1 giugno 1999
Condanne per gli imputati al processo
per l'uccisione di Marta Russo

Al processo per l'uccisione della studentessa Marta Russo, avvenuto all’università La Sapienza di Roma, dure condanne per gli imputati: dopo tredici mesi di processo, sette anni per omicidio colposo a Scattone, quattro anni per favoreggiamento a Ferraro. Assolti con formula piena tutti gli altri imputati.Marta Russo

SCENA 1°

Ferraro:

Ma sei davvero convinto che ciò che insegnamo ha un fondamento di verità?

Scattone:

Scherzi? Guarda, te l'assicuro: in mancanza di luogo, movente e arma, un delitto non può essere risolto. Te lo posso dimostrare: domani uso quella pistola giocattolo modificata e sparerò un proiettile nel viale, mandandolo a conficcare nel muro di fronte. Vedrai che gli inquirenti indagheranno e non capiranno nulla.

Ferraro:

Ma non sarà pericoloso?

Scattone
Stai tranquillo: sparerò dalla stanza 6; chiederò a Lipariota di coprirci…

Poi forse l'arma non precisa, oppure la scarsa mira, oppure la ragazza si è mossa all’improvviso, oppure un attimo di follia a cercare un bersaglio umano e non il muro, oppure chissà cosa. Quel proiettile ferisce mortalmente Marta Russo, 22 anni, studentessa di legge presso l’università La Sapienza di Roma. Erano le 11.40 del 9 maggio 1997. Marta morirà dopo 5 giorni di coma. Questa, più o meno, è la tesi dell'accusa.

Gli inquirenti sono disorientati per l'apparente mancanza di un movente. Marta conduceva una vita assolutamente normale in cui non c'erano oscuri intrecci che potevano portare a un delitto passionale o a vendette. Si pensa ad uno scambio di persona o ad un errore. La perizia balistica indica che il proiettile è partito dal primo piano dell’Università. Vengono perquisite le finestre del primo piano e nelle tende dell'aula 6 vengono rinvenute tracce di esplosivo. E' quella l'aula data in uso agli assistenti universitari. Si indaga sul corpo insegnanti e ci si trova a dover affrontare una feroce omertà che conduce, il 13 giugno 1997, all'arresto di Bruno Romano per favoreggiamento nei confronti di ignoti. Al docente viene contestata una serie di "attività di ostacolo alle indagini", cioè consigli e raccomandazioni rivolte ad altri testimoni affinché tacessero, o raccontassero in maniera diversa dalla realtà, quello di cui erano a conoscenza. La svolta delle indagini è stata quella di stabilire che in colpo è stato esploso dalla stanza numero 6. A questo punto, infatti, gli inquirenti hanno una serie di dati:

Marta Russo è stata ferita alle 11.42,ora emersa dal tabulato TIM che ha registrato la chiamata al 113 da parte di uno studente;

2° dal telefono della stanza 6 sono state fatte due telefonate dalla dottoressa Maria Chiara Lipari, una alle 11.44 e una alle 11.48, risultato dei tabulati TIM. La conclusione degli inquirenti è che Maria Chiara Lipari è l'assassino oppure ha visto l'assassino.

La Lipari viene interrogata e dichiara: "Ero appena entrata nella stanza per telefonare. Vi trovai tre persone, due uomini e una donna. Era avvertibile una forte tensione, svanita non appena uno dei due uomini è uscito. Le due persone rimaste nell'aula sono Francesco Liparota e Gabriella Alletto. La terza persona mi salutò di sfuggita, ma non sono in grado di riconoscerla".

Gli inquirenti si convincono che quello è l'assassino. Vengono sottoposti ad interrogatorio Liparota e la Alletto. Siamo al 15 giugno 1997. L'interrogatorio alla Alletto è violento, al limite della legalità. Inizialmente le donna nega, poi confessa: "Parlavo con Liparota quando udii un rumore cupo provenire dalla finestra: vidi Ferraro sconvolto portarsi le mani nei capelli e Scattone riporre la pistola nella sua valigetta. Dopo uscirono".

La sua testimonianza viene in un primo tempo confermata da Liparota, che però, il giorno dopo, smentisce. Liparota è amico dei due, si frequentano anche in ambito extra-lavorativo. Lasperanza fa arrestare i due e considera l'inchiesta conclusa.

La difesa ritiene che: "Sia Ferraro che Scattone negano di essersi trovati quel giorno a quell'ora nell’istituto e di conseguenza nella stanza numero 6. I residui trovati nelle tende della stanza 6 non sono di polvere da sparo bensì semplice inquinamento. Le indagini effettuate sugli indumenti degli imputati non dimostrano nulla perché la polvere da sparo rinvenuta può essere stata inavvertitamente lasciata dai poliziotti che eseguivano la perquisizione. La perizia balistica non indica la stanza 6 come quella da cui con certezza è stato esploso il colpo, bensì dice che la stanza 6 è compatibile con il ferimento al capo di Marta solo se questa stava assumendo una particolare posizione non naturale. La testimonianza dell'unica testimone dell'accusa è stata estorta dal PM; lo dimostra la videoregistrazione dell'interrogatorio.

 ***

RICORDIAMOLI

UGO CAPETO

Ugo Capeto, Re dei Franchi dal 987 al 996, progenitore della stirpe dei Capetingi. Nacque verso il 940 da una sorella di Ottone I e da Ugo il Grande, duca dei Franchi e di Borgogna, conte di Parigi, di Orleans e di Tours. Fu eletto re di Francia da un’assemblea di feudatari a Senlis, con l’appoggio del vescovo di Reims Adalberone. Ugo CapetoDopo aver catturato nel 989 Carlo duca della Bassa Lorena, legittimo erede dei Carolingi, lo tenne prigioniero fino alla morte, assicurando così al figlio Roberto il Pio la successione al trono francese.

Dante, che lo incontra nella quinta cornice del Purgatorio, dove si trovano le anime degli avari, riferisce la vicenda del re di Francia in modo alquanto difforme dalla versione accertata dagli storici: Ugo Capeto sarebbe stato il figlio di un ricco mercante di bestiame e sarebbe asceso al soglio regale in seguito all’estinzione della dinastia carolingia, il cui ultimo discendente aveva preferito il saio alla corona. La versione dantesca, che riprende una leggenda piuttosto diffusa nel XIII secolo, presentando il capostipite dei Capetingi nelle vesti di un usurpatore, risulta perfettamente congruente con la condanna, svolta attraverso le parole dello stesso Ugo, della casa regnante francese.

Con il trattato del 911 Rollone divenne vassallo del Re di Francia, al quale doveva aiuto e assistenza e dal quale riceveva protezione, e per testimoniare la sua buona fede sposò una principessa cristiana di ascendenza carolingia. Ma l'idillio tra Normanni e Franchi si spezzò alla morte di Guglielmo, figlio di Rollone, per la giovane età dell'erede Riccardo I che all'epoca aveva solo 10 anni. Il re Luigi IV e il potente Ugo, duca di Francia si divisero la Normandia.

Ma i normanni reagirono: Riccardo, fatto evadere da Laon e soccorso da Aroldo di Bayeux e dal capo vichingo Setric, riottenne i suoi territori nonostante l'aiuto portato a Luigi IV dallo stesso Ottone il Grande, imperatore del Sacro Romano Impero. Ristabilita l'autonomia Riccardo governò per 30 anni pacificamente alleandosi con il re capetingio Roberto il Pio.

Anche Roberto il Magnifico portò il suo aiuto al re Enrico di Francia e ottenne per questo il Vexin, nonché, più tardi, in procinto di partire per la Terra Santa, il riconoscimento del proprio figlio illegittimo Guglielmo quale erede del Ducato. Roberto, in effetti, morì a Nicea e la sua morte scatenò il disordine in Normandia. I signori normanni si affrettarono a contestare l'eredità di Guglielmo, ad approfittare della situazione per ingrandire i propri feudi, mentre Guglielmo si rifugiò presso Hellouin de Gonteville.

I signori normanni furono da questo momento in guerra con i vicini francesi, mentre Guglielmo passò al contrattacco sposando Matilde, figlia del conte di Fiandre, Baldovino V e nipote dello stesso re Enrico, nonostante l'opposizione di papa Leone IX. Con questo matrimonio Guglielmo ottenne l'appoggio del re di Francia e iniziò le operazioni militari riprendendo Domfort e Alençon, dando una svolta a suo favore alla guerra. Intanto nel 1051 Goffredo Martello, approfittando della morte del Conte del Maine, occupò Le Mans e poi Alençon e Domfort.

Guglielmo lo cacciò con l'aiuto del re di Francia ma tale alleanza cessò a partire dal 1052 quando il Re capetingio dovette cambiare atteggiamento, visto che il Maine con il matrimonio di Roberto II con l'erede di Bellême, entrava nell'orbita normanna, minacciando così gli interessi del regno di Francia. I rapporti tra la Normandia di Guglielmo e la Francia di Enrico I tornarono tesi e nel 1054 le truppe francesi, unitamente a quelle angioine, invasero la Normandia. Guglielmo sconfisse i francesi a Mortemer-sur-Eaulne, e dovette attendere il 1057 per sbaragliare gli Angioini a Varaville sulla Dives. Con la morte di Enrico I e di Goffredo Martello, fu possibile ristabilire rapporti cordiali la Normandia e la Francia: vennero ufficializzati con il trattato di Dreux nel 1060.

***

IL FATTO

UN POETA AL GIORNO: "ELIO FRANCESCONE"

Elio Francescone, è nato a Grottaglie. Ho sempre asserito che una liricità essenziale, emergente dalla più immediata adesione alla vita, è Poesia. Solo in questo caso il critico trova che nessuno dei termini usati ha perduto di vista l'altro. Si può, volendo, parlare di documento e perfino di referto, come asseriva Grisi che "un poeta per essere considerato tale è necessario che sia testimone e documento del proprio tempo", se poi aggiungiamo che dalle liriche di Francescone affiorano espressioni di grazia e levità mirabili, si avverte un calore percorrere il corpo caricandolo della vitale immediatezza che n’è conseguita. Affermava Ungaretti che "La morte si sconta vivendo": Cinque parole; ma quale frondosa apostrofe più potente potrebbe evocare a noi l'angoscia impietrita di un malato terminale, di un essere irrigidito sul baratro nell'attesa mortale? E c'è chi ha mirato a rappresentare in atto la profondità del processo vita-poesia: un travaglio, un’angoscia e uno strazio di tutto il suo spirito insoddisfatto, che nel significato di un solo vocabolo, nel valore di una lieve pausa si addensa e s’ingorga come in un disperato sforzo di liberazione. (Malato di Leucemia)

Intanto possiamo esplicitamente affermare, ciò che in queste testimonianze e nella loro variante, rimane più o meno sottinteso. Ad esempio, nel verso "Io non voglio che tu conosca l'autunno" non si decide all'espressione se non in estrema consapevolezza, anzi si avvia verso quel raffinamento lessicale al quale i più sarebbero contenti di giungere dopo molti sforzi. Questo allora merita particolare attenzione, perché pare che in Francescone si apra la coscienza critica, che gli si è rivelata direttamente, cioè attraverso la qualità stessa dell'opera. Insomma Francescone l’ha sentita innanzi tutto nei risultati; quasi in risposta alla domanda, altrimenti come spiegare il potenziamento di tanta immediatezza lirica? Infatti altri dati stanno soltanto in funzione di riprova. Riprova la rigorosissima idea che ha del lavoro poetico, il disprezzo in cui egli conseguentemente tiene riprova della sua tormentata incontentabilità.

E qui sul significato dell'approfondito rapporto vita-poesia, quale si ha nelle sue liriche, su quelle parole scavate con la più acuta consapevolezza, e la novità del suo timbro. Affermava Ungaretti che: "In momenti estremi il linguaggio è tutto buttato a perdere ogni sostegno descrittivo, e ogni finta; e, simbolo dell'uomo disgustato d'ornamenti, tale linguaggio, irritandosi in infinite sfumature, in infinite titubanze, annientandosi quasi, oggi già s'incide, guanto a efficacia, nella sostanza cruda". Il Francescone forse ha tenuto presenti nella memoria, proprio gli insegnamenti ungarettiani.

***

LA POESIA DEL GIORNO

TI AVEVANO MARCHIATA

Ti avevano marchiata come un armento
stuprata, violentata, seviziata, affamata:
senza più nulla di umano
ti avevano buttata sulla strada
come bestia immonda.

Ti aggiravi con le tue compagne vincendo
il fetore di Peonie su covoni di rifiuti in cerca
di qualcosa meno fomentata dai vermi
per sopravvivere un altro giorno.
Ma se ti vedeva un «nazista»
anche quello ti veniva negato.
Che cosa ho fatto in tua difesa quel giorno?
Ed ora? ...
Ora ho messo la mia penna al tuo servizio;
la mia fede per la libertà il mio cuore
per un mondo giusto l'anima mia
per un domani in cui l'uomo sia veramente
tale per onorare il tuo sacrificio ricordare
il tuo dolore per il trionfo della croce.

Reno Bromuro (Da Camminare cantando)

***

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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