19 agosto 1913
Pégoud si lancia col paracadute

Benché l'invenzione del paracadute pare risalga a Leonardo da Vinci, e nonostante nel XVI secolo Garnerin l'avesse utilizzato parecchie volte per lanciarsi da un pallone, nessuno fino al 1913 s'era ancora azzardato a lanciarsi da un aeroplano, sospeso ad un semplice pezzo di tela. Il 19 agosto 1913 il pilota francese Adolphe Pégoud decise di tentare l'esperimento, allo scopo di dimostrare che il paracadute avrebbe potuto servire al salvataggio degli aviatori in pericolo. Con un piccolo aereo, il pilota sali fino a 300 metri d'altezza e si lanciò nel vuoto. Dopo un momento che a lui parve eterno, il paracadute s'apre e la discesa si compì dolcemente. Però, al momento del lancio, Pégoud s'era dimenticato di fermare il motore dell'aereo che, trascinato in una corsa folle, continuò a girargli intorno, scendendo in picchiata, capovolgendosi, riprendendo quota, rasentando il paracadute con il rischio d'agganciarlo. Infine l'aereo s'abbattè su un campo. Pégoud toccò il suolo sano e salvo: l'aveva scampata bella. In seguito, ai comandi di un altro apparecchio, l'aviatore imitò le evoluzioni che aveva visto compiere dall'aereo abbandonato a se stesso e inventò cosi anche il volo acrobatico. Pégoud rimase ucciso in combattimento aereo durante la guerra del 1915, all'età di ventisei anni.

È successo quel giorno:

1942: Gli inglesi e i canadesi tentano Io sbarco a Dieppe. allo scopo di saggiare l'efficienza della difesa tedesca sulla costa francese.

RICORDIAMOLI

ELEONORA DUSE

Eleonora Duse attrice drammatica nacque a Vigevano il 3 ottobre 1858, morì a Pittsburgh il 5 aprile 1924. Figlia d'arte, è stata la massima attrice italiana d’ogni tempo. Esordì in teatro a soli quattro anni, interpretando Cosetta nei Miserabili e condusse un'infanzia faticosa e infelice. Si rivelò a quattordici anni come Giulietta all'Arena di Verona, colse il primo successo a diciannove nei Fourchambault di Augier ai Fiorentini di Napoli, giunse al primo gran trionfo a ventidue anni con La principessa di Bagdad di Dumas figlio, del quale interpretò successivamente, con arte inimitabile, Margherita nella Signora dalle camelie. Allargò ben presto il suo repertorio a Zola, Verga, Shakespeare, Goldoni, Praga e Giacosa; contemporaneamente la sua fama, alimentata dalla risonanza di una fervida vita sentimentale che la vide legata a Martino Cafiero, a Tebaldo Checchi, sposato nel 1881, a Flavio Andò e a Gabriele D'Annunzio, si esaltò nei trionfi dell'ultimo decennio del secolo sui palcoscenici di tutta Europa. La sua ansia di rinnovamento e di approfondimento, stimolata anche dalla conoscenza di Arrigo Boito, che la indirizzò a testi di più alto significato poetico, trovò soddisfazione nell'ambito dell'estetismo decadente, che la portò a essere l'appassionata protagonista del teatro dannunziano, dal Sogno di un mattino di primavera del 1897, a La Gioconda del 1899, da La città morta del 1901 a Francesca da Rimini del 1902. La figlia di Jorio, scritta per lei e affidata a Irma Gramatica, segnò la fine dell'amicizia con D'Annunzio e dal 1904 al 1909 la Duse rinnovò il proprio repertorio facendosi interprete – anche in numerose tournées – del teatro di Ibsen Casa di bambola, da lei già imposto nel 1892; Hedda Gabler, La donna del mare e di Maeterlinck Monna Vanna, collaborando con innovatori della scena quali Gordon Craig e Lugné-Poe e imponendosi uno stile di recitazione che l'avvicinava alle esperienze di Copeau e di Stanislavskij. Dopo un ritiro di dodici anni, durante il quale aveva interpretato il suo unico film Cenere, nel 1916, di Mari, dal romanzo di Grazia Deledda, nel 1921 si ripresentò sulle scene, facendosi ammirare per una modernissima essenzialità di mezzi espressivi, ancora La donna del mare, La città morta, Spettri, La porta chiusa di Praga e Così sia di Gallarati Scotti. Riscoperta dalla giovane critica: D'Amico e Gobetti, riprese il suo appassionato e trionfale pellegrinaggio fino alla morte. La sua salma fu traslata nel cimitero di Asolo.

Bibliografia
O. Signorelli, Vita di Eleonora Duse, Bologna, 1962; L. Ridenti, La Duse minore, Roma, 1966; C. Fusero, Eleonora Duse, Milano, 1971.

L’ANEDDOTO

PERSONAGGI PADULESI «ROSA»

Ieri spulciando tra le cose che sto mettendo in ordine, mi sono capitati tra le mani gli appunti del 1949: che anno il 1949! Che anno, ragazzi! Ci sono stati matrimoni di divi di Hollywood: Rita Hayworth, Ingrid, Bergan e quello sontuoso, nella Chiesa di Santa Francesca Romana, di Tyron Power e Linda Christian; la doppietta di Fausto Coppi (Giro e Tour); il successo di Riso amaro di De Santis in cui il realismo si fonde col romanzo popolare e la tragedia più grande che il mondo dello sport ricordi: la squadra del Torino di ritorno dal Portogallo, dove ha disputato un partita amichevole perduta per 4 a 3, perisce perché l’aereo che trasportava gli atleti e alcuni giornalisti del seguito, si schianta sulla collina di Superga. Avevo già lasciato Paduli, per sempre e da poco avevo iniziato il lavoro indipendente di sarto in proprio (grazie ad ex sarto che mi cedette la stanza del laboratorio); andai a far visita al mio ex principale, sapendolo sportivo sfegatato e accanito tifoso del Napoli, per sentire quali erano i suoi pensieri sulla tragedia.

Parlava di Mazzola di Maroso, dei Ballarin e di Bacigalupo (che lui chiamava «saracinesca») e piangeva forte, singhiozzava come un neonato che è stanco di piangere per la fame. Ero andato per sentire parole di conforto, invece mi trovai a diventare da consolante consolatore.

Rimasi con lui tutto il giorno. A sera una ragazza dai capelli corvini passava e ripassava davanti al laboratorio e il principale, forse per spezzare la tristezza che ci avvolgeva sempre più, disse con un sorriso sornione: «Quella ragazza passa per te.» Per me? Domandai stralunato, non la conosco. Dopo un secondo vidi cadermi sulle gambe una rosa, afferrai la rosa e scappai fuori per inseguirla. Quando la raggiunsi la riconobbi era Rosa D, di Paduli che con candore disse:

«A Paduli m’ignoravi, adesso voglio vedere se lo ripeti anche qui».
No, non la ignorai..

LA POESIA DEL GIORNO

ARCHETTI SEICENTESCHI

Archetti seicenteschi fanno sponda al fiume
tu corri raggiante e gridi, senza accorgerti,
come una bambina che ha scoperto la luna.

Nei tuoi occhi vedo gli archetti
che fanno sponda al fiume meno
irruente di questo sentimento
che mi grida dentro e sono colmo.

Tutto è in me dalle tue pupille
raggio di sole che riscaldi la vita.

Reno Bromuro (da Musica bruciata)

Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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