21 maggio 1927
Ettore Conti esprime i dubbi degli industriali
sulla stabilizzazione della lira

Ettore Conti, parlando al Senato, esprime i dubbi degli industriali sulla effettiva stabilizzazione della lira a "quota 90" e dichiara di ritenere più opportuna una fissazione del cambio intorno alle 120 lire per sterlina. L'unico quotidiano che riporta il testo del suo intervento è "La Stampa", che viene per questo sequestrata.

Ettore Conti nasce a Milano nel 1871. Si laurea in ingegneria civile nel 1894 e l’anno successivo è assunto dalla Edison. Nel 1899 fonda col cognato Giuseppe Gadda la società Gadda & C. e nel 1901 fonda la Società per imprese elettriche Conti & C., produzione e trasporto di energia elettrica. Negli anni seguenti, muovendosi nell’orbita della Edison, che partecipa al capitale della Conti, costituisce numerose società elettriche: l’Orobia, l’Adamello, l’Idroelettrica ligure e la Riviera di ponente.

Consigliere comunale di parte moderata a Milano dal 1902, nel 1905 diviene vicepresidente dell’Associazione fra esercenti imprese elettriche in Italia e presidente del Circolo industriale agricolo e commerciale di Milano. Nel 1918 diviene consigliere e nel 1920 vicepresidente della Banca commerciale (Comit). Durante la grande guerra svolge un ruolo importante nella Commissione tecnico-amministrativa per le industrie di guerra - l’organo principale di collegamento tra governo e industriali e commercianti composto di uomini delle Camere di commercio; e il 30 giugno 1918 presiede alla venticinquesima assemblea generale delle Camere di commercio.

Dal dicembre 1918 all’ottobre 1919 è sottosegretario al Tesoro per la liquidazione delle armi e munizioni e dell’aeronautica. Nel febbraio 1919 ottiene il laticlavio e alla fine dello stesso anno guida una missione italiana in Georgia, Azerbaigian e Armenia per verificare le possibilità di espansione in quelle repubbliche. È presidente della Confindustria al momento dell’occupazione delle fabbriche e nel marzo 1922 diviene presidente dell’Assonime e membro del Comitato centrale industriale, nato per raccordare Assonime e Confederazione dell’industria e destinato a diventare, secondo Felice Guarneri, "organo direttivo della politica economica e finanziaria delle categorie industriali".

Accetta il fascismo nella versione e nelle funzioni di portatore d’ordine e disciplina. Incaricato da Facta, negozia con i Sovietici nel 1922 a Genova; per conto di Mussolini, con i Giapponesi nel 1938. Dal 1926 non è più consigliere delegato della Conti, incorporata dall’Edison di Giacinto Motta, e ottiene da Mussolini e Volpi di Misurata, di cui è amico, la presidenza dell’Agip. Nello stesso torno di tempo, per conto della Comit, diviene presidente della Châtillon e consigliere della Terni e di molte altre società. Dal 1930 è presidente della Comit e ha parte nel risanarla. Nel 1931 è nominato cavaliere del lavoro. Nel 1939 è chiamato a far parte del consiglio di amministrazione della Edison ed è nominato conte di Verampio, località alla confluenza dei fiumi Toce e Devero dove nel 1914 -1915 ha installato una centrale elettrica. Alla caduta del fascismo è sottoposto a giudizio di epurazione ma è presto reintegrato nei suoi uffici. Nel giugno 1954 ottiene la medaglia d’oro come benemerito della scuola, della cultura e dell’arte.

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RICORDIAMOLI

FEDERICO FELLINI A Cannes la retrospettiva dei suoi film, a noi il ricordo di un uomo eccezionale, genio infaticabile, Maestro non del tutto soddisfatto dei riconoscimenti. Federico nacque a Rimini nel 1920 si spense a Roma nel 1993. Dopo una giovinezza vivace, confluita in attività di giornalista e di caricaturista, de L'Avventuroso e Marc'Aurelio; e di autore umoristico per la radio e il teatro di rivista, dal 1942 si dedicò interamente al cinema.Federico Fellini

Dapprima fu scenarista per film interpretati da Fabrizi e, nell'ambito del neorealismo, per film di Rossellini, Germi e Lattuada; negli anni Cinquanta passò alla regia, presentando ricorso, quale autore di film sceneggiati con Flaiano e Pinelli, all'autobiografia e alle memorie di adolescenza nella provincia d'origine e affermando un lirismo e una dimensione barocca e fantastica della vita assai personali.

