21 marzo 1982
Tredicenne muore su un vagone ferroviario

Andrea Vitone, un ragazzo di tredici anni, muore su un vagone ferroviario bruciato dai tifosi della Roma, sconfitta dal Bologna.

La Roma che nella coppa delle Fiere 1960-61 raccolse l'unica vittoria da una formazione italiana durante le 13 edizioni del trofeo antesignano della coppa Uefa. E al trionfo, il primo in Europa di una nostra formazione, dell'undici giallorosso capitanata da Giacomo Losi e allenata da Luis Carniglia si lega un nome importante del calcio romanista di oggi: quello di Franco Sensi. L'attuale numero uno della società campione d'Italia in carica era infatti il vicepresidente della Roma del 1961, che schierava, tra gli altri, anche Antonio Valentin Angelillo, Giulio Corsini e Fabio Cudicini, al cui timone dirigenziale stava allora Anacleto Gianni. La carriera dirigenziale di Sensi, però, si interruppe poco dopo con l'avvento del nuovo presidente: il conte Marini Dettina.

Il Bologna Footbal fondata nel 1909. Ha vinto per sette volte il titolo di campione d'Italia (1924-25, 1928-29, 1935-36, 1936-37, 1938-39, 1940-41, 1963-64) e per due la Coppa Italia (1969-70, 1973-74). Ha sempre militato in A fino al 1982, poi è sceso in B e anche in C. In totale, ha disputato 58 tornei nella massima serie. Quell’anno mi trovavo a Camugnagno, un paesino sull’altopiano bolognese, a soli 12 chilometri dal capoluogo, spinto dal giovanissimo Sindaco, acceso tifoso del Bologna, andai allo stadio per farlo contento. Il Bologna era già condannata in serie B, la Roma perdette e poi… ci fu il parapiglia alla stazione ferroviaria dove gli «ultras giallorossi» che diedero fuoco ai vagoni ferroviari, in uno dei quali so era seduto comodamente il giovanissimo Andrea Vitone, di solo tredici anni, il quale perdette la vita nel rogo che si era sviluppato.

Mi ritornò alla mente un altro episodio, accaduto nel 1970, finito in un parapiglia memorabile, passato alla storia come il «Far West a Roma».

C’era stata la doppia sfida Lazio-Arsenal, invece, iniziò già all'andata allo stadio londinese di Higbury e terminò con un'abbondante scazzottata nel dopopartita del ritorno in un ristorante romano. Il 23 settembre, allo stadio Olimpico,i biancoazzurri, ammessi a invito per la presenza a Roma di grandi fiere, guidati dall'argentino Juan Carlos Lorenzo, affrontarono i detentori del trofeo riuscendo a strappare un insperato 2-2, grazie alle doppiette di Ratford e di Giorgio "Long John" Chinaglia.

Ma come avrebbe poi ricordato Nello Governato, ieri protagonista in campo e oggi dirigente della Lazio, di quella gara si parla ancora per altri motivi: «Nell'estate precedente avevamo già giocato un'amichevole contro l'Arsenal e c'erano stati diversi colpi proibiti. Quando ci ritrovammo per la coppa delle Fiere la gara fu durissima. E non finì sul campo». Allora dopo la gara c'era la tradizione di cenare tutti insieme e Lazio e Arsenal si ritrovarono al ristorante «Augustea» a Piazza Augusto Imperatore, dove si assistette alla scena da Western.

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RICORDIAMOLI

MODEST MUSORGSKY

Modest Musorgsky nacque a Karevo, Pskov, nel 1839. Avviato dalla madre allo studio del pianoforte, fu costretto a trascurare la precoce inclinazione per la musica per assecondare il desiderio del padre che lo avviò alla carriera militare. Studiò quindi all'Istituto Komarov e poi alla Scuola dei cadetti di Pietroburgo, uscendone ufficiale nel 1855. Fu assegnato al reggimento Preobraženskij della Guardia Imperiale, ma nel 1860 si dimise. L'abolizione della servitù della gleba del 1861, imModest Musorgskymiserì fortemente il patrimonio familiare e Musorgsky, nel 1863, dovette accettare un modesto impiego per vivere.

