23 aprile 1970
Giacomo Mancini è
il nuovo segretario del PSI

Giacomo Mancini è il nuovo segretario del PSI in seguito all'ingresso di De Martino nel governo. Sono eletti anche tre vicesegretari: Giovanni Mosca per i demartiniani, Bettino Craxi per gli autonomisti e Tristano Codignola per la sinistra. Paolo VI, in visita a Cagliari, è contestato nel poverissimo quartiere di Sant'Elia da gruppi della sinistra extraparlamentare, che si scontrano con la polizia.

Giacomo Mancini Junior, dalle colonne de "L’Unità" ricorda il padre: "Ripenso spesso a quei giorni d’aprile quando migliaia di persone sono venute a rendere omaggio e a salutare per l'ultima volta Giacomo Mancini. Non rammento i visi e le espressioni, troppo intenso era il dolore, ma è nitido in me il ricordo delle guance che ho baciato e delle mani che ho stretto.

Mani assai differenti tra di loro: c'erano quelle dure e callose dei contadini, degli artigiani e degli operai con la tessera del Partito Socialista sgualcita in tasca che hanno lavorato tutta una vita sempre fieri dei propri ideali e fiduciosi che anche attraverso le battaglie riformiste di Giacomo Mancini sarebbe stato possibile ottenere un futuro migliore e più libero dal bisogno per i propri figli; c'erano quelle morbide e ben curate della borghesia impiegatizia e professionale che ha rispettato ed ammirato l'avvocato di provincia che una volta a Roma è stato capace di dare voce ad una regione che prima non l'aveva e che ha saputo recitare un ruolo da protagonista nelle vicende più importanti della storia del nostro paese. In quei giorni di un anno fa, è sfilata, nella sua casa di Cosenza, una Calabria assai diversa, di anziani e di giovani, ma unita nel sentimento di ammirazione, di rimpianto e anche di riconoscenza nei confronti di un uomo che l'ha sempre rappresentata con dignità, senza mai allontanarsi anche quando ricopriva ruoli di grande responsabilità e prestigio ricevendo, per questo, anche le critiche del suo maestro Pietro Nenni che gli consigliava di utilizzare il suo talento per occuparsi esclusivamente delle vicende nazionali. Sono tanti i ricordi tristi di quei giorni che si uniscono e si confondono con quelli felici di tanti anni di vita assieme.

Immancabili i riferimenti ai genitori: alla madre Giuseppina de Matera, donna fiera dell'aristocrazia cosentina che insegnò ai suoi cinque figli la Marsigliese, e del padre Pietro, primo deputato socialista della Calabria, allievo di Labriola ed avvocato che raggiungeva il tribunale di Colle Triglio a piedi, senza mai prendere la carrozzella: altro che gli avvocati di affari di oggi.

Ancora oggi, per me questo rappresenta un balsamo che allevia la malinconia, in ognuno dei tanti paesi della regione c'è sempre qualcuno che ricorda Giacomo Mancini: un suo comizio, una sua coraggiosa battaglia, un'opera di quando era Ministro, un suo gesto affettuoso e pieno di considerazione, soprattutto verso i più umili, che testimoniano un impegno politico sempre ai massimi livelli, ma, allo stesso tempo, pieno di passione e ricco di sentimento, e assai lontano dal calcolo, e dalla tattica, adesso così dilaganti. Il ricordo di Giacomo Mancini è ancora vivo, così come sono attuali le sue analisi rivolte alla conquista di ruolo e di centralità, nel contesto nazionale ed europeo, per il Mezzogiorno e per la Calabria che ha, ancora bisogno, di uomini coraggiosi e con la schiena diritta che sappiano dare voce a quella voglia di emergere e di affermarsi che è sempre maggiore tra i calabresi.

Ringrazio di cuore i tanti cittadini di Cosenza e di tutta la Calabria che hanno partecipato alla manifestazione in ricordo di Giacomo Mancini che ha rappresentato un giusto tributo ed un appropriato omaggio al suo lungo e fervido impegno politico. Gli interventi lucidi e di alto profilo di Giorgio Napolitano, Gerardo Bianco e Rino Formica, ispirati da differenti approcci politico-culturali, hanno consentito di sottrarre la sua figura dalle becere e basse strumentalizzazioni per collocarla, come merita, tra i padri fondatori della Repubblica e i grandi leader del Socialismo. Il pensiero moderno e lungimirante di Giacomo Mancini e le sue battaglie di libertà e di progresso rappresentano un patrimonio da tutelare e da valorizzare che sarà sempre utile alle nuove generazioni di calabresi che vogliono impegnarsi per dare ruolo e centralità alla nostra Regione e all’intero Mezzogiorno nel contesto europeo".

