21 aprile 1976
Giovanni Theodoli è ferito a Roma
dalle Formazioni comuniste armate

Giovanni Theodoli, presidente dell'Unione petrolifera italiana,è ferito a Roma dalle Formazioni comuniste armate.

Giovanni Theodoli discendente dell’antica casata di Giovanni Theodoli, fratello di Teodolo, primo marchese di San Vito e Pisciano e conte di Ciciliano cui si deve la progettazione della chiesa di San Biagio. Questa fu costruita su di un precedente oratorio duecentesco ed era a navata unica con altari laterali entro nicchie. In quegli stessi anni fu dipinto sull'altare maggiore l'affresco raffigurante il santo, mentre il campanile risalente al 1715, termina con una piccola cupola rotonda: contiene tre campane la più antica delle quali risale agli inizi del settecento. Nel 1830 un restauro aggiunse alla chiesa due cappelle all'altezza del presbiterio, in modo da creare una sorta di transetto; tra il 1927 e il 1929 viene eseguito un altro restauro di cui sono testimonianza due iscrizioni, una su una parete della cappella sinistra, l'altra sul pavimento. Ai figli di Giovanni, Alfonso e Mario Theodoli, si deve sostanzialmente l'impianto urbanistico di San Vito: promossero la sistemazione nel 1646 della Piazza San Biagio sulla quale affacciava l'antica sede comunale, ma sopratutto Mario Theodoli fu l'artefice della progettazione, realizzazione e apertura del cosiddetto "Borgo Mario" nel 1649: questo sorse su di una platea artificiale, creata sopra la parte più antica del paese ed ottenuta livellando il piano roccioso e riempiendo gli avvallamenti e le fosse. Un lavoro enorme, al termine del quale venne aperta una lunga ed ampia strada fiancheggiata, poi, da costruzioni come il convento dei Carmelitani, oggi Palazzo Comunale, e dall'annessa chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco i cui progettisti però non sono noti. Quest'ultima chiesa presenta due fasi costruttive: la più antica databile alla metà del seicento, epoca di fondazione dell'edificio, l'altra realizzata nei primi decenni dell'ottocento.

Sull'antico borgo di Roviano svetta poderoso il palazzo baronale. Il nucleo più antico è a pianta pentagonale con ampia corte selciata, pozzo marmoreo, mastio merlato, bifore e un giardino pensile. Le sale sono decorate con paesaggi agresti a tempera. Di particolare rilievo alcuni affreschi cinquecenteschi del ciclo "Giuditta ed Oloferne" conservati nell'ex cappella. A restauro ultimato, il castello ospiterà permanentemente il museo della Civiltà Contadina dell'alta Valle dell'Aniene.

La lunga strada, che prese nome dal cardinale Mario, comincia da Piazza Roma lungo un rettilineo che giunge fino alla parte più antica del paese oltre la Porta del Borgo. Questa parte si sviluppò dal XIV secolo attorno a case-torri di vedetta ed era difesa nei punti strategici da alte porte, ne rimangono tre ma forse ne esisteva una quarta, realizzate in pietra arenaria, munite ancora dei cardini di ferro. Via dell'Arringo, dal luogo in cui si tenevano pubbliche discussioni o vi sorgeva il palazzo della magistratura, è il corso medievale che collega le altre due porte: Porta Mola o dell'ospedale conduceva al ricovero per viandanti e per appestati collocato fuori del paese; Porta Olevano o del ponte eretta dove un tempo doveva esservi un ponte levatoio in direzione di Olevano Romano.

Percorrendo la via si incontra a sinistra un arco che dà accesso a quello che è conosciuto in paese come il "ghetto"; una zona comunicante col borgo solo attraverso il detto arco che, una volta chiuso, impediva agli abitanti di uscire. Che si trattasse di un vero ghetto ebraico, a Roma fu istituito da Paolo IV Carafa nel 1555 nel rione Sant’Angelo, non è sicuro, ma è interessante costatare che esisteva da qui un accesso che conduceva direttamente nella chiesa di Santa Maria de Arce per sollecitare un'eventuale conversione. Sempre sulla via si incontra ad angolo tra i civici 36-38 lo stemma Colonna su un palazzo forse vecchia sede del governatore. La parte inferiore del paese è collegata al colle superiore attraverso ripide scalinate e stradine che si snodano tutte attorno.

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RICORDIAMOLI

2756° NATALE DI ROMA

Si apre domenica 21 aprile, per festeggiare il 2756° "Natale di Roma", l'ambizioso spazio dell'Auditorium di Roma, denominato Parco della musica e progettato dal celebre architetto genovese Renzo Piano.

Piano, che ha firmato il Beaubourg di Parigi ed il grattacielo di New York che presto ospita il "New York Times", ha realizzato uno spazio dedicato alla musica che la città di Roma aspettava da settant’anni, in seguito alla demolizione della sala dell'Augusteo per far posto a Piazza Augusto Imperatore. Dopo alcuni anni di difficoltà, dovute soprattutto ad un imponente ritrovamento archeologico, i cantieri hanno dato vita a tre sale: una grande per 2756 spettatori, aperta nel dicembre 2002; una media, capace di 1200 posti; una piccola, che può ospitare 750 persone. Alle sale, si aggiungono una cavea all'aperto con capacità di 3000 posti, un'area archeologica nella quale è possibile ammirare i resti scoperti nel 1995 di una fattoria arcaica e di una villa romana del 500 avanti Cristo, un parco pensile di tre ettari.

Evento mediatico oltre che musicale, la maratona del 21 registra già da tempo il tutto esaurito. L'entrata sarà consentita alle 10,30 del mattino per permettere agli spettatori di visitare gli immensi spazi del Parco;solo un'ora più tardi si ascolterà la Sinfonia del "Guglielmo Tell" di Rossini, seguita dalla "Ouverture" da concerto di Petrassi e la "Halleluja" di Händel. Radio e televisione trasmetteranno l'evento che proseguirà con un violinista, un pianista e un duo pianistico, la banda tzigana concluderà a mezzanotte il concerto.

Roma fu in origine un villaggio di pastori stanziato sulle pendici del colle Palatino sul versante del Tevere. La leggenda di Romolo e Remo era già formata alla fine del IV secolo avanti Cristo e la data della fondazione di Roma, 753 fu fissata dagli antichi basandosi sulla verosimile durata del regno dei leggendari sette re, Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo. La tradizione annalistica romana ricollegava inoltre la nascita della città alle leggende relative a Enea, capo dei Troiani fuggiti da Ilio e leggendario progenitore, oltre che dei primi abitanti della città di Romolo, anche di quelli di Alba. Quest’ultima, città egemone nell’ambito della cosiddetta Lega latina, che riuniva circa 30 comunità sorte nella zona circostante il santuario di Giove Laziale a Monte Cavo, sarebbe stata distrutta dai Romani ai tempi di Tullo Ostilio. Quanto alla serie dei re e alla loro figura, sicuramente mitica quella di Romolo, si tratta di una leggenda che contiene comunque alcuni elementi di verità. Sicuramente Roma alle sue origini fu retta da un sistema monarchico, che conobbe due fasi: durante la prima si impose nel governo della città l’elemento latino, mentre nella seconda, verosimilmente intorno al VI secolo avanti Cristo, quello etrusco. In questo periodo, che corrisponderebbe al regno degli ultimi tre monarchi, sarebbero sostanzialmente avvenute la trasformazione del villaggio in città e quella dell’economia da pastorale ad agricola e artigianale.

La struttura socio-politica della Roma monarchica si basava sulla divisione in tribù, tre, che fornivano la base per il reclutamento dell’esercito, curie, 10 per ogni tribù e gentes. Queste ultime comprendevano le famiglie dotate di maggiori tradizioni e potenza economica, legata soprattutto al possesso della terra, che, tramite la riunione dei loro esponenti più in vista detti patres, i patrizi, davano vita al Senato. Di fronte alle gentes stava la massa dei Romani privi di privilegi politici e religiosi, ossia la plebe, impegnata in una lotta secolare contro i patrizi per ottenere, o avvicinare, la parità dei diritti nella vita cittadina.

Proprio le parziali concessioni operate dagli ultimi re etruschi a favore della plebe e la contemporanea attribuzione all’autorità regia di alcuni privilegi religiosi e politici sarebbero state all’origine di una reazione dei patrizi, che portò a un cambiamento di regime politico.

Abolita la monarchia con la cacciata di Tarquinio il Superbo 510 avanti Cristo, il governo della città venne assunto da due consoli, scelti tra i patrizi e coadiuvati dal Senato.

Successivamente furono create altre magistrature minori: i questori, destinati a compiti amministrativi, e i pretori, con funzioni giudiziarie. In momenti di grave pericolo il potere consolare, che era collegiale e annuale, poteva essere assunto nella magistratura non collegiale della dittatura. Riprendeva intanto la lotta dei plebei contro i patrizi per ottenere una legislazione scritta che garantisse loro l’uguaglianza civile e frenasse lo strapotere della classe senatoria. Prima tappa verso l’equiparazione fu l’istituzione dei tribuni della plebe, che avevano la funzione di difendere la vita e i beni dei plebei, attraverso il diritto di veto sulle decisioni dei magistrati, e di dirigere i concili della plebe. In seguito la plebe ottenne la codificazione delle leggi, trascritte su Dodici Tavole e perciò chiamata la legge delle dodici tavole; seguirono la concessione del diritto di matrimonio tra patrizi e plebei e l’ammissione al tribunato militare con potestà consolare. Nel 366 avanti Cristo fu riservato a un plebeo uno dei posti di console, poi, lentamente, fu guadagnato l’accesso alle altre magistrature, in particolare, grazie alla possibilità di esercitare la questura, anche i plebei poterono accedere al Senato, finché, nel 287 avanti Cristo le deliberazioni votate dalla plebe (dette plebisciti) divennero valide per tutto il popolo.

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IL FATTO

TRADIZIONI POPOLARI E RELIGIOSE

Lunedì 21 aprile (lunedì in Albis) a Sant'Anastasia in provincia di Napoli si festeggia la Madonna dell'Arco. Festeggiamenti della Madonna dell'ArcoLe notizie che Ercole Fiorillo ha raccolto, riguardo il Pellegrinaggio del Lunedì in Albis, contengono alcune novità che non conoscevo (manco da Napoli dal 1949), che trovo interessanti. In particolare, si potrebbe cercare di comprendere alcuni riti di devozione popolare, come quello operato sin dalla mattina dai fujenti. Con le varie paranze potremo poi abbandonarci a ogni tipo di tammurriata.

Il culto della Madonna dell'Arco risale al Quattrocento, in seguito ad un miracolo verificatosi nella contrada Arco del comune di Sant'Anastasia, appunto. Era il lunedì di Pasqua del 1450 (narra lo storico) e si celebrava una festa in onore della Vergine Maria. Presso un'edicola dedicata alla Madonna, si giocava a palla-maglio: bisognava colpire una palla di legno con un maglio e vinceva colui che faceva andare più lontano la propria palla, una specie di golf popolare, ancora diffuso tra i ragazzi della zona. Uno dei giocatori, vedendo il suo tiro fermato dal tronco di un tiglio che era vicino all'edicola della immagine sacra, bestemmiando più volte la Santa Vergine raccolse la palla e la scagliò contro l'effige, colpendola alla guancia sinistra, che subito sanguinò. Dopo poco il sacrilego fu impiccato allo stesso tiglio.

L'evento produsse un accorrere quotidiano di fedeli, cosicché per proteggere la sacra immagine

e celebrare la liturgia, fu costruito prima un tempietto con un altare e più tardi una chiesetta con due stanzette per ospitare un custode. Oggi, su una navata laterale della chiesa si può leggere un'epigrafe che documenta questo fatto. L'episodio servì anche a spiegare il rito dei fujenti, che rievocherebbe il gesto sacrilego del giovane; infatti, pare che il ragazzo tentò invano di scappare e, non riuscendovi, correva in modo disperato e frenetico intorno all'edicola della Madonna. Un altro evento miracoloso, pure ricordato da una lapide posta nel Santuario, si verificò circa novant'anni dopo ed ebbe come protagonista una certa Aurelia Del Prete, nota bestemmiatrice della zona che fu punita con la caduta dei piedi nel giorno di un lunedì in Albis. I piedi della sacrilega furono posti in una gabbia di ferro all'interno del Santuario. La donna stessa fu seppellita nella chiesa parrocchiale di Sant'Anastasia, avendo ottenuto il perdono dalla Madonna in seguito a pentimento. La punizione che colpisce i piedi starebbe ad intimare di non proseguire lungo la strada del peccato e di inoltrarsi lungo quella del bene.Madonna dell'Arco

Diversi altri sono i riti devozionali cui si può assistere osservando i fedeli della Madonna dell'Arco. Durante la peste del 1656, che colpì la Campania provocando centinaia di migliaia di vittime, il Santuario fu luogo di ricovero e di cura. In quella occasione nacque la devozione di ungersi, in casi di malattia, con l'olio della lampada votiva che arde, giorno e notte, presso l'immagine della Madonna. L'antica devozione continua ancora oggi: molti fedeli offrono dell'olio che viene versato nella grande lampada di cristallo, dalla quale poi viene attinto e versato in fialette di vetro sigillate, distribuite a quanti ne fanno richiesta.

Nella parte posteriore del tempietto attuale che racchiude l'antica edicola campestre, in corrispondenza dell'immagine, vi è una lastra di marmo nero che ricorda quanto operò la Madonna dell'Arco in occasione dell'eruzione del Vesuvio del 1631. I fedeli sono soliti passare la mano o strofinare un fazzoletto sulla lastra di marmo nero, per poi toccarsi sulla fronte o su altre parti del proprio corpo o del bambino che portano in braccio. Spesso alcuni poggiano la fronte sul marmo: si vorrebbe toccare la Madonna dipinta dall'altra parte.

Un oggetto di pietà popolare caratteristico della Madonna dell'Arco è la cosiddetta ovatta, che risale agli inizi della sua storia: di tanto in tanto il dipinto, esposto alla polvere della strada pubblica e al fumo delle candele, veniva ripulito con della bambagia, che i fedeli conservavano portandola addosso o bruciandola in casa. Oggi, con un rito che si ripete ogni anno, il rettore sale sull'altare, apre il cristallo che protegge l'immagine e accosta al volto della Madonna grossi batuffoli di ovatta che, messi in bustine a fiocchetti, viene distribuita ai fedeli che ne fanno richiesta. Il grande pellegrinaggio del lunedì in Albis verso il Santuario è sempre accompagnato dalle tammurriate, che continuano per l'intera mattinata all'esterno della chiesa. In quel giorno si radunano a Sant'Anastasia le paranze delle varie zone in cui è diffusa tale espressione di musica popolare, per cui è possibile osservare i diversi stili di canto e di ballo sul tamburo. Non ci resta che sperare nel bel tempo per trascorrere una piacevole giornata di festa.

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LA POESIA DEL GIORNO (Mi è stata richiesta, ma anche se non l’avessero fatto…)

NEMMENO IL RULLO DEL RUSCELLO

Nemmeno il rullio del ruscello
che corre per raggiungere il mare
rompe il silenzio tanto caro a Pasternak.

Lo sguardo smarrito in questo verde
unifica il celeste del cielo con le cime dei pioppi
le cime tondeggianti delle colline
come seni di acerba fanciulla addormentata.

Non parlo, non canto, perché la gioia è spesso
senza canto. Mi lascio andare nel lago
meraviglioso dei tuoi occhi che lo rispecchiano
Il mio volto è irradiato dalla gioia incontenibile
che avvolge l’anima e le colline che baciano il sole.

Reno Bromuro (da Poesie sparse).

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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