Nel 1856 aveva fatto amicizia con Borodin e attraverso lui aveva conosciuto Dargomyžskij, Kjui e Balakirev, dal quale ebbe lezioni, aderendo alle premesse di affermazione di una scuola nazionale russa che intorno al 1860 dovevano portare alla formazione del Gruppo dei Cinque.

Le scelte radicali in campo politico e musicale e il rifiuto degli atteggiamenti romantico-idealistici, condivisi da Balakirev e da altri, dovevano allontanarlo dal Gruppo: esso era del resto praticamente dissolto quando Musorgsky cominciò a scrivere le opere maggiori. Il Boris Godunov, intrapreso su suggerimento di Stasov, che gli era rimasto vicino, dopo l'incompiuto esperimento del Matrimonio, fu scritto nel 1868/69, respinto dalla censura, rifatto nel 1871/72 e infine rappresentato a Pietroburgo nel 1874.

Le opere successive non poterono essere completate: né La fiera di Sorocinskij, largamente incompiuta, né Kovancina alla cui orchestrazione mancante provvide, dopo la morte del Maestro, Rimskij-Korsakov. Soltanto all'inizio del 1880 Musorgsky poté lasciare l'impiego statale, ma era ormai minato dalla vita disagiata e dall'abitudine al bere, afflitto dalla perdita degli affetti più cari, la madre e la donna amata, logorato dalla larga parte di incomprensione toccata anche ai suoi lavori maggiori. Morì a Pietroburgo il 16 marzo 1881.

Il significato dell'opera di Musorgsky va molto al di là di quello di qualsiasi altro membro del Gruppo dei Cinque. Esso diede un primo indirizzo alla sua formazione, volta a ideali nazionali e antiaccademici, poi mirò a esiti ben altrimenti radicali e rivoluzionari, portando fino in fondo anche la lezione di Dargomyžskij con la sua ricerca di una nuova vocalità modellata sulle inflessioni del linguaggio parlato.

Accanto a questo elemento innovatore, fondamentale nella formazione dell'originalissimo linguaggio fu l'assimilazione del canto popolare contadino, al di fuori da ogni superficiale gusto del pittoresco o del bozzetto di genere: la scelta gli consentì di penetrare, stilizzare e far propri moduli del tutto estranei all'ufficialità accademica sia dal punto di vista melodico sia da quello armonico, della sua avanzatissima lezione timbrico-armonica seppe servirsi Debussy.

È una scelta realistica, con un preciso carattere ideologico, legato alle tendenze politiche più radicali e avanzate della Russia del tempo, che porta con sé soluzioni formali e contenutistiche non meno coerentemente innovatrici: si pensi al rilievo che ha il popolo nel Boris, di cui è il reale protagonista, pur in costante rapporto di vittima e giudice dei potenti, a cominciare dallo zar. Né diverso significato ha l'oggettività con cui è dipinto il grande e complesso affresco della Kovancina, dove ciò che interessa è la sconfitta del popolo, al di là dei giochi di potere su cui si basa l'azione. Fuori del campo teatrale Musorgsky ha lasciato una serie di liriche: si ricordano la freschezza della Camera dei bambini e il cupo pessimismo dei Canti e danze della morte e di Senza sole. Straordinariamente originale nella sua unicità è lo stile pianistico dei Quadri di un’esposizione.

Bibliografia

L. D'Amico, Musorgskij, Torino, 1942; G. Gavazzeni, Musorgskij e la musica russa dell'800, Firenze, 1943; L. Pestalozza, La scuola nazionale russa, Milano, 1958; A. M. Morazzoni (a cura di), Musorgskij, Milano, 1985.