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RICORDIAMOLI

DARIO FO

Dario Fo è nato a Sangiano, Varese nel 1926. Ha esordito nel 1953 con la rivista di teatro-cabaret Il dito nell'occhio, scritta e interpretata con Franco Parenti e Giustino Durano. Dario FoNel 1959 ha formato un felice sodalizio artistico con la moglie Franca Rame, insieme alla quale ha dato vita a una serie di lavori in cui si fondono umorismo grottesco e comicità, derivati dalla tradizione giullaresca e dalla Commedia dell'Arte, e satira politico-sociale; fra questi Ladri, manichini e donne nude, La signora è da buttare, Morte accidentale di un anarchico, Pum pum. Chi è? La polizia, Non pago, non pago.

Per i suoi monologhi – da Mistero Buffo del 1969, una delle sue farse più popolari, a Johan Padan e la descoverta de le Americhe, spettacolo sul Ruzante, presentato al Festival di Spoleto del 1993, ha creato un nuovo linguaggio, il gramelot, mescolando insieme vari dialetti dell'Italia settentrionale. Nel 1968 ha abbandonato i circuiti ufficiali e ha costituito, sempre con Franca Rame, il gruppo Nuova Scena, dedicandosi a un teatro popolare spiccatamente alternativo, nel quale ha cercato il coinvolgimento diretto del pubblico.

In questa seconda fase, prendendo spunto da fatti storici e di attualità, legati a lotte politiche e sociali, ha realizzato satire sferzanti e provocatorie, come Grande pantomima con bandiere e pupazzi piccoli e medi, Fanfani rapito, Clacson, trombette e pernacchie. Nel corso degli anni Novanta ha continuato la sua molteplice attività: in teatro ha portato Fabulazzo, Sesso. Grazie, tanto per gradire; scritto dalla moglie Franca Rame e tratto da un libro del figlio Jacopo e Mamma, i sanculotti, mentre nel 1995 ha curato la regia dell'opera lirica L’Italiana in Algeri di Gioacchino Rossini. Ispirandosi al dibattuto caso Sofri-Calabresi nel 1998 ha messo in scena Marino libero! Marino è innocente! pubblicato poi in volume a cura della moglie, seguito nel 1999 da Lu santo jullare Francesco, travolgente, colorata e coltissima affabulazione sulla vita di San Francesco d'Assisi, presentata nel 1999 al Festival di Spoleto e diventata poi libro e video. Nel 1997 è stato insignito del premio Nobel per la letteratura e, cinque anni più tardi, ha pubblicato la sua autobiografia, intitolata Il paese dei Mezaràt. Dario Fo

Trascrivo di seguito la motivazione dell’Assegnazione, nel 1997, del "Premio Nobel" per la Letteratura a Dario Fo: "Per avere emulato i giullari del Medio Evo, flagellando l'autorità e sostenendo la dignità degli oppressi": motivazione ufficiale, fornita dai Membri della Accademia Svedese.

Fo apre il suo discorso di ringraziamento, citando una legge di Federico II che, nel 1221, autorizzava i cittadini a malmenare ed uccidere buffoni e giullari che insolentissero l'autorità.
"Vi avverto subito che la legge è decaduta, quindi posso parlare tranquillo" chiarisce con arguzia ai Membri dell'Accademia. Un Nobel controcorrente: anziché, come è prassi, un poeta o un narratore,l'Accademia nel 1997 premia un "giullare":un artista che ha scritto e interpretato testi ispirati alla tradizione popolare e alla Commedia dell'Arte, in cui si fondono con efficacia umorismo paradossale, comicità clownesca e satira politica.

"Mistero buffo", monologo periodicamente aggiornato e riallestito e arricchito da un linguaggio d'invenzione, il grammelot, un ibrido creativo di dialetti settentrionali, è considerato la sua opera-manifesto e, insieme, il suo capolavoro.

Tra i testi di Fo: "Settimo ruba un po' meno, 1964; Morte accidentale di un anarchico, 1971; Ci ragiono e canto, 1972;Non si paga, non si paga, 1974;Quasi una donna-Elisabetta, 1985; Manuale minimo dell'attore, 1987; Il Papa e la strega, 1990; Fabulazzo, 1992; Il diavolo con le zinne, 1997".

