18 maggio 1941
Il capo del governo croato
Ante Pavelic in visita a Roma

Il capo del governo croato Ante Pavelic, in visita a Roma, chiede a Vittorio Emanuele III di designare un principe sabaudo come re del nuovo Stato di Croazia. Ante PavelicViene nominato Aimone di Savoia Aosta, che assumerà il nome di Zvonimiro II, ma non prenderà mai possesso del regno né vi si recherà. La guida della Croazia,che in agosto aderirà al tripartito,sarà mantenuta in maniera rigida e dittatoriale da Pavelic.

Ante Pavelic fu invitato a Roma dal Duce dopo che questi ebbe ricevuto le lettera che segue:

8 aprile 1941.

"Duce,
In quest'ora decisiva - che il popolo croato soggiogato con l'imposizione di Versaglia dalla tirannia serba e dai suoi promotori pluto-democratici attendeva da 22 anni - mi rivolgo a Voi e Vi porgo il saluto di tutti i nazionalisti croati, di tutte le organizzazioni combattenti e dell'intero popolo croato.

Tutta la Croazia attende con giubilo i Vostri gloriosi soldati e tutte le nostre forze nazionalistiche combattenti organizzate e inquadrate combatteranno insieme con loro per la libertà del nostro popolo e per l'indipendente Stato di Croazia per il quale abbiamo lungamente e sanguinosamente lottato.

Salutiamo in Voi il grande Amico dei piccoli popoli, ed il promotore di un nuovo governo di giustizia e Vi testimoniamo la nostra eterna gratitudine.

Vi assicuro che, come ora, così anche nell'avvenire saremo sempre con Voi. Viva l'indipendente Stato di Croazia! Viva il ... ! Viva l'Italia!"

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RICORDIAMOLI

L’AGONIA DELLA EX JUGOSLAVIA

"Quando entra in guerra la Serbia, entra in guerra tutto il mondo" recita uno slogan del nazionalismo belgradese. Lo slogan storicamente non scorretto:fu il giovane indipendentista serbo Gavrilo Princip, nel 1914, a sparare a Sarajevo all'erede al trono dell'Austria-Ungheria, l'arciduca Francesco Ferdinando dando l'avvio alla prima guerra mondiale. Al termine della quale, smembrato l'impero asburgico, nacque lo stato jugoslavo. Letteralmente: terra degli slavi del sud, per distinguerli dagli slavi dell'est e da quelli del nord. Una monarchia costituzionale retta da Alessandro Karadjordjevic, che nel 1929 su trasformò in dittatura per frenare le spinte separatiste delle tante entità territoriali e culturali ostili alla preminenza della Serbia cristiano-ortodossa: Slovenia e Croazia di religione cattolica, la Bosnia-Erzegovina musulmana, Montenegro e Macedonia ortodossi e musulmani, senza contare le diverse minoranze: gli zingari diffusi in tutta l'area, gli albanesi del Kosovo, i greci in Macedonia, transilvani e slovacchi in Croazia.

La convivenza anche allora fu una situazione potenzialmente esplosiva, figlia delle guerre contro gli ottomani: frontiere instabili ed esodi forzati. Risultato: all'indomani del primo conflitto mondiale, in un paese arretrato con appena tre città sopra i 100 mila abitanti, Belgrado, Zagabria e Subotica, oltre 300 mila serbi vivevano in Croazia e 100 mila croati in Serbia insieme a 200 mila albanesi provenienti dal Kosovo; e in Bosnia, terra di tutti, i bosniaci erano appena il quarantaquattro per cento della popolazione. Frazionare la neonata Jugoslavia e costituire singole identità nazionali sarebbe stato arduo, se non al prezzo di nuovi esodi, brutalità e violenze. Come dire che qualsiasi disegno mirante a destabilizzare l'area spezzando l'unità della Jugoslavia ha sempre trovato validi alleati nel vigore degli estremismi separatistici.

Con la nascita del Fascismo jugoslavo, al principe reggente Paolo restava un paese sempre più diviso: la preminenza serba frustrata perché convinta d’essere poco rappresentata e malgrado ciò derisa dalla borghesia croata, e poi c’è la minaccia del croato Ante Pavelic che fonda in esilio il movimento fascista degli ustascia e guarda a Hitler e Mussolini come futuri garanti della Croazia indipendente. Draza Mihajlovic

Nel 1940 il precipitare della situazione: la Germania invade la Francia, alleata della Jugoslavia, mentre l'Italia assale la Grecia; il nazifascismo dilagante piega i paesi balcanici, e a Belgrado nel marzo 1941 il principe Paolo si appresta anch'esso a firmare il patto filo-tedesco: viene rovesciato da un colpo di stato dei militari serbi ostili alla Germania, che a quel punto invade in pochi giorni anche la Jugoslavia. E' la fine dello stato unitario degli slavi balcanici: la Serbia finisce sotto il controllo tedesco tramite il governo fantoccio del generale Nedic, le regioni minori vengono divise tra Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria, ad eccezione della Croazia affidata a Pavelic che annette la Bosnia e coi suoi ustascia inaugura la pulizia etnica per cacciare i serbi dal territorio croato e bosniaco: massacrando circa 250 mila persone.

Ad opporsi al fascismo balcanico di Pavelic è un generale serbo, Draza Mihajlovic, leader dei cetnici ultra-ortodossi, che organizza la prima guerriglia partigiana contro le forze d’occupazione naziste. Ma la vera vocazione di Mihajlovic non è la lotta di liberazione nazionale per la Jugoslavia, bensì la contro-repressione etnica: più che ai nazifascisti, le milizie cetniche replicano ai massacri di Pavelic dando la caccia in Serbia ai civili croati e musulmani. Mihajlovic verrà liquidato da Tito, capo del più grande movimento partigiano antifascista della seconda guerra mondiale e leader carismatico di un'armata multietnica capace di mettere in scacco le divisioni corazzate tedesche guadagnandosi la stima e gli aiuti delle potenze atlantiche, oltre che dell'alleato sovietico.

TitoCon Tito, nel dopoguerra la Jugoslavia riunificata, pacificata e riorganizzata su base federalista conosce una stagione di prestigio internazionale: insieme all'indiano Nehru e all'egiziano Nasser, il maresciallo jugoslavo è a capo del movimento dei non-allineati, equidistante da Usa e Urss, e vagheggia una confederazione balcanica in grado di rinsaldare stretti rapporti con Grecia e Bulgaria attorno alla sua Jugoslavia, socialista ma non filosovietica, multietnica anche se governata in prevalenza da serbi.

Proprio le antiche insofferenze verso la preminenza serba innescheranno pian piano la miccia della catastrofe finale: ad alimentare la disgregazione della Jugoslavia, cinquant'anni dopo, le spinte centrifughe di tutte le altre entità regionali, promosse al rango di repubbliche federate ad eccezione del Kosovo albanese e della Voivodina a minoranza ungherese, entrambe province autonome della Serbia. Che, all'alba del terzo millennio, dopo aver perso anche Croazia, Bosnia e Kosovo, vede traballare l'alleanza con l'ultima mini repubblica jugoslava,il Montenegro,che sogna una secessione indolore sotto la protezione della Nato.

NehruCreata meno di cent'anni fa in chiave anti-austroungarica e consolidatasi grazie a Tito come entità-cuscinetto a metà strada tra Usa e Urss nella strategica regione balcanica, chiamata la cerniera fra Mediterraneo, est e ovest europeo, mondo cristiano e universo islamico, la Jugoslavia devastata dagli opposti nazionalismi paga col sangue il prezzo di una convivenza trasformatasi in incubo: tra le regioni settentrionali, Slovenia e Croazia, attratte e aiutate dall'Europa occidentale, e l'ex capitale federale, Belgrado, legata alla Russia e lasciata senza aiuti in balia della sua grave crisi socio-economica.

La spaventosa guerra civile che esplode nel 1991 finisce per premiare i piccoli autocrati che hanno voluto il conflitto esasperando i contrasti, avviando i violenti e allontanando la borghesia produttiva: combattimenti e massacri erigeranno barriere invalicabili soprattutto in Bosnia, dove erano riuscite ad amalgamarsi.

La storia della Jugoslavia col suo ruolo di equilibrio geo-politico sembra dunque sepolta per sempre, nei cimiteri di guerra dell'ultima catastrofe europea.

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO "L’ATTORE EREMETE ZACCONI"

Ermete Zacconi nacque a Montecchio, Reggio Emilia, nel 1857, figlio d'arte, con cinque fratelli anch'essi attori di teatro, fu sul palcoscenico fin dalla prima infanzia. Primo attor giovane nella compagnia di Papadopoli a soli ventun'anni, fu scritturato nel 1884 dal famosissimo Emanuel, da cui apprese il rigore dell'impegno costante, la ricerca puntigliosa dell'approfondimento.Ermete Zacconi

La sua consacrazione avvenne nell'ultimo decennio dell'Ottocento, quando entrò nella compagnia di Marini interpretando testi di Ibsen, Tolstoj, Turgenev, Dumas figlio e La morte civile di Giacometti, rimasta per sempre suo cavallo di battaglia.

Nel suo repertorio, fedele a Maeterlinck, Giacosa, Praga, Rovetta, Bracco, entrò nel 1905 quel Cardinal Lambertini di Testoni, da molti ritenuta una delle sue interpretazioni più riuscite, insieme al Lorenzaccio demussetiano e agli Spettri ibseniani.

Nell'accostamento di testi di così disparato valore artistico è già implicita la dimensione naturalistica della sua concezione teatrale che la critica più avvertita da tempo aveva rilevato. Intanto, nel 1899, si univa alla Duse per allestire le dannunziane La Gioconda, La gloria, La città morta, Più che l'amore. Agli inizi del secolo affrontò Shakespeare Amleto, Macbeth, Otello, Re Lear, La bisbetica, domata, il Saul dell'Alfieri, Il matrimonio di Figaro di Beaumarchais, Le gelosie di Lindoro di Goldoni, Kean di Dumas padre.

Il padre di Strindberg, considerato il massimo esponente della stagione del grande attore che proclamava "il teatro sono io" ignorando l'avvento della mediazione registica, dominò i primi trent'anni del secolo, osannato anche all'estero con le trionfali tournèe a Parigi e in Sudamerica.

A distanza di vent'anni, tornò con la Duse, ne La donna del mare di Ibsen e La porta chiusa di Praga per poi allestire opere, complessivamente inferiori alla sua statura di mattatore, firmate, tra gli altri, da Forzano e D'Ambra. A fine carriera trovò consensi unanimi impersonando Socrate ne I Dialoghi di Platone e nel Processo e morte di Socrate che interpretò anche al cinema, nel 1940, prima del definitivo addio alle scene. Per il grande schermo partecipò, fin dall'epoca del muto, a una ventina di film, tratti in gran parte dai suoi successi teatrali. Dalla seconda moglie, l'attrice Ines Cristina, ebbe nel 1912 la figlia Ernes, anch'essa attrice.

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LA POESIA DEL GIORNO

SE PROPRIO DEVO ANDARE

Se proprio devo andare voglio
indossare una camicia pulita.
Non voglio portare
come una bandiera questa camicia
che sapore di fango,
sudore e di sangue;
di polvere di pietra macinata
con i denti per aprire nuove vie;
di spine tolte alle rose
strappate dalle mie mani
ma penetrate nel cuore.
Se proprio devo andare voglio
indossare una camicia pulita.
L'uomo non ha capito e ...
Se devo andare datemi
per favore
una camicia pulita.

Reno Bromuro (da Dove vai, Uomo?)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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