22 luglio 2001
La morte di Indro Montanelli,
decano dei giornalisti italiani

Indro Montanelli era nato a Fucecchio (Firenze) il 22 aprile 1909, Giornalista, storico, coscienza civile di un Paese che ha spesso criticato, ma amato come pochi. La storia di Indro Montanelli è la storia dell’Italia del Novecento. Laico impenitente, liberale conservatore, da sempre anticomunista, ma deciso oppositore anche del fascismo, penna arguta da toscanaccio indomabile, uomo di destra diventato alla fine testimonial dell’Ulivo - "è il male minore", scrisse in un commento anti-Berlusconi.Indro Montanelli

E’ lui con l’inseparabile Olivetti "Lettera 22" a raccontare un secolo di cronache drammatiche, di passioni, di guerre, di terrorismi, di avventure editoriali, di ascese fulminanti, di politici mai troppo amati, di delusioni, di mezze figure, dell’ipocrisia e dell’opportunismo degli italiani: "Non siamo affidabili neanche nell’inaffidabilità". Con grande stile, ma sempre con prese di posizioni nette, spesso controcorrente, mai conformiste, dure e a volte anche cattive.

Due lauree, in giurisprudenza e scienze politiche, figlio di un preside, all’inizio degli anni Trenta emigra in Francia, frequenta la Sorbona e viene assunto come cronista a Paris soir e successivamente all’agenzia United Press. Ma è il tempo della guerra d’Africa e Montanelli nel 1935 parte volontario. Qui racconta l’avventura italiana in un diario intitolato Ventesimo battaglione eritreo che gli vale un’entusiastica recensione sul Corriere della sera. E’ il primo di una serie di scritti che, parallelamente all’attività di cronista e inviato, ne hanno celebrato il talento e l’indubbia capacità di analisi critica e storiografica.

Al Regime non piace questo giornalista, già allora troppo indipendente. Quando nel 1937 è inviato in Spagna per conto del Messaggero durante la guerra civile, le sue cronache gli valgono l’accusa di "disfattismo",l’espulsione dal Partito e la radiazione dall’albo dei giornalisti.

Finisce a insegnare all’istituto italiano di cultura a Tallin in Estonia. Poi è chiamato dal Corriere della sera, che resterà sempre il suo grande amore, dalle colonne del quale raccontò l’ascesa di Hitler, la tragedia della Seconda guerra mondiale, le battaglie sui fronti della Francia, in Finlandia, in Albania, sui Balcani, in Grecia. Si avvicina al movimento laico di "Giustizia e libertà" ed è arrestato dai fascisti con l’accusa di aver scritto articoli sugli amori di Mussolini, in realtà non erano opera sua ma di Domenico Bartoli. I tedeschi lo condannano a morte, riesce a evadere dal carcere di San Vittore a Milano e fugge in Svizzera, ma fino al 1945 non può più scrivere. Forse una condanna ancora più pesante per un giornalista di razza come lui.Indro Montanelli

Torna a scrivere al Corriere per merito del direttore Guglielmo Emanuel che ne difende l’indipendenza. Nel dopoguerra diventa la firma del giornalismo italiano grazie a inchieste e reportage da grande inviato. Nel 1956 è il primo giornalista del mondo ad arrivare in Ungheria per raccontare con i suoi servizi l’anelito di libertà del popolo magiaro e la spietata reazione sovietica, culminata nella repressione dei carri armati.

Arrivano gli anni del Pentapartito, dell’ascesa di Bettino Craxi, per Montanelli "privo della stoffa del capo" ma dotato di quella del boss, del padrone, anzi del padrino e di Ciriaco De Mita, "ho letto che l’Avvocato l’ha definito un intellettuale della Magna Grecia, ma c’è qualcosa di troppo: la Grecia".

Quando Silvio Berlusconi, il suo editore al Giornale, nel 1994 decide di "scendere in campo", Montanelli è contrario "Berlusconi mostra il volto di un prepotente pronto a qualsiasi sopruso". Gli fa sapere che non l’appoggerà mai in questa nuova avventura e non farà della sua creatura editoriale l’house organ di Forza Italia. Il rapporto si rompe. Montanelli è costretto a lasciare Il Giornale e fonda La Voce, irriverente quotidiano che con l’arma dei fotomontaggi ed editoriali al vetriolo irride i nuovi potenti. Un’avventura che dura poco, come il primo governo Berlusconi. Da allora il giornalista si ritrova al fianco di quegli ex comunisti che l’avevano attaccato per anni. Con un dubbio: è stato lui a spostarsi a sinistra o il Paese troppo a destra? Enzo Biagi ha detto: "Montanelli è da porre tra i grandi del Novecento. Lui l’Italia di questo secolo l’ha raccontata tutta nelle sue storture, da grande cronista, a cominciare dalle imprese del ventesimo battaglione eritreo nella guerra d’Etiopia. E non ha smesso di raccontarla fino agli ultimi giorni. Ai colleghi più giovani, poi, ha insegnato che si può anche sbagliare con l’attenuante della buona fede, ma che bisogna anche essere capaci di chiedere scusa. Lui l’ha fatto".

