19 febbraio 1992
Walter Pedullà nuovo presidente della RAI

Walter Pedullà, critico letterario nato a Siderno, Reggio Calabria, nel 1930. Allievo e poi assistente di Giacomo Debenedetti, critico e scrittore di Biella che trascorse la giovinezza a Torino dove con Somi e Gromo, e fondò la rivista Primo tempo. La sua opera, tra le più originali della critica contemporanea, è raccolta in tre serie di Saggi critici nel 1929, 1945, e 1959, in Intermezzo del 1963 e in numerosi scritti apparsi postumi, tra i quali Il romanzo del Novecento,1971 e Poesia italiana del Novecento del 1974. Walter PedullàLa passione e la sperimentazione critica del saggista si offrono in una sintesi profondamente avvincente anche nella sua opera di narratore.

Pedullà è autore di un'ampia produzione saggistica: oltre alle monografie dedicate a Savinio Palazzeschi, Svevo, Gadda. Savinio pseudonimo del pittore, scrittore e musicista Andrea de Chirico, il quale dopo gli studi musicali ad Atene e a Monaco di Baviera, dove si perfezionò con Reger, soggiornò lungamente a Parigi, e qui fu attratto dalla letteratura; le sue prime esperienze in questo campo ebbero la consacrazione di Apollinaire con la pubblicazione dei Chants de la mi-mort nelle Soirées de Paris nel 1914. Dall'inizio della prima guerra mondiale al 1926 fu attivo in Italia, collaborando a La Voce e a La Ronda e partecipando, sulle orme del fratello Giorgio, alla teorizzazione della pittura metafisica con intelligenti interventi critici.

Di Pedullà ricordo alcuni importanti saggi sulla contemporaneità come La letteratura del benessere del 1968, La rivoluzione della letteratura del 1970, Il morbo di Basedow ovvero dell'avanguardia del 1975, Miti, finzioni e buone maniere di fine millennio del 1983, Le caramelle di Musil del 1992 e Le armi del comico del 2001 e quello che mi disse per telefono, quando era all’Avanti,nel 1975 sulla mia poesia di Occhi che non capivano. Forese se non avesse elogiato quella poesia, oggi non sarei qui a parlare con voi, anche i suoi suggerimenti mi hanno forgiato. Per la sua fama di Critico fu nominato Presidente della RAI e vi rimase due anni dal 1992 al 1993, professore di letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università La Sapienza di Roma, collaboratore di quotidiani e riviste, Pedullà ha diretto con Nino Borsellino la Storia della Letteratura Italiana per l'editore Rizzoli. Nel 1994 ha scritto il pamphlet polemico Sappia la sinistra quello che fa la destra.

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RICORDIAMOLI

ALDO PALAZZESCHI

Aldo Palazzeschi, pseudonimo dello scrittore fiorentino Aldo Giurlani, nato nel 1885, morto a Roma nel 1974. Il suo esordio di poeta avvenne nel 1905 con I cavalli bianchi, a cui seguirono Lanterna e Poemi. Palazzeschi aveva aderito al futurismo e questi suoi primi libri sono una riprova della sua simpatia per il movimento marinettiano, come lo fu la sua collaborazione alle riviste Poesia e Lacerba e l'adesione al manifesto futurista del 1909. In realtà, Palazzeschi si distaccò ben presto dal futurismo, del quale aveva assimilato soltanto alcune formule esteriori, già da quando nel 1914 aveva iniziato la collaborazione a La Voce. Aldo PalazzeschiL'apporto di Palazzeschi al movimento fu superiore, al nutrimento che egli ne trasse, proprio perché era nato per esser libero e per tutta la sua lunga vita di scrittore evitò sempre di lasciarsi coinvolgere in programmi letterari che avrebbero finito per legare la sua ricca personalità. Si servì nella sua poesia dei moduli crepuscolari, della terminologia romantico-sentimentale proprio per dare il colpo di grazia a questa tradizione: una lingua, afferma Gene Pampaloni che: "per certi aspetti ancora più nuova di quella di Ungaretti: povera, disarticolata, che passa con estrema libertà dal volutamente banale al non-sense, dal reale al surreale".

Del 1910 è la raccolta di poesie L'incendiario e del 1911 il romanzo-favola Il codice di Perelà, un libro polemico che voleva manifestare, sia pure in chiave parodistica, la crisi dei valori propria del tempo. Dopo un lungo silenzio interrotto da La piramide e dal mediocre Due imperi mancati, comincia a manifestarsi la produzione più felice del Palazzeschi narratore, che torna a forme più tradizionali con Stampe dell’Ottocento del 1932, evidente preparazione, in chiave elegiaca, de Le sorelle Materassi romanzo pubblicato nel 1934. Ambientato nei primi decenni del Novecento, si può considerare una prosecuzione delle Stampe dell’Ottocento, già menzionate; al secolo passato appartengono infatti idealmente le protagoniste, due sorelle ricamatrici nella cui vita ordinata e tranquilla irrompe Remo, il giovane nipote, e con lui penetra la furia dissolvitrice e iconoclasta dei nuovi tempi. Incarnazione del mito della giovinezza, fanatico dei motori, sperpera nel giro di breve tempo i risparmi accumulati dalle zie in lunghi anni di lavoro; ma, anche se ridotte alla miseria, le sorelle Materassi possono ricordare di aver assaporato, grazie al nipote, i piaceri di una vita diversa.

Nell'esperienza delle due zitelle che si liberano dai pregiudizi e dalle convenzioni ritorna, in chiave comico-sentimentale, l'impeto "incendiario" della fase futurista di Palazzeschi. Le sorelle Materassi è considerato il suo capolavoro, per l’alta testimonianza della sua vocazione di narratore, di umorista pungente e fantasioso, e de Il palio dei buffi raccolta di racconti, uno dei grandi libri di Palazzesci, in cui una profonda umanità si congiunge a una forte vena satirica. Nel protagonista de I fratelli Cuccoli tratteggia una specie di autoritratto in cui lo slancio del vecchio protagonista è carico di entusiasmo e di amore, in un empito ottimistico che va oltre la stessa inesperta fiducia dei giovani. Dopo Roma, c'è la prodigiosa girandola degli ultimi anni: Il buffo integrale, dove le situazioni grottesche s'intrecciano in un gioco spericolato, ricco di umori; Il doge, che è l'omaggio alla sua incantata Venezia; Stefanino, il cui protagonista è un "buffo" che rovescia i rapporti tra gli innocui mostri fisiologici e i veri mostri che si annidano nella vita normale dei benpensanti; due volumi di versi Cuor mio e Via delle cento stelle e infine la fresca ed estrosa Storia di un'amicizia del 1971. Altre opere sono state interrotte dalla morte e lo mostrano ancora nuovo,stimolato e ringiovanito dagli esperimenti dei giovani contestatori della neoavanguardia. Nel 1978 è apparso, a cura di Prestigiacomo, il Carteggio: note, appunti, corrispondenze tra Palazzeschi e Marinetti.

Bibliografia

G. Pullini, Palazzeschi, Milano, 1965; G. Spagnoletti, Palazzeschi, Milano, 1971; F. P. Memmo, Invito alla lettura di Palazzeschi, Milano, 1976; G. Guglielmi, L'udienza del poeta. Saggi su Palazzeschi e il futurismo, Torino, 1979.

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IL FATTO

UGO NICOLO’ FOSCOLO 3

L'esilio in Inghilterra

Nell'inverno del 1813, dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, Foscolo tornò a Milano, dove ben presto fecero ritorno gli Asburgo. Gli austriaci gli offrirono la direzione del periodico che poi sarebbe stato la "Biblioteca italiana", aperto ai contributi della cultura italiana. Ugo Nicolò FoscoloEgli si dimostrò interessato al progetto, ma al momento di prestare giuramento, il 30 marzo 1815, fuggì in Svizzera. Ricercato dalla polizia, fu costretto a nascondersi, finché nel settembre del 1816 decise di trasferirsi in Inghilterra.

A Londra fu accolto dagli ambienti intellettuali con grande stima, presto incrinata da tenaci inimicizie, specie con altri esuli italiani. I primi anni del soggiorno inglese furono abbastanza creativi: tornò a lavorare alle Grazie, riprese a tradurre l'Iliade, impostò il progetto di un testo satirico intitolato Lettere dall'Inghilterra, di cui sistemò la parte nota come Gazzettino del bel mondo. Scrisse anche numerosi saggi: Saggio sulla letteratura contemporanea in Italia; Saggio sul Petrarca; Discorso sul testo della Divina Commedia; Discorso storico sul testo del Decamerone. Nel 1824/25 per difendersi dalle critiche stese una Lettera apologetica, in cui esponeva le sue scelte di uomo e intellettuale.

Gli ultimi anni del poeta furono difficili e umilianti: oberato di debiti, per operazioni sconsiderate come la costruzione di una villa, venne soccorso con grande generosità dalla figlia, che gli mise a disposizione l'intera eredità materna, e dall'amica senese Quirina Mocenni Magiotti. Non riuscì però a evitare il carcere e l'angoscia di vivere sotto falso nome per sfuggire ai creditori. In miseria e malato d'idropisia, si ritirò nel villaggio di Turnham Green presso Londra, dove morì il 10 settembre 1827. Nel 1871 le sue ceneri furono traslate in Italia e sepolte nella chiesa di Santa Croce a Firenze, la chiesa dei Sepolcri.

L'opera di Foscolo nasce su un nucleo di riflessioni relative alla fugacità del tempo e all'eternità della morte. Da esse traggono origine due filoni tematici strettamente intrecciati tra loro. Il primo è costituito dalla costante tendenza dello scrittore a offrire un autoritratto ideale da trasmettere ai posteri. Ne sono testimonianza diversi sonetti, tra i quali Non son chi fui..., Solcata ho fronte... e con taglio differente Alla sera e In morte del fratello Giovanni, ma soprattutto le due opere in prosa Ultime lettere di Jacopo Ortis e Notizia intorno a Didimo Chierico.

Nel romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis, Jacopo, fuggito da Venezia sui Colli Euganei dopo il trattato di Campoformio, vi incontra Teresa, di cui s'innamora perdutamente. Ma essa è fidanzata al ricco Odoardo; così Jacopo se ne va senza meta, meditando sulle sventure dell'Italia sottomessa allo straniero. Quando torna da Teresa, ormai sposata, le vede in volto l'amarezza di una vita priva d'amore; allora, persa ogni speranza, si uccide. I riferimenti autobiografici a situazioni e sentimenti dei suoi anni giovanili sono evidenti, sia pure rivissuti e idealizzati con un atteggiamento eroico. Le Ultime lettere sono anche il prodotto, complesso e moderno, della letteratura europea dell'epoca e hanno un illustre riferimento nei Dolori del giovane Werther di Goethe.

Nella Notizia intorno a Didimo Chierico, invece, Foscolo si rappresenta sotto l'ironica immagine di Didimo, che ha trovato un equilibrio interiore accettando con saggezza le disillusioni della vita.

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LA POESIA DEL GIORNO

FREDDA NOTTE D’AMORE

Fredda notte d’amore per chi
nato da una rondine e un gabbiano
vive tra grattacieli di plastica.
Un ascensore rosso,
come il sole al tramonto,
lo porta al terzo piano
dove vive dolore d’infante.
Occhi di carbone acceso
capelli di corvo, bambina
sognava altalene, bambole,
orsacchiotti di peluche
ormai morti nel tempo
e non sapeva; ma lui si
e piangeva senza lacrime:
poche ore lo separavano dal nulla.
Piango perché la sua andata
somiglia alla partenza del mio amore
quest’amore che somigliava alla vita
come il sole al giorno.

Reno Bromuro (da «Il vaso di cristallo»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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