19 dicembre 1861
Italo Svevo

II 19 dicembre 1861 nasceva a Trieste Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz.

Compi gli studi medi in Baviera, e tornato a Trieste a diciotto anni si iscrisse all'Istituto superiore di commercio, ma a causa delle peggiorate condizioni economiche dei genitori dovette impiegarsi nel 1880 in una banca dove lavorò per quasi vent'anni.Italo Svevo

Nel frattempo si dedicò alla sua formazione letteraria, leggendo i classici tedeschi e i grandi narratori francesi dell'Ottocento: Balzac, Flaubert, Maupassant.

Nel 1892 pubblicò il suo primo romanzo: Una vita. Il romanzo passò inosservato. Anche il suo secondo romanzo Senilità apparso nel 1896 non fu accolto in maniera diversa: poco letto e non valutato dalla critica. Svevo tacque allora per un ventennio. Si dedicò all'azienda di vernici marine che possedeva a Trieste. Intanto nel 1905 conobbe il grande scrittore irlandese James Joyce che insegnava inglese a Trieste e tra i due nacque una profonda amicizia.

L'isolamento cui lo costrinse la prima guerra mondiale lo riportò alla letteratura e scrisse allora il suo maggior romanzo. La coscienza di Zeno che apparve nel 1923. Ma dovettero trascorrere alcuni anni prima che Svevo acquistasse la notorietà; ciò avvenne grazie all'attenzione e all'interesse che suscitò in alcuni rappresentanti della letteratura europea, tra cui James Joyce, il critico francese Benjamin Crémieux, e, in Italia, il poeta Eugenio Montale. Da allora la sua fama crebbe tanto che egli divenne il simbolo della nuova letteratura e fu riconosciuto tra i creatori del romanzo moderno italiano.

Svevo morì nel 1928 in un incidente automobilistico.

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E’ SUCCESSO QUEL GIORNO:

1941: I "maiali" forzano il porto di Alessandria e vi affondano le corazzate inglesi Valiant, Queen Elisabeth e la petroliera fervis.

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RICORDIAMOLI

BRUNO VILAR: L'UOMO - IL POETA
tra i giovani poeti apparsi negli anni Settanta, ha tracciato una sua strada e costruito un suo mondo.

Il 28 giugno 1978, aveva 36 anni 3 mesi e 25 giorni quando, forse per un colpo di sonno, l'auto su cui viaggiavano lui, Bruno Vilar e sua moglie Paola Borboni, rubò la vita a lui e rese invalida la donna che gli aveva ispirato i più bei versi d'amore:

"Nei tuoi occhi
- come allora -
biancheggia la luna
ma non sono più gli stessi
Quante notti
sotto questo cielo infinito
ho stretto la tua anima selvaggia"

Si erano incontrati "per l'infinito spazio del cuore", lei sola con i personaggi che l'hanno resa celebre, lui, un Uomo complesso, difficile, introverso, oscuro, inafferrabile; ma capace di caricare i suoi versi di una forza intensa, "a volte, angosciosamente sofferta", in cui i rapporti si mitizzano come espressioni bibliche. I rapporti con l'amore, con le persone care, si caricano di suggestioni religiose in cui la pregnanza poetica si eleva a vera preghiera, mentre dalla musica dei versi si leva il grido angoscioso di un Uomo che chiede solo amore, che vuole donare amore. Durante questo processo interiore, il cui discorso viene rigorosamente mantenuto sotto il controllo stilistico e la coscienza si apriva alla realtà, incontrò la donna che lo avrebbe capito, compreso, amato come Lui voleva essere amato; come Lui intendeva l'amore: nuovo e vero ogni giorno "per non morire inutilmente". Un amore che è diventato eterno, nel ricordo di Lui in lei, "finché essa stessa vivrà" e negli altri, attraverso la Sua Poesia.

Le radio libere di tutta Italia, da Milano alla Sicilia, se lo contendevano, e Lui era felice di correre, di essere lì, davanti al microfono, non per "gigionismo" ma per altruismo, puro altruismo. Noi lo ricordiamo a Radio Anna, dai cui microfoni, oltre alle sue poesie, donava tutto se stesso; aveva una parola d'amore per tutti, una parola di sollievo per tutti i sofferenti, una parola di amicizia per tutte le persone sole. Il suo dettato di Amore Evangelico non finiva quando lasciava i microfoni ma continuava anche da casa.

Era sempre disponibile, in ogni ora del giorno. Negli ultimi tempi della Sua vita terrena, aveva preso l'abitudine di incontrare i suoi ascoltatori (era il momento del boom delle radio libere), almeno due volte al mese, organizzando simposi durante i quali si facevano conoscenze, e persone sole, per merito Suo, non lo erano più. La parte più bella di quest'Uomo, era proprio chiusa in questo Suo atteggiamento.

La Sua eredità continua tuttora, ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Nessuno dei conduttori che oggi siede davanti ad un microfono ha la Sua umanità, anche se si "picca" di scrivere versi (che poi risultano essere stati scopiazzati - meglio dire rubati - a questo o quel poeta celebre).

Il Poeta
"Era tempo di guerra il 3 marzo 1942
allora nascevo a Gravellona Toce
in provincia di Novara..."

La pregnanza poetica dei versi di Bruno Vilar, anche se ricorda quella religiosità mediterranea delle poesie di Alvaro è molto più vicina nella forma - versi smozzati, tagliati e pungenti - a Federico Garcia Lorca con il quale si sente una unione spirituale, non solo, ma anche la comunione della esaltazione panica: la paura della morte.

La vena poetica che sgorga dai versi è permeata di dolore, di gioia, tormento; è autentica poesia perchè si avvertono tutte le ansie comprese le gioie della giovinezza. Vi è la policromia delle sensazioni trasfigurate in forma poetica, non scevra di squisita sensibilità. Dice Carlo Terron: "E' un Uomo del nostro tempo che - non assume atteggiamenti da intellettuale ribelle - vive credendo in una futura migliore società".

Fonte dell'ispirazione è l'amore; quell'amore che Lui sentiva urgergli dentro, con tutta la forza accumulata dall'esperienza. Una esperienza carica di umanità, e perché era autodidatta e per l'attività di attore e per quella di conduttore di colloqui con gli uomini, attraverso i microfoni.

La voce poetica di Bruno Vilar è voce autentica perché è, prima di ogni altra cosa, voce intima che diviene canto aperto, a pieni polmoni, in quanto diventa poesia. Ha detto Montale di lui che: "ha sensibilità e predisposizione alla poesia e che deve, però anche maturare". Molti poeti, oggi, cercano di imbrogliare le carte a furia di morfemi e stilemi per rendersi molto importanti. Vilar, invece, è chiaro e stringato, il suo stile è dinamico e nervoso, ecco perché, abbiamo detto che avverte molto la vicinanza di Garcia Lorca. Ma a differenza di Lorca, lui risolve le sue composizioni, per lo più, in pochi versi, e dice benissimo ciò che vuole trasmetterci.

La sua prima opera Solo nella sera veniva presentata al pubblico con un brano tratto da Questo è il prologo di Garcia Lorca.

Ha detto di Lui, Davide Lojola: "...è Poeta che ha il cuore pieno di sentimenti e di aspirazioni, li scrive in poesia come se gli bruciassero sulle labbra" e Vittorio G. Rossi: "se la poesia non arriva ai bambini, non è poesia. Ho letto con molto piacere i suoi versi giovani e lisci, senza giochi di parole come s'usa fare adesso". Mentre il francese Jean Pierre Jouvet, scriveva compiaciuto: "L'Estate brucia la malinconia (la seconda opera di Bruno Vilar) è una lirica che non concede nulla al compiacimento: severa, talvolta persino spietata, al di là della sua raffinata seduzione".

Queste poche righe di critica nei confronti della poesia di Bruno Vilar ci dicono che essa è veramente - come afferma Giuseppe Piccoli - "alla portata delle piazze, delle strade, dei negozi. E' poesia che tocca i problemi umani senza retorica, senza polemica, egli scrive le sue poesie come epistole senza destinatario, cronaca del rendiconto, informazione di emozioni e di ispirazioni, sorvegliato documento della vita dei miseri, dei solitari; pieno di quel riguardo e di quella pietà per la vità".

Emozionati non possiamo che dire: "Grazie Bruno, di essere stato, di averci lasciato un tesoro immenso".

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IL FATTO

LA SECONDA RIVOLUZIONE INGLESE

La seconda rivulsione inglese è nota come "gloriosa rivoluzione", poiché avvenne in modo sostanzialmente pacifico, tranne che in Irlanda. Si svolse nel 1688/89 e si concluse con la cacciata della dinastia degli Stuart.

Le sue cause furono più religiose che politiche e si riassumono nel tentativo del re cattolico Giacomo Secondo Stuart di concedere piena libertà civile e politica ai suoi correligionari con l'emanazione dell’aprile 1687, di una "dichiarazione d'indulgenza".

La nascita di un erede maschio cattolico nel giugno 1688 indusse i parlamentari ad accordarsi e ad appellarsi allo statolder d'Olanda e campione del protestantesimo Guglielmo d'Orange, marito di Maria Stuart, figlia protestante di Giacomo Secondo nata da un precedente matrimonio, offrendogli la corona.

Guglielmo sbarcò a Torbay il cinque novembre, e mentre Giacomo Secondo abbandonato da gran parte dell'esercito riparava in Francia, il 13 febbraio 1689 venne proclamato dal parlamento sovrano come Guglielmo Terzo congiuntamente alla moglie Maria, dopo aver sottoscritto la "Dichiarazione dei diritti", nel quale riconosceva il carattere contrattuale del suo potere e apriva la strada alla supremazia del parlamento sulla corona. In Irlanda i cattolici formarono un esercito a sostegno di Giacomo ma furono sconfitti sul fiume Boyne nel 1690 e ad Aughrim nel 1691.

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LA POESIA DEL GIORNO

COME IL CONTADINO LA TERRA

Come il contadino la terra
hai arato nel mio cuore.

Aratro le tue carezze incerte
nell'anima hai seminato col sorriso.

Hai raccolto tutto il mio bene!
Come nave in Oceano navighi nel cervello
e come mare in tempesta è la mia memoria.

Come albero di maestra in cerca di Gabbiani
aspetto il sole: i tuoi puri occhi caldi.
Mano paffuta in tenera carezza sul volto
le labbra mormorano conforto,
esorta la voce: "Non avere male, alzati!"

Il male d'incanto passa
mentre ti stringo forte forte a me!
"Parliamo, andiamo a spasso".
Mi porti per mano come mio padre
nei timori dell'infanzia, a vedere
le luci della città e le stelle
che si stringono la mano. Esclami:
"Gli uomini no, perché?"
E t'addormenti singhiozzando.

Reno Bromuro

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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