 ***

RICORDIAMOLI

L’ITALIA DI BERLUSCONI E’ LA PEGGIORE MAI VISTA

Ricordiamo quanto Montanelli ha pensato e scritto, attraverso un articolo uscito su "La Repubblica" a firma di Laura Laurenzi, seguito da un’intervista della stessa datata 26 marzo 2001.

"Quell'uomo è una malattia: si cura solo con il vaccino. Una bella iniezione di Cavaliere premier per diventare immuni".

Sembra essere diventato il nemico numero uno del Polo. Berlusconi gli dà del bugiardo e dell'ingrato, Fini lo descrive come l'ennesimo giornalista strumentalizzato dalla sinistra, i giornali della destra portano il suo nome nei titoli di testa in prima pagina. La sua colpa è il tradimento: ha dichiarato di votare per il centrosinistra, ha partecipato alla trasmissione di Santoro, dove - capo d'imputazione gravissimo - ha persino dato ragione alla ricostruzione fatta da Marco Travaglio sulle vicende del Giornale. Indro Montanelli ha risposto con le sue armi: un editoriale al veleno sul Corriere della sera in cui restituisce l'accusa di mendacio al Cavaliere, gli replica punto per punto e chiosa: "Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni di seguito". Dopo l'articolo, da ieri mattina il suo telefono non ha fatto che suonare. Silvio Berlusconii

"La cosa più impressionante - racconta Montanelli - sono state le telefonate anonime. Ne sono arrivate cinque una dopo l'altra, tre delle quali di donne. Non so chi avesse dato loro il mio numero, che è assolutamente introvabile. Dicevano tutte la stessa cosa: delle invasate che urlavano: lei che per vent'anni ha mangiato alla mensa di Berlusconi! Io, capirai? Come se io fossi stato mantenuto da Berlusconi. Veramente la scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo".

Laurenzi: Lei sembra veramente spaventato.

"No, spaventato no: piuttosto sono impressionato, come non lo ero mai stato. Va bene, mi dicevo, succede anche questo: uno dei tanti bischeri che vengono a galla, poi andrà a fondo. Ma adesso sono davvero impressionato, anche se la mia preoccupazione è molto mitigata dalla mia anagrafe. Che vuole, alla mia età preoccuparsi per i rischi del futuro fa quasi ridere".

Laurenzi: Ma lei è sicuro che la partita elettorale sia già giocata? Il centrosinistra non ha nessuna possibilità di battere Berlusconi?

"Guardi: io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L'immunità che si ottiene col vaccino".

Laurenzi: Lei, Montanelli, oggi è diventato il problema politico principale del centrodestra. Da qualche giorno il suo nome è al centro delle dichiarazioni degli uomini del Polo.

"E' strano: io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt'al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino. Però tutte queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile: non per quello che succede a me, a me non succede nulla, non è che io rischi qualcosa, è chiaro. Quello che fa male è vedere questo berlusconismo in cui purtroppo è coinvolta l'Italia e anche tante persone perbene".

Laurenzi:Tutta questa polemica è nata dal programma di Luttazzi. Lei vede programmi di satira politica in televisione? Come li giudica?

"Ne vedo, come no. Beh: l'unico modo per combattere questa cosa è la satira. Che sia sempre fatta bene però non direi, molto spesso è volgare anche quella. Ma forse è peggiore la facilità, la spontaneità con cui Berlusconi mente, e con cui le sue menzogne, a furia di ripeterle, evidentemente vengono bevute dagli altri. Lui racconta a modo suo la fine della mia direzione al Giornale, il giorno dopo la mia uscita, quando non ho potuto certamente influire più sulla stesura della cronaca. Paolo Granzotto scrisse un resoconto di come erano andate le cose. Ecco: andatevi a rileggere quella cronaca, coincide esattamente con le cose come le ho raccontate io. Berlusconi sostiene che io ero al Giornale sognando di farne un altro: non sta é in cielo né in terra. Questa menzogna è semplicemente una scemenza: quanta volgarità, quanta bassezza".

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

************************
L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

Torna all'indice

Reno Bromuro
reno.bromuro@elbasun.com

Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE