22 marzo 1966
Condanna per Milena Milani e
il direttore della Longanesi Mario Monti

La scrittrice Milena Milani e il direttore della Longanesi Mario Monti sono condannati a sei mesi di reclusione per pubblicazione oscena.Leo Longanesi Milani aveva scritto e Monti pubblicato il romanzo La ragazza di nome Giulio

Milena Dilani è nata a Savona nel 1922. Ha scritto Storia di Anna Drei (1947), La ragazza di nome Giulio (1964), Mi sono innamorata a Mosca (1980). E poi?…

Leo Longanesi scrittore ed editore nato a Bagnacavallo nel 1905, morto a Milano nel 1957; grafico, pittore, letterato, editore fondò diversi periodici di politica e di cultura: L'Italiano, Omnibus, il primo settimanale italiano a rotocalco, nel 1937; Il borghese. Nel 1946 fondò a Milano l'omonima casa editrice che nel 1979 è stata rilevata dalle Messaggerie Italiane e da Spagnol. Fu scrittore di stile estroso e di umorismo corrosivo.

Parliamo dell'elefante, In piedi e seduti. Laureato in giurisprudenza a Bologna, inizia a lavorare come giornalista; fonda e dirige «E’ permesso», «Il Toro», «L'Italiano», pubblicati dal 1926 al 1942, «Omnibus» dal 1937 al 1939; quest'ultimo notevole anche per essere il primo settimanale italiano a rotocalco; collabora con Mino Maccari a «Il Selvaggio» e aderisce al movimento letterario di «Strapaese». «L’Italiano», la più importante delle avventure editoriali di Longanesi, nasce nel momento in cui è più vivace il dibattito sull’arte nei suoi rapporti con il Regime.

La posizione di Longanesi è nettamente contraria a un’arte «fascista»: «Si sappia che l’arte fascista non deve esistere, Dio scampi e liberi dagli archi di trionfo, dai fasci coi festoni, dalle piacentinate o dalle brasiate».

Quest’atteggiamento è tipico di un intellettuale, che pur essendo fascista fino al midollo è suo il motto «Mussolini ha sempre ragione» e il Vademecum del perfetto fascista, si opponeva all’opportunismo, alla mediocrità, al perbenismo bacchettone di molta cultura del tempo, alla quale la sua graffiante e disorganica ironia, l’apertura mentale e la vivacità culturale, si contrappongono in una sorta di «fascismo di sinistra».

Il Longanesi disegnatore, si colloca tra Giorgio Moranti, suo amico e consigliere, Mino Maccari, gli esempi storici di Daumier, Toulouse-Lautrec, Grosz. Preferisce affidare il suo estro a una miriade di foglietti e annotazioni volanti e nella sua copiosissima produzionesi ricollega anche alla tradizione della stampa popolare italiana dei lunari, almanacchi, libri dei sogni, carte da gioco e così via.

Della sua attività espositiva ricordiamo la mostra alla Galleria del Selvaggio a Firenze del 1927; la partecipazione alla Seconda Mostra del Novecento italiano a Milano del 1929; la Mostra del decennale della rivoluzione fascista di Roma del 1932; la Prima e Seconda Quadriennale 1931 e 1935; la XIX Biennale di Venezia del 1934; la Mostra del disegno italiano a Berlino del 1937. Nel 1941 tiene un'importante personale alla Galleria Barbaroux di Milano.

Dopo la guerra fonda e dirige l'omonima casa editrice, Nel 1950 fonda «Il Borghese» e «Oggi».

Bibliografia: A. Savinio, Leo Longanesi, Milano 1941; C.L. Ragghianti, Il Selvaggio di Mino Maccari, Venezia 1955 ; I. Montanelli, M. Staglieno, Leo Longanesi., Milano 1985.