Esordì nel 1951 con Luci del varietà, firmato con Alberto Lattuada, e proseguì da solo con Lo sceicco bianco e I vitelloni, rivelando, tra l'altro, la capacità, che poi si è dimostrata inesausta, di creare tipi e coniare titoli destinati a entrare, anche all'estero, nell'uso corrente. Dopo l'episodio Agenzia matrimoniale per Amore in città,diede con La strada, Il bidone e Le notti di Cabiria una trilogia ispirata a una sorta di oggettivismo o realismo "creaturale", di cui La dolce vita, angosciante affresco sulla disgregazione di ogni valore nella Roma caput mundi, rappresentò da un lato la summa e dall'altro l'aperta rottura.

Dopo l'appendice di costume costituita dall'episodio Le tentazioni del dottor Antonio per Boccaccio '70, il regista realizzò uno dei suoi film più alti con il racconto introspettivo di un film che non gli riusciva di realizzare: . Nel successivo Giulietta degli spiriti, animato da un rutilante gioco di scenografie, volle trasferire in un personaggio femminile il ricamo delle proprie ossessioni. Dopo un altro episodio, Toby Dammit tratto dal racconto di Alan Poe, incluso in Tre passi nel delirio, si accostò alla televisione con Block-notes di un regista, ritornandovi poi con I clowns, in cui celebrava l'amore antico per il circo.

Tra i due special diresse nel 1969, con un nuovo collaboratore alla sceneggiatura, Zapponi, Fellini Satyricon. Negli anni Settanta il cineasta tornò ancora, in Roma e in Amarcord, ai due poli della sua ispirazione: la capitale del suo cinema e la Romagna dei suoi sogni e condizionamenti infantili e adolescenziali. Ma nel Casanova il suo universo si è per la prima volta aperto al continente Europa e il secolo dei lumi vi diventava pretesto per una metafora degli oscuri tempi attuali; metafora che si faceva apologo politico diretto nel mediometraggio televisivo Prova d'orchestra.

Minore novità ha invece espresso il confronto con il femminismo, proposto da La città delle donne, mentre E la nave va è un'opera lucida e ricca di allusioni metaforiche. Impegnative anche le successive prove del regista, Ginger e Fred, denuncia della volgarità dello spettacolo televisivo, Intervista e l'ambizioso La voce della luna, tratto da Il poema dei lunatici di Cavazzoni. Vincitore di quattro premi Oscar per il migliore film straniero: La strada, Le notti di Cabiria, , Amarcord, nel 1993 gli è stato attribuito quello alla carriera.

Bibliografia

R. Renzi, Federico Fellini, Parma, 1956; A. Solmi, Storia di Federico Fellini, Milano, 1962; G. Salachas, Federico Fellini, Parigi, 1963; B. Rondi, Il cinema di Fellini, Roma, 1965; C. G. Fava, A. Viganò, I film di Federico Fellini, Roma, 1987.

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IL FATTO

IL FATTO IL TEATRO NUOVO – TOTO’ E VIVIANI

La storia del Teatro Nuovo risale ai primi anni del Settecento, quando fu costruito il Teatro dei Fiorentini, che, pur essendo sede del Teatro della Commedia Spagnola, iniziò a rappresentare anche gli spettacoli in musica. Il successo fu grande e si comprese la necessità di aprire nuovi teatri da destinare a questo genere.Totò

Il Teatro ha origini nobilissime e per più di due secoli fu frequentato dai nobili di corte e dalla ricca borghesia napoletana. Fu costruito per volontà degli impresari Giacomo De Laurentiis e Angelo Casale. Il progetto fu elaborato da Domenico Antonio Vaccaro, figlio dello scultore Lorenzo.

Nel progettare il Teatro Nuovo, Vaccaro diede prova di abilità straordinaria, perché lo spazio disponibile nella strada era pochissimo e la nuova costruzione doveva prendere il posto di un giardinetto. Il risultato fu mirabile. Non ci sono giunte stampe, progetti o piante, eccetto la Pianta del Teatro Nuovo di Napoli del volume Teatri d'Italia dell'architetto Cosimo Morelli, stampato a Roma nel 1780: il Teatro da come appare doveva essere un vero gioiello. Sul suo palcoscenico recitarono sin dai primi anni pure le compagnie di prosa,anche se è agli spettacoli di opera giocosa che il Teatro di Montecalvario legò la sua fama.

Nel 1738 l'impresario Domenico Catini fu autorizzato a formare al Teatro Nuovo una compagnia di prosa napoletana ed una toscana, alternandone il repertorio di sera in sera. Nel 1759 la Giunta dei Teatri Stabili autorizzò il Nuovo, come il Fiorentini, a rappresentare un suo repertorio di prosa, che doveva prevedere in cartellone non più di quattro commedie all'anno da eseguirsi ciascuna due volte per settimana.

