18 marzo 1978
Le Brigate rosse rivendicano il sequestro
di Moro e l'eccidio della sua scorta
Le Brigate rosse rivendicano il sequestro di
Moro e l'eccidio della sua scorta. Annunciano
un processo a carico del prigioniero, ritenuto
"il gerarca più autorevole, il teorico, lo
stratega indiscusso" della
"controrivoluzione imperialista di cui la DC è
stata artefice".
Le BR era un gruppo clandestino terroristico sorto nel 1969 da una frangia estrema del Movimento Studentesco del 1968, delusa per il mancato sbocco rivoluzionario della protesta giovanile. Al loro esordio le Brigate Rosse si caratterizzavano per una virulenta campagna propagandistica indirizzata contro ogni ipotesi riformistica, intesa come cedimento allo Stato borghese. Più tardi, però, il tipo di lotta si fece più violento sul piano concreto, mirando a distruggere alcune strutture produttive del sistema economico capitalistico, con attentati e sabotaggi alle fabbriche avvenuti tra il 1972 e il 1973.
Successivamente sono passate a colpire oltre alle istituzioni anche le persone che in qualche modo le rappresentavano, cioè alcuni dirigenti di grandi complessi industriali, rapiti e sottoposti a umilianti "processi popolari".
La fase
più violenta dell'attività terroristica si è
aperta nel 1974, quando individuarono in
magistrati, capi della polizia, giornalisti e
militanti politici o sindacali gli obiettivi
primari delle loro azioni criminose, finanziate
spesso con denaro proveniente da rapine e
sequestri di persona. Dai rapimenti e dai
ferimenti a scopo intimidatorio passarono
all'esecuzione di agguati e attentati culminati,
il 16 marzo 1978, nel rapimento a Roma
dell'onorevole Aldo Moro, assassinato il 9
maggio successivo, e nell'uccisione dei cinque
uomini della sua scorta.
Quest'ultimo delitto segnò per più aspetti una svolta nella vicenda del gruppo e, in particolare, della lotta condotta dalle forze politiche e dagli apparati dello Stato contro la loro attività terroristica.
Da una parte, infatti, proseguivano gli attentati contro le persone, dalle BR e da diversi gruppi collaterali, "Nuclei combattenti per il comunismo", "Proletari armati per il comunismo", "Fronte popolare comunista armato", "Prima linea" e altre formazioni del genere.
D'altra parte, mentre la repressione del
terrorismo si veniva intensificando grazie anche
alla collaborazione offerta in questo senso da
brigatisti dissociatisi dall'organizzazione, le
forze politiche parlamentari, poste di fronte
all'alternativa tra un intransigente rifiuto di
"trattare" con gli esponenti del
movimento
terroristico e il tentativo di sottrarre
alla morte le persone rapite, non riuscirono a
raggiungere su questo problema una posizione
unanime.
Ad approfondire il dissidio tra i partiti e tra gli organi di stampa su quest'ultima questione sembrò soprattutto diretto il rapimento del magistrato Giovanni d'Urso avvenuto il 12 dicembre 1980, poi rilasciato il 15 gennaio 1981.
Dopo il clamoroso sequestro del generale statunitense Dozier nel 1981, l'azione violenta delle Brigate Rosse ha subito fra il 1982 e il 1984 una battuta d'arresto.
D'altra parte, le rivendicazioni da parte delle Brigate Rosse degli omicidi di Tarantelli, consulente della C.I.S.L. nel marzo 1985, di Ruffilli, senatore della DC, nell'aprile 1988. I delitti di D'Antona, consulente del ministro del Lavoro, nel maggio 1999 e di Biagi anch'egli consulente del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, nel marzo 2002, hanno mostrato, nonostante i periodi di regressione, l'esistenza di una continuità del fenomeno.
***
RICORDIAMOLIALDO MORO
Aldo Moro era nato a Maglie nel 1916.
Professore ordinario di diritto e di procedura
penale all'Università di Roma, dal 1932 al 1942 fu
presidente della F.U.C.I. e poi del
Movimento Laureati Cattolici, e membro del
Parlamento dalla Costituente nel
1946. Sottosegretario agli Esteri nel Quinto
ministero De Ga
speri e ministro della
Giustizia con Segni, resse il dicastero
della Pubblica Istruzione nei
governi Zoli e Fanfani.