 

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IL FATTO

ENCOMIO DI ELENA DI GORGIA

Gorgia nacque a Lentini in Sicilia attorno al 485 a. C., e fu, pare, discepolo di Empedocle. Venne inviato ad Atene come ambasciatore della sua città nel 427 e, con la sua eloquenza, vi riscosse grande successo. Morì vecchissimo, sembra centenario, in Tessaglia, dove aveva trovato ospitalità presso il tiranno Giasone di Fere. Egli può essere considerato il fondatore della prosa d'arte antica, grazie ai suoi interessi specificamente rivolti alla retorica, con i quali tentava di esibire la sconfinata capacità persuasiva della parola. Ci sono pervenuti pochi frammenti di tradizione indiretta, tra cui due brevi conferenze in cui fittiziamente il sofista si misura con temi mitici tradizionali, l'Encomio di Elena e la Difesa di Palamede.

« [...] E' dovere della stessa persona dire rettamente quel che deve e confutare ciò che non è detto giustamente; bisogna dunque confutare coloro che rimproverano Elena, donna intorno alla quale consona e concorde è stata la testimonianza dei poeti che hanno udito e la testimonianza del nome, che è diventato ricordo di sciagura. Ma io voglio dare un'argomentazione al mio discorso e far cessare le accuse rivolte a lei, che gode sì cattiva fama. [...] E' noto infatti che sua madre fu Leda, il suo padre reale fu un dio ma quello creduto era mortale, Tindaro e Zeus. [...]

Nata da questi genitori ebbe bellezza pari agli dei e avutale la possedette non ignota: in moltissimi destò grande desiderio amoroso, e con una persona sola riunì molte persone di eroi superbi per grandi qualità, dei quali gli uni possedevano abbondanza di ricchezze, gli altri gloria di antico casato, gli altri ricchezza di forza personale, gli altri potenza di acquisito sapere. E tutti vennero spinti d'amore desideroso di vittoria ed ambizioni invincibili. [...] Certo o per volere della sorte e per decisione divina e per decreto della necessità fece quello che ha fatto oppure trascinata con forza o persuasa con la parola o presa da amore. [...]

Se fu amore che commise tutto questo, non sarà difficile per lei sfuggire dall'accusa della colpa che lei si attribuisce. Tutto ciò che vediamo non ha quella natura che noi vogliamo, ma quella che ciascuna cosa ha: attraverso la vista, per altro, l'anima si modella anche nel carattere. [...] Così per natura alcuni spettacoli addolorano la vista, altri l'appassionano. Molti spettacoli in molti generano amore e passione di molte cose e di molti corpi. se dunque lo sguardo di Elena, rallegrato dal corpo di Alessandro, inspirò all'anima ardore e desiderio di amore,che c'è di strano? E se Eros è un dio e ha degli dei la divina potenza, come avrebbe potuto un essere più debole respingerlo e difendersi? E se è malattia umana e ignoranza dell'anima, non deve essere biasimata come errore ma compianta come sventura. venne dunque, come venne per gli inganni della sorte e non per volere della mente, per necessità d'amore e non per i mezzi dell'astuzia. Dunque, come si può considerare giusto il biasimo di Elena, che, se ha compiuto quel che ha compiuto o per amore, o persuasa dalla parola,o strappata dalla violenza,o costretta da necessità divina in ogni caso sfugge all'accusa?

trad. C. Moreschini

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LA POESIA DEL GIORNO

SE PROPRIO DEVO ANDARE

Se proprio devo andare voglio
indossare una camicia pulita.
Non voglio portare
come una bandiera questa
che sa di fango, di sudore, di sangue;
di polvere di pietra macinata
con i denti per aprire nuove vie;
di spine tolte alle rose
strappate dalle mie mani
ma penetrate nel cuore.
Se proprio devo andare voglio
indossare una camicia pulita.
L'uomo non ha capito e ...
Se devo andare datemi
per favore
una camicia pulita.

Reno Bromuro (da «Dove vai, Uomo?»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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