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RICORDIAMOLI

GIOVANNI BATTISTA LULLI

Giovanni Battista Lulli italiano naturalizzato francese Nacque a Firenze il 29 novembre 1632, morto a Parigi il 22 marzo 1687. Estremamente rapida fu la sua carriera alla corte di Parigi. Eccellente violinista, danzatore provetto, clavicembalista e organista di buona levatura, Lulli fu anche uno degli antesignani della moderna tecnica della concertazione e direzione d'orchestra. Creò con Molière il genere della comédie-ballet tra cui Il borghese gentiluomo. Compose venti opere liriche in collaborazione con il poeta Quinault, con le quali diede l'avvio alla tragédie-lirique, innumereGiovanni Battista Lullivoli balletti, musiche di scena, sacre e strumentali.

«Nulla è così necessario agli uomini come il ballo». Non esagerava Molière. Ai tempi suoi si ballava parecchio. C'era il balletto di corte, c'era il balletto del re. Le Roi Soleil, la più brillante étoile di Francia, sovrano assoluto perfino in campo coreico. Era suo dovere, il potere doveva manifestarsi sempre, anche attraverso un minuetto. La danza a pas menu, però, non aveva origini nobili. Nacque, probabilmente, tra i contadini del Poitou. Ma a corte la portò, rielaborandola, Giovanni Battista Lulli. Luigi XIV n’andava matto e, visto che ogni gesto dell'aurea persona era oro colato, il minuetto impazzava. Così quel gioco sottile e galante, aggraziato ed elaborato, s’impose come il più bell'esempio dello «style simple» introdotto dal Re Sole e dalla sua corte. E fino al tramonto del Settecento restò la regina delle danze.
Compositore alla corte di Luigi XIV e dominatore della vita musicale francese nella seconda metà del Seicento. Delle origini di Giovanni Battista Lulli, che in Francia, sua patria d'adozione, è ribattezzato Jean-Baptiste Lully, si hanno poche notizie. Quasi certamente è figlio di un mugnaio, ma probabilmente non è vero che ha fatto lo sguattero, come successivamente insinueranno i suoi nemici. Nel 1646 è condotto a Parigi, per conversare in italiano con la principessa d'Orléans. Come cameriere personale gode di molti privilegi e può anche dedicarsi liberamente alla musica, un'arte che assume un ruolo di rilievo nella vita di corte.

Caduta in disgrazia la principessa, Lulli ottiene nel 1652 un posto alla corte di re Luigi XIV. Per vent'anni la sua carriera al servizio del Re Sole si sviluppa attorno ai lavori di mimo, danzatore, giullare di corte. Dopo aver introdotto nelle sue recite anche il violino, da lui stesso suonato, collabora con gli operisti di corte, soprattutto con Francesco Cavalli, per le cui opere scrive qualche pezzo, imparando così il mestiere. Nel 1661 è naturalizzato francese e da quel momento in poi si fa chiamare Monsieur de Lully.

Nel 1669 il re incarica due compositori di dare vita a un'opera nazionale che possa degnamente sostituire la tradizionale opera italiana. Uno di questi, Pierre Perrin, finisce in prigione per debiti: Lully, che fiuta l'affare, si offre di pagare i suoi creditori in cambio del diritto concessogli dal re di comporre opere in francese. Da quel momento, forte di questo privilegio, che si trasforma in autentico monopolio allorché il re proibisce a chiunque di eseguire musica senza il suo benestare, Lully diventa il padrone e l'arbitro di tutto l'ambiente musicale francese. La sua vita cambia radicalmente: non è più il giullare di corte ma un ricco signore che vive secondo lo stile dei nobili e che si dedica alla composizione di opere serie, tragedie o musica per le cerimonie religiose. Compone un'opera nuova ogni anno: Atys rappresentata la prima volta il 10 gennaio 1676 e Isis il 5 gennaio 1677 sono le sue creazioni migliori.

Il suo stile ha un'immensa influenza sul gusto francese, a tal punto che ancora nella seconda metà dell'Ottocento il grand-opéra è l'erede della tradizione lullista. Gode della fiducia incondizionata del re, diventando, in un certo senso, il suo ministro della propaganda, proprio per il fatto che tutta la vita musicale della corte ha come unico scopo quello di celebrare la grandezza della Francia e del suo re. La sua ricchezza e il suo potere lo espongono all'invidia degli altri musicisti, totalmente sottoposti alle sue decisioni. Quando Isis ottiene un mezzo insuccesso, non si lasciano sfuggire l'occasione per attaccarlo, ma il re gli rinnova il suo appoggio e gli altri musicisti, da buoni cortigiani, si accodano alle lodi.

Negli ultimi anni Luigi XIV si accosta maggiormente alle pratiche religiose e Lully, fedelmente, compone la musica per i servizi liturgici. E proprio mentre dirige un Te Deum di ringraziamento per la guarigione del re, si ferisce a un piede con il bastone che gli serve per battere il tempo. La ferita, inizialmente trascurata, va in cancrena e nel giro di due mesi lo porta alla morte.

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IL FATTO

L'OMOSESSUALITA'

Dai Greci dell'età classica era considerato vergognoso il rapporto omosessuale tra adulti; non destava invece nessuno stupore che un uomo si sentisse sessualmente attratto da un bel ragazzo imberbe e che intrattenesse con lui rapporti erotici. Non si trattava però di una vera e propria omosessualità, nel senso che l'amore omosessuale coesisteva con le pratiche eterosessuali e probabilmente, in qualche misura, anche le influenzava: la pittura vascolare a alcuni epigrammi ellenistici mostrano casi di sodomia eterosessuale. D'altra parte, il ragazzo, una volta adulto prendeva regolarmente moglie e a sua volta amava donne e ragazzi.

Le ragioni di questa sorta di polivalenza sessuale sono da ricercare sia nella segregazione dei sessi nell'adolescenza, che avrà contribuito ad instaurare pratiche destinate a mantenersi in età adulta, sia, soprattutto, nel fatto che il rapporto tra gli uomini era l'unico che prevedesse un partner di pari livello, scelto liberamente e conquistato dopo un regolare corteggiamento: una soluzione all'insegna del disinteresse delle parti, che certo non aveva luogo né con la sposa legittima, frutto di un accordo famigliare né con etere e prostitute, che erano per lo più straniere o schiave prezzolate, e forse nemmeno con la concubina, che pure beneficiava di integrazione familiare. Non mancano gli esempi nella letteratura come nel mito: la poetessa Saffo canta il suo amore per le ragazze del circolo del tiaso, il lirico Teognide dedica interi componimenti alla formazione morale del suo giovane amante Cirno, Zeus per avere il bel Ganimede sempre accanto a lui lo porta sull'Olimpo donandogli l'immortalità. L'amore omosessuale è stato dunque uno spunto fondamentale per la produzione letteraria dall'epoca arcaica all'età classica e assumeva un ruolo basilare e quasi istituzionale nella formazione intellettuale dei giovani preparandoli ad affrontare i diversi aspetti della vita da adulti.

***

LA POESIA DEL GIORNO

ALLA STAZIONE DI APICE

Ad Apice un treno carico di vitto
dicono per le strade di Paduli;
siamo corsi pieni di speranza.
I treni sono tre nella stazione
la gente più di mille e scalmanati
m'intrufolo nel «Silos»: c'è riso e grano.
Dalle mani di un uomo sfugge un sacco
cade sulla testa di una donna
era gravida, il peso l'ha schiacciata.
Di corsa sono fuori accanto al treno
come una talpa cammino tra le gambe
delle mille e più persone,
allungo le mani senza vedere
mi accorgo di aver preso delle scarpe.
Tre paia di scarpe ed esco fuori
me le guardo e sono assai contento.
Due mani sporche di sangue
ma vuote, di forza sul mio viso,
cado per terra, ho le mani stanche
mentre un ricognitore americano
a bassa quota fa fuggire tutti.
Corro accanto al treno, sono solo
il carro è pieno di noci e nocciole
afferro un sacco, chiamo a squarciagola:
portiamo a casa tredici sacchi di nocciole.
Il mio si straccia, perdo il contenuto
ritorno indietro deciso ad arraffar
pur'io qualcosa, prendo del tabacco
e tomo a casa. Mio nonno quando
ha visto il tabacco ha detto:
«trincene un pò, almeno fumo».

Reno Bromuro (da «Occhi che non capivano»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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