e non un umano: è un robot macina soldi.

Penso col senno che (grazie a Dio ancora m’infiamma), in questa nostra era convulsa, in cui la società è tutta protesa verso lo studio delle scienze e la scuola stessa vi contribuisce invogliando i giovani, spingendoli anzi a diventare schiavi delle macchine, individui che devono sacrificare tutte le cose dolci della vita, per diventare operatori di "computers", impiegando il loro tempo a imparare come tradurre in carne e il sangue in simboli, e pseudo editori che fagocitano soldi più delle "slot machine" condizionando anche il modo di pensare, è bello sapere che esistono ancora uomini che si sono imposti il compito di attingere a un'altra scuola, quella più naturale: la vita. Vi attingono direttamente, giorno dopo giorno, cercando con tutte le loro forze di sensibilizzare i giovani, rapiti dall'intensificato meccanismo della modernità.

Nel mio errabondare tra le pagine di poesia, le tante che oggi infestano il mercato editoriale, ho trovato qualche pedagogo e ciò mi fa ben sperare di morire vedendo che il sole per i giovani autori ritornerà a risplendere perché nascerà tra loro uno che darà il modo a tutti i talenti di farsi conoscere. A questo pensiero si sovrappone nella memoria la Poetessa Manuela Berruti, in arte Dulcedo che andava "per regni e tuguri" rinnovando la parola evangelica, come già fece il Poverello di Assisi, con la forza interiore di Caterina, instancabilmente. Manuela, infatti, ricerca, parla, commuove, attanaglia, avvince e noi ne siamo lieti, convinti che il canto, dolce e forte, sempre traboccante d'amore evangelico, conquisterà il giovane, certi che quel giovane non tradurrà mai più la carne e il sangue in simboli, aridamente come oggi fa. Si legga ad esempio l'Inno a Francesco e Caterina, dove sensibilità, forza e musicalità sono fuse dal grande amore che la poetessa vi trasfonde, innalzando, sull'eterno dolore dell'uomo, la sua anima che si eleva fino all'Altissimo come una sommessa preghiera: indulgenza per la sensibilizzazione del giovane. All'uomo indaffarato potrebbe sfuggire, ma basta il suono dolce di un suo verso perché questi si fermi, indugi in considerazioni, in pensieri. L'indaffarato ha trovato il modo per avere tempo di ascoltare questa voce, che può sembrare tenue, ma che ha la potenza di affascinare, infiammare, farci esplodere in un'Apocalisse d'amore, tripudio di pace, gaudio di fraternità, "con caldo amore"appunto come Caterina da Siena,mentre"beve la terra lacrime di rugiada"

Perché Manuela è ritornata con forza nella mia memoria? Sì, forse perché anche lei, chiese qualcosa di suo a Montale, lanciandogli il guanto di sfida a duello, ma non ebbe la soddisfazione di una risposta né per chiarire un plagio, né perché non accettava il duello. Fu incontrando lei che nacque l’idea di un concorso artistico letterario (che oggi usano in troppo e male), che permettesse al vero Talento, giovane o comunque nuovo autore al grosso pubblico, di farsi conoscere.
Infatti, è stato il solo concorso artistico letterario che, fino a quando è vissuto, ha rappresentato gli atti unici dei concorrenti giunti in finale e festeggiava la Poesia davanti ad una platea di circa seicento persone, a Roma e negli altri Paesi della Penisola dove è stato realizzato, era presente sempre l’intero paese. Per tale motivo lo portammo in radio, ed era lì davanti ai microfoni, prima e davanti alle telecamere poi, che avvenivano le eliminazioni e il festeggiamento ai vincitori si concludeva in un teatro ed era "Festival della Poesia" (preso dal Comune di Roma negli Ottanta ed ora da questo giovane rampante robot).

***

LA POESIA DEL GIORNO

PERCHE’ INSISTENTE…

Perché insistente ritorni alla mente
senza che ti cerchi
senza che abbia voglia di vederti.
Non piangere
il nostro passato appartiene ad altri
ad altri la gloria
che non potemmo cogliere, non per inerzia.
Lascia pure che il cielo pianga
le sue lacrime non sono nostre
come non è più nostra la gloria di ieri
che altri ci hanno portato via.

Reno Bromuro (da Poesie sparse).

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

************************
L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

Torna all'indice

Reno Bromuro
reno.bromuro@elbasun.com

Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE