19 settembre 1356
La battaglia di Poitiers

Erano passati dieci anni dalla battaglia di Crecy, Giovanni il Buono, succeduto al padre Filippo VI, somigliava sotto molti aspetti al suo predecessore: era coraggioso ma la sua inesperienza in materia d'affari e il suo spirito avventuroso lo trascinavano verso folli imprese.

Quando apprese che il principe Nero, cosi chiamato perché combatteva con un'armatura nera, aveva lasciato Bordeaux con 6000 uomini, gli si precipitò incontro. L'esercito francese contava più di 50000 uomini, con i più grandi nomi della cavalleria riuniti sotto 200 bandiere circa. Spaventato, il principe Nero si ritirò a Poitiers e si trincerò sull'altopiano di Maupertuis, circondato da folte siepi e da cespugli spinosi.

Il 19 settembre 1356, all'alba, la cavalleria francese imboccava lo stretto passo che conduceva al campo del principe. Ma fu costretta ad arretrare sotto una pioggia di frecce. La confusione era totale. I duchi di Normandia e di Orléans fuggirono. trascinando con sé interi battaglioni. Rimasto solo, Giovanni il Buono continuò a combattere, assalito da tutti i lati. Accanto a lui il giovane figlio Filippo lo avvertiva dei colpi che lo minacciavano: "Padre, guardatevi a destra!... Padre, attento a sinistra!..." mentre la terribile spada del re di Francia si abbatteva su tutti quelli che si avvicinavano...

A mezzogiorno tutto era finito: 8000 francesi erano morti, gli altri in fuga. Il re di Francia, ferito, sanguinante, si arrese con il figlio al principe Nero. Per la seconda volta in dieci anni la cavalleria francese era sconfitta dalla fanteria britannica.

 ***

È successo quel giorno:

1967:Apertura della 22° "Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il romeno Manescu è eletto presidente, primo delegato" d'un paese comunista a occupare questa carica.

 ***

RICORDIAMOLI

LA CRITICA SULA POESIA DI ALFONSO GATTO

Vi ho già parlato della vita e delle opere di Alfonso Gatto, però vorrei approfondire il pensiero sul suo mondo poetico con l’aiuto di alcuni poeti e critici che lo hanno letto e ammirato o odiato, adulato o inviato durante la vita, specialmente all’uscita di qualche nuova opera.

Scrisse lui stesso su "Corrente" il 30 aprile 1940: "Abbiamo tutti avuto paura di sbagliare: la poesia è stata ed è ancora solo un suggerimento di virtù, un gusto morale che è stranamente coinciso con una perduta libertà di uomini. Leopardi è stato chiamato da tutti, ma è rimasto ancora più malinconico alla finestra a parlare di sé, per trovare la sua poesia consunta e felice di queste parole. Noi siamo nella fretta di questo secolo oscuri simboli di un silenzio storico: non sapremo forse mai parlare di noi stessi e la poesia c’illude con la sua logica immaginosa, essa che fu sempre felicità di natura, anonima".

Eugenio Montale affermò nel 1933: "...il Gatto, come la maggior parte dei lirici d'oggi, è destinato a entrare nella poesia passando per la porta stretta".

Sandro Penna, nello stesso anno, quasi in risposta all’affermazione di Montale:

"In Gatto il surrealismo riesce invece ad un'espressione di superficie; e il sesso in lui — e tutta la sua pur viva sensualità — ha una funzione più innocente. Una levità barocca e angelica - direi quasi vetrosa - un'esilità flagrante e fragile ben contribuiscono alla nuova verginità d'ogni sua immagine... Questo suo stile ha già quelle caratteristiche che bastano a farlo augurare personalissimo. Si potrebbe andare alla ricerca minuta di quelle qualità toniche che più ricorrono nelle sue parole, cioè, che più egli adopera, ma istintivamente, proprio per quei determinati suoni che esse contengono: affilare, acciuffare, affrescare, rabbuffare, tuffare, ecc., per fare un esempio".

"... Abbiamo indicato i punti estremi della poesia di Gatto; - afferma Giuseppe De Roertis nel 1939 - tra un massimo di rapimento e un massimo di distensione, canto lieve o declamato o parlato; sempre però con un’inclinazione, una flessione al canto. Per Gatto, veramente, in prima è il canto; e il pregio della sua poesia è in questa obbedienza della cosa e del sentimento al suo segno. Basta che continui ad ascoltarsi cosi, che acquisti in vigore. E domani noi trascriveremo, in quell'antologia della lirica moderna che sognarne, più esempi del suo fortunato ingegno. Ancora noi potremo offrir la prova di come certe forme tradizionali acquistino valore e novità, solo che le resusciti l'estro d'un poeta vero".

Carlo Muscetta nel 1942 scriveva: "Per iniziarsi al "dolce surrealismo" di "Morto ai paesi" il libro più "difficile" di c, e indulgere alle autentiche oscurità (autentiche perché celano l'inespresso, e non simulano il niente da dire), giova riprendere tra mano il "Ritratto di Leopardi" (saggio pubblicato in "Circoli", nel 1935), che tra i saggi critici di Gatto, sempre acuti e intelligenti, è il più personale e interessato. In esso la poetica dell' idillio surreale si spiega tutta al lettore. Di qua dai fondisti imborghesiti in vari espedienti oratori, il nostro classicista di sinistra si riproponeva attraverso le esperienze sferzanti, sempre accolte e sempre eluse di Ungaretti e Montale, lo studio di un Leopardi, a lui già noto, ma in fondo integro e segreto".

Ungaretti nel 1955 ricorda: "Ci siamo incontrati tanti anni fa, a Napoli, ed era giovanissimo, ai suoi primi canti, e io un veterano già della poesia. E poi fummo ancora insieme tante altre volte, di nuovo a Napoli, e a Salerno, e a Roma, e a Milano. Sempre m'apparve il medesimo, com’è rimasto, con quel suo gesto improvviso, impetuoso e incantato, come se nel mondo non esistessero se non generoso sentimento e libere parole. Nessuna poesia è, più della sua, dorata, succulenta, e fragrante e naturale; nessuna è più della sua nutrita di sole... Ho avuto il piacere di presiedere la giuria che gli attribuì il Premio Saint-Vincent nel 1948 non era se non un piccolo riconoscimento al suo merito; ma fu occasione per me di leggere ad altri la sua poesia, e fu per me, quella pubblica lettura ad alta voce, un momento di rara commozione: sentivo nel leggerla, nel nutrirmene, che era davvero buona poesia. Come poteva, una poesia nata dal fuoco, non resistere alla prova del fuoco?"

Potrei andare avanti all’infinito ma lo spazio è tiranno come il tempo; però vi prometto che parleremo ancora di questo grande lirico del Sud, il quale oltre alla scrittura alternava il suo malinconico lirismo con la pittura, inserendo nei colori la bellezza della sua anima.

 ***

ANEDDOTO

PERSONAGGI PADULESI "GRAZIELLA"

Pur lottando con tutte le mie forze, il corpo di Graziala sebbene a sessantacinque anni, fremeva ancora di una passionalità che offuscava i pensieri, accelerava il battito cardiaco: sembrava d’impazzire.

Non ci volle molto perché capitolassi come un giovincello alle prime armi.

Mentre la passione ci travolgeva senza freni, udivo la voce di mio figlio che ripeteva come una cantilena: "Attento che non ti pompa più come una volta!" La voce rintronava nella mente come una campana stonata, ma non ci facevo caso.

Era quasi l’alba quando decisi di ritornare a casa, fu così che mentre camminavo senza guardare avanti, svoltando l'angolo della strada dove abito, per correre dietro ai pensieri, non mi sono accorto di una ragazza che veniva in senso opposto a passo spedito: ci siamo scontrati.

- Mi scusi. – Ha mormorato una voce armoniosa e intonata come uno Stradivario.

- Prego. E' colpa mia, cammino come un ubriaco.

- Ma lei?... – Dice la ragazza, con espressione ingenua. - Ma lei, non è…?

- Si. Com'è che mi conosce?

- Sono Maria Vanni, non si ricorda di me? Sono la figlia di Lucrezia Vanni. Mia madre ha recitato con lei e anch’io ho recitato con lei in "Sulla spiaggia"

- Si, sì. Ora ricordo! Tu?... Cioè lei… E' proprio vero che "'a femmena cresce comm'a gramegna!" (la donna cresce come la gramigna).

- Infatti! - Ride la fanciulla, continuando la strada in mia compagnia.

Domani vi parlerò di Maria Vanni.

 ***

LA POESIA DEL GIORNO

OCCHI CHE NON CAPIVANO

35
Son dieci giorni che mi porto appresso
tutta la ricchezza di mia madre
e a sera torno sempre più stanco;
mamma non vede più come una volta.

Cristina si è attaccata alla mammella
mamma sospira e munge con le mani
non ce la fa a ciucciare è deperita.

Il giorno appresso esco più deciso.

36
L'autunno quasi alle porte
indora la campagna e la vite
colma di grappoli m'invita.

Peppino per la mano e Nino
che ripete il ritornello: "agnà, agnà!"
mi addentro nella vigna che m'invita.

La sera abbiamo mangiato uva
uva e lupini.

Reno Bromuro (Da Poesie della Vita – Ursini Editore – Catanzaro 1991)

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

************************
L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

Torna all'indice

Reno Bromuro
reno.bromuro@elbasun.com

RECENSIONI

Home ElbaSun
www.elbasun.com - il sito del SOLE