Nominato segretario della Democrazia Cristiana. Secondo le indicazioni contenute nell'enciclica Rerum Novarum, l'azione politica doveva essere volta al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale mediante l'applicazione dei principi della Fede cristiana in una società in cui una solidarietà comunitaria eliminasse i conflitti di classe. Tale spinta verso un rinnovamento "dal basso" dello Stato borghese e liberale nei suoi contenuti socio-economici finì per assumere anche un significato politico, come tentativo di impegnare i cattolici in una battaglia civile per il consolidamento della partecipazione dei cittadini alla gestione democratica dei pubblici poteri.
I primi movimenti organizzati che
ritenevano la "democrazia politica"
condizione essenziale della "democrazia
sociale" sorsero agli inizi del secolo
Ventesimo soprattutto in Francia e in Italia, ma
caddero subito sotto le esplicite condanne delle
gerarchie ecclesiastiche, timorose che entrasse in
crisi il tradizionale concetto d'autorità imposto
dall'alto e si finisse per cedere alle suggestioni
delle correnti individualistiche e liberali. Il
rapido inserimento delle masse popolari nella vita
dello Stato, conseguente alla Prima guerra
mondiale, rese però indispensabile in tutti i
Paesi europei il formarsi di organizzazioni capaci
di raccogliere e di indirizzare i cattolici nel
dibattito politico. In Austria, Belgio, Svizzera,
Germania e, soprattutto, Italia, col Partito
Popolare, l'intervento dei cattolici nella vita
politica assunse nuovo vigore con la ricerca di un
equilibrio egualmente lontano dal tradizionale
estremismo di una radicale visione teocratica
della società come dall'identificazione del
cristianesimo con le forme politiche tipiche della
democrazia parlamentare, ancora inaccettabile per
la Chiesa.
I totalitarismi nazifascisti e le loro atrocità hanno in seguito contribuito a far evolvere l'azione politica dei cristiani verso una chiara difesa delle istituzioni democratiche e liberali, intese come garanzia di convivenza delle diverse ideologie e salvaguardia della piena dignità della persona umana. Nel 1943 sorse così, dall'unione di gruppi cattolici avversari del fascismo, per esempio, il movimento neoguelfo di Piero Malvestiti, e di esponenti del Partito popolare, il partito della Democrazia Cristiana. Nel programma, pubblicato sul Popolo del 12 novembre 1943, si affermava la necessità di non riaprire il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, risolto dal Trattato del Laterano, e si auspicava il ritorno alla democrazia parlamentare e rappresentativa, come unica forma di garanzia delle libertà civili. La struttura regionalistica doveva fare da alternativa al centralismo burocratico statale nella ricerca di una giustizia sociale, capace di salvare la libertà economica e il godimento dei frutti del lavoro individuale.
Presenti con formazioni partigiane, Brigate del Popolo e Fiamme Verdi, soprattutto in Veneto e in Lombardia, gli esponenti della D.C. riuscirono a dare una struttura capillare al nascente partito, utilizzando anche le organizzazioni cattoliche e parrocchiali. Favorevoli a un compromesso con la monarchia, parteciparono al gabinetto Badoglio. Mentre si consumava la crisi della coalizione del C.L.N. e il governo Parri era costretto a dimettersi, De Gasperi si affermava come il più autorevole leader del partito.
Il fatto
di voler raccogliere soprattutto i settori della
borghesia moderata, timorosi di un'avanzata delle
sinistre, provocava però nella D.C. l'abbandono di
molte istanze innovatrici e la conseguente
reazione del gruppo di Dossetti, Fanfani,
La
Pira e Lazzati, riunito attorno alla
rivista Cronache Sociali e critico verso la
segreteria Piccioni, iniziata nel settembre
1946. Le elezioni del 1948, quando la D.C.
raggiunse il 48,71% dei suffragi, confermarono il
ruolo assunto da questo partito come barriera
contro il "pericolo marxista".
Tra il 1948 e il 1953, per la stessa configurazione interclassista del partito, si approfondiva al suo interno il dibattito tra le diverse correnti, che prendevano a organizzarsi in modo sempre più autonomo e contrapposto. Accanto ai dossettiani, sulla sinistra operavano il gruppo sindacalista e quello ispirato da Gronchi, favorevoli a una più incisiva azione innovatrice in campo economico-sociale; al centro del partito, la maggioranza si riconosceva nell'opera mediatrice del governo di De Gasperi, alla cui abilità e al cui prestigio personale era affidata la possibilità di attenuare i contrasti, mentre l'ala destra rifletteva gli interessi dei ceti più conservatori, opponendosi a ogni riforma agraria e a ogni tentativo di allargare le autonomie locali. Il trauma per l' "operazione Sturzo", che pretendeva di comporre una lista unitaria con le forze di estrema destra per le amministrative romane del 1952, il fallimento della legge maggioritaria e il brusco calo elettorale D.C. nelle politiche del 1953 ruppero l'equilibrio politico centrista, tanto che De Gasperi non ottenne la fiducia alla Camera e passò alla segreteria del partito. Il tormentato periodo di instabilità politica all'interno della D.C. sfociò nel Congresso di Napoli del 1954 durante il quale la corrente di Iniziativa democratica conquistò la maggioranza: il suo leader, Fanfani, divenne il nuovo segretario e tutti gli esponenti più in vista del popolarismo lasciarono il campo agli uomini della "nuova generazione".