Dopo una ventina d'anni il Nuovo riscoprì la sua gran vena, la sua funzione di sala amata dal pubblico e dai capocomici: ristrutturato in parte e reso chiaro e luminoso dal restauro, divenne uno dei teatri dove era possibile rappresentare con successo il meglio della prosa dialettale.

Nel suo cartellone, in tutti i mesi dell'anno, furono inseriti due spettacoli al giorno, uno alle 18.45 e uno alle 21.45. Quello pomeridiano aveva biglietti di costo più contenuto di quello serale. Vi recitarono gli attori della celebre scuola del Sancarlino e il pubblico accorse da ogni parte d'Italia. Al Nuovo in quell'anno misero in scena '0 voto di Salvatore Di Giacomo e Goffredo Cognetti, dando vita al Teatro d'Arte e formando il primo tentativo di Compagnia stabile molto intenzionata a superare i limiti delle maschere a vantaggio degli approfondimenti psicologici e d'ambiente, ritenuti indispensabili per far nascere e crescere un teatro più moderno. In questo modo il Nuovo continuò a vivere di alterne fortune, tra successi e insuccessi, facendo però sì che nella sua storia lasciassero il segno rappresentazioni come 'A San Francisco e Mese Mariano di Salvatore Di Giacomo; Addio mia bella Napoli, Signorine, Gente nostra di Ernesto Murolo; '0 Cumitato di Aniello Costagliola; '0 quatto 'e maggio di Diego Petriccione; Uocchie cunzacrate di Roberto Bracco; Masaniello di Aniello Costagliola; Pulicinella, So'diece anne e Malia di Libero Bovio; e quella Mala nova su cui successivamente scherzerà Eduardo De Filippo in Uomo e galantuomo.

Fu su questo palcoscenico che crebbe e si rafforzò il nome del giovane Raffaele Viviani, che qui incominciò a misurare la sua straordinaria capacità di affascinare il pubblico con i suoi gesti e con la sua mimica facciale. Fu su questo palcoscenico che recitarono Agostino Salvietti, Raffaele Di Napoli, figlio di Gennaro e nipote dell'altro, grande Raffaele, Gennaro Della Rossa, Luigi Esposito, Antonio Schioppa.

Ancora su questo palcoscenico furono rappresentate con straordinario successo le riviste musicali firmate da Giulio Trevisan,noto con lo pseudonimo Guido Di Napoli e Rocco Galdieri, che si firmava Rambaldo.

Numerosissime, dunque, le tappe memorabili del piccolo Teatro dei Quartieri Spagnoli, tra le quali non sfugge quella del settembre del 1929, quando andò in scena, nelle vesti di Caio Silio, un giovane comico di successo: Totò. Per lui quell'anno fu messa in scena Messalina, cui seguirono I tre Moschettieri, Bacco, tabacco e Venere e l'anno successivo Santarellina, '0 balcone 'e Rusinella di Scarpetta e Amore e cinema di Carlo Mauro. Poi Totò andò via dal Nuovo e da Napoli e il Teatro ebbe nuovi, grandi protagonisti su cui investire.

Nel giugno del 1930 giunsero sul suo palcoscenico i fratelli De Filippo. Eduardo, Peppino e Titina, accompagnati dalla fantasia di Agostino Salvietti, furono gli applauditissimi interpreti di Pulcinella principe in sogno, rivista in cui spiccava il bellissimo atto unico: Sik-Sik l'artefice magico riproposto da Eduardo sempre con straordinario successo fino all'ultima messa in scena del 1979 al Teatro San Ferdinando. (1 continua)

***

LA POESIA DEL GIORNO

PER MILLENNI

Lì, dinanzi a me,
nell'aureola dell'amore.
Io dinanzi a te
nel profumo della felicità.
La tua immagine sulla parete
spia ogni mio movimento
la mia fa lo stesso assaporando
la tua libertà.
Tu mi ami!
Ti amo come si può amare
il giorno
il sole
la vita.
Ci inseguiamo sul quadrante
come le lancette di un orologio
per secoli.
E' mezzanotte
le lancette si sono inceppate
finalmente
la tua immagine sovrapposta alla mia
i tuoi occhi limpidi e puliti
si sono fermati nel mio sguardo:
"E' stato messo il punto
al nostro silenzioso discorso".
La tua arte
avrà un altro significato
parlerà un'altra lingua
ma per me?...
Rimarrò fedele come un cane
aspetterò che mi buttino le ossa
per celarle, seppellirle
e con esse sotterrarmi anch'io
aspettandoti.
T'ho rincorso per millenni
ti seguirò giorno dopo giorno
ti attenderò dopo la morte.

Reno Bromuro (da Il vaso di cristallo).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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