Bibliografia

L. Codignola, Il teatro politico di Dario Fo, in "La Biennale di Venezia", n. 66, Venezia; M. Cappa, R. Nepoti, Dario Fo, Roma, 1982.

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IL FATTO

DANTE ALIGHIERI LA VITA 3
LE OPERE MINORI

La "Vita nuova"

Composta intorno al 1293, a un paio d'anni dalla morte di Beatrice, è la prima opera organica di Dante, narrazione "fervida e spassionata" del suo amore per Beatrice. È anche il primo romanzo autobiografico della nostra letteratura e si compone di 25 sonetti, 4 canzoni, una stanza e una ballata, intercalati da pagine di prosa che narrano la storia di questo amore. Il "libro de la memoria" è povero di avvenimenti: qualche incontro, qualche episodio di scarso valore concreto, ma quello che conta è la storia dei moti interiori, che superano la visione "cortese" dell'amore, propria dello stilnovo e di Cavalcanti, verso una concezione idealizzata in senso cristiano, mezzo di contemplazione e di visione mistica. Dante AlighieriLa Vita nuova contiene alcune delle liriche più alte e famose di Dante, come il sonetto "Tanto gentile e tanto onesta pare", oppure "Donne che avete intelletto d'amore".

Il "Convivio"

La stesura dell'opera, progettata con velleità enciclopediche in 15 trattati a commento di 14 canzoni, risale agli anni 1304/1307. Tre gli argomenti principali: l'ordinamento dei cieli, la natura della filosofia e infine quella della nobiltà, da intendersi non come distinzione di nascita, ma come eccellenza intellettuale e morale. Centro propulsivo ideale del discorso non sarà più Beatrice ma la "donna gentile" già apparsa nella Vita nuova in atto compassionevole nei confronti del poeta dopo la morte dell'amata, e che si rivela, qui nel Convivio, descrizione allegorica della Filosofia. L'esaltazione del sapere filosofico rappresenta un fondamentale punto d'arrivo in vista dell'avventura poetico-speculativa della Commedia.

Il "De vulgari eloquentia"

Iniziato attorno al 1304 e lasciato interrotto nel 1305, il De vulgari eloquentia è dedicato alla teoria linguistica, un interesse che compare, ma soltanto marginalmente, anche nelle disquisizioni del Convivio. Contrariamente a quanto asserito nel Convivio, nel De vulgari eloquentia è il volgare a essere proposto come superiore rispetto al latino, lingua artificiale. Scopo primario di Dante è l'identificazione d'un volgare unitario che abbia tutte le caratteristiche per affermarsi come lingua della più alta comunicazione artistica. Esso non potrà coincidere con alcuna delle parlate regionali, essendo come una pantera "che fa sentire il suo profumo ovunque e non si manifesta in nessun luogo". Dovrà essere "illustre", "cardinale", "aulico" e "curiale", in altre parole risplendente sugli altri volgari, capace di farli rivolgere attorno a sé, ben regolato e caratterizzato da altissimo decoro ed eleganza.

Il "De monarchia"
Scritto dopo la morte di Arrigo VII, il grande e appassionato trattato politico di Dante si articola in 3 libri. Il primo libro argomenta che una monarchia universale è necessaria per il raggiungimento dei più alti ideali dell'uomo; il secondo specifica che essa dovrà essere romana, essendo la Roma d'oggi erede dell'impero che, voluto da un disegno divino, creò le condizioni ideali per l'avvento del Cristo; il terzo e ultimo illumina i rispettivi ambiti d'azione del pontefice e dell'imperatore. Principio fondamentale è che il potere imperiale non deriva da quello papale, ma direttamente da Dio. Così come pertiene al papa il mandato divino di condurre l'umanità alla beatitudine eterna, sarà dell'imperatore quello di facilitare agli uomini il raggiungimento della felicità terrena. Sono obiettivi che le due massime autorità dovranno perseguire in piena autonomia.

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LA POESIA DEL GIORNO

IMMORTALITA’

Luce infinita
che irradia l’operato l’uomo.
Ma l’uomo?…
Cerca l’immortalità nella luce,
quella dentro di lui e l’irradia
all’altro, che vorrebbe essere
Uomo e non sa:
solo la poesia è vera vita!

Reno Bromuro (da Poesie nuove).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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