La linea
autonoma e differenziata anche rispetto agli
indirizzi del governo, rivendicata dalla
segreteria Fanfani, incontrò una notevole
resistenza in cui si inquadrarono, nel 1955,
l'elezione di Gronchi alla presidenza della
Repubblica e il rifiuto del candidato ufficiale
Merzagora.
All'estrema sinistra del partito
era intanto nata una nuova corrente, ispirata dal
periodico lombardo La Base, che proponeva
un dialogo con il P.S.I. attuato, dopo le elezioni
del 1958, in un governo, D.C.- P.S.D.I. guidato da
Fanfani, a maggioranza assai ristretta.
Fallito l'esperimento per la fronda interna alla
D.C. e dimessosi Fanfani, il gruppo di
Iniziativa democratica si divise dando vita, con
altri elementi moderati, alla nuova corrente di
maggioranza dei "dorotei" dal
convento di Santa Dorotea dove si riunirono, alla
quale apparteneva Aldo Moro che al
congresso di Firenze del 1959 divenne il nuovo
segretario.
Questi, abile mediatore tra le varie correnti, dopo la parentesi del monocolore Tambroni sostenuto dai voti del M.S.I. e che suscitò una forte reazione popolare, riprese la strategia di avvicinamento ai socialisti che il Congresso di Napoli consacrò nella politica di centro sinistra sfociata nel governo Fanfani, D.C.- P.S.D.I.- P.R.I., con l'appoggio esterno del P.S.I. Larghi settori della borghesia moderata ritirarono la fiducia alla D.C. e le elezioni del 1963 segnarono un netto regresso per il partito, che si ritirò allora su una posizione più moderata, mentre il Paese accusava una vasta depressione economica.
La successiva segreteria di
Rumor crollò di fronte alle tensioni e ai
disaccordi drammaticamente emersi in occasione
delle elezioni presidenziali, conclusesi con la
nomina di Saragat. L'introduzione della
proporzionale nelle elezioni degli organi interni,
stabilita nel gennaio 1964 per accentuare il ruolo
rappresentativo e democratico del partito, favorì
il consolidarsi delle diverse correnti e i
tentativi di superare le differenziazioni interne,
di fronte ai contraccolpi e ai timori seguiti
all'unificazione socialista del 1966, ebbero un
esito assai tiepido.
Rumor al Decimo
Congresso di Milano, ottenne una maggioranza molto
limitata.
Nel 1959 Aldo Moro è riconfermato nel 1962, condusse una cauta politica di apertura ai socialisti, culminata nel 1963 nella prima costituzione di un centro-sinistra organico, e dal 1963 al 1968 presiedette per tre volte consecutive un governo con tale formula. Fu nuovamente eletto presidente del Consiglio nel novembre del 1974 e nel febbraio 1976. Nell'ottobre dello stesso anno fu eletto presidente del Consiglio nazionale della D.C. Il 16 marzo 1978, dopo aver avuto parte essenziale nel portare il suo partito a formare un governo sostenuto dall'appoggio parlamentare del P.C.I. e delle altre forze di sinistra, fu rapito in un sanguinoso agguato tesogli dalle Brigate Rosse, che annientarono la sua scorta. Il 9 maggio 1978 i suoi rapitori lo uccisero abbandonandone il cadavere in una via di Roma.
In questo giorno 18 marzo 1975 si tiene a Roma il XIV congresso del PCI, da una relazione di Enrico Berlinguer. Il 19 Fanfani ritirerà la delegazione DC perché in Portogallo il Consiglio militare della rivoluzione, influenzato dai comunisti portoghesi, ha escluso dalle elezioni una lista di ispirazione democristiana. La decisione di Fanfani sarà giudicata da Berlinguer frutto di "faziosità e intolleranza". Il congresso si chiuderà il 23 con un rafforzamento di Berlinguer, che otterrà la sostituzione con Gerardo Chiaromonte del coordinatore della segreteria Armando Cossutta rappresentante dell'ala filosovietica del partito.
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IL FATTO
IL SIMPOSIO di PLATONE
Platone nacque nel 427 a.C. nell'isola di
Egina, in quegli anni posta sotto il
dominio di Atene; apparteneva a una
delle più aristocratiche famiglie ateniesi, legata
ad ambienti conservatori. Secondo la tradizione,
fu il suo maestro di ginnastica a soprannominare
il giovane Aristocle Platone, ossia
"il possente", per la sua forte
complessione fisica. Entrò in contatto con il
circolo socratico e, dopo la morte del maestro, si
allontanò da Atene e strinse legami con Euclide,
pitagorici, seguaci di Eraclito... La sua
emancipazione dalla figura del maestro avvenne
progressivamente, sotto l'influsso delle
principali scuole di pensiero dell'epoca. Intorno
al 385 a.C. aveva fondato la propria scuola
filosofica ad Atene, nei pressi del recinto
dell'eroe locale Academo, da cui la
definizione di Accademia; dopo aver
intrapreso viaggi nella Magna Grecia,
morì ad Atene.
Le opere degne di nomina sono: l'Apologia
di Socrate, il Critone, il
Protagora, il Gorgia, il Fedone,
il Simposio, il Fedro, il
Liside, la Repubblica, il
Parmenide, il Crizia, il Timeo,
le Leggi.
Oggi, vi parlerò del Simposio: "Poiché, dunque, è figlio di Poro e di Penìa, ad Amore è toccata la sorte seguente. In primo luogo è sempre povero e ben lontano dall’essere delicato e bello, come credono i più, anzi è duro e lercio e scalzo e senza tetto, abituato a coricarsi in terra e senza coperte, dormendo all’aperto sulle porte e per le strade e, avendo la natura di sua madre, è sempre di casa col bisogno. Per parte di padre, invece, è insidiatore dei belli e dei buoni, coraggioso, audace e teso, cacciatore terribile, sempre a tramare stratagemmi, avido d’intelligenza e ingegnoso, dedito a filosofare tutta la vita, terribile stregone, fattucchiere e sofista. E per natura non è né immortale né mortale, ma ora fiorisce e vive nello stesso giorno, quando gli va in porto, ora invece muore e poi rinasce nuovamente in virtù della natura del padre. E infatti l’oggetto dell’amore è ciò che è realmente bello, grazioso, perfetto e invidiabilmente beato, mentre l’amante ha un altro aspetto, quale quello che ho esposto" (dal discorso di Socrate, Platone, Simposio)
Il Simposio di Platone è la celebrazione, tenuta da uomini eccellenti, di Eros, veduto nei suoi molteplici aspetti fino al più ideale, la philìa che stringe Socrate ad Alcibiade secondo un ideale di virtù erotica e conviviale. Nel tessere l'elogio di Eros, se ne delineano diverse nature, quali la doppia identità definita da Pausania, dove ad un amore volgare e corporeo si contrappone un amore spirituale, il cui polo d'attrazione è l'intelligenza dell'amato. Celebre è poi il mito raccontato da Aristofane a giustificare l'istinto sessuale che porta a cercarsi a vicenda: inizialmente gli esseri umani erano androgeni, uomini e donne indistinti, simili a una palla, per poi essere divisi da Zeus in due metà, da allora destinate ad una continua ricerca che le porti a un ricongiungimento. Nel discorso di Diotima, tenuto per bocca di Socrate, si ha un ulteriore salto di qualità: dall'idea di un amante del bello si passa all'idea di un amante del bene e l'amore diventa una via attraverso la quale l'anima può raggiungere le mete più elevate. Eros è quindi un attributo del nostro essere creatore, la nostra sottomissione ai bisogni fisici e agli impulsi che ci rendono simili agli animali, e può essere strumento per superare questo stato di bisogno, attingere le vette del bene e negare il nostro stato di mortalità, che è in definitiva ciò che maggiormente temiamo. L'Eros platonico è stato esempio per le tradizioni seguenti, e l'idea dell'amore come forza del desiderio imperitura e irresistibile fa tuttora parte dell'immaginario collettivo occidentale.
***
LA POESIA DEL GIORNO
COME IL FIORE
Come bocciolo di fiore
ingigantisce al calore del sole
così vedo crescere il tuo amore
nel grigio cielo della vita mia.
Fiorisce la bellezza tua di rosa!
Con labbra tremanti
seno ansante
di desiderio diffuso
m'inviti.
Fiorisce la tua bellezza
ma non accetto l'invito.
Come bocciolo di fiore ingigantisce
al calore del sole, cosý il tuo amore,
ma declino l'invito.
Reno Bromuro (da Poesie d’amore)
***
Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno
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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato
Reno Bromuro |

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