18 giugno 1997
Caso Ustica

Caso Ustica: il rapporto tecnico sui tracciati radar della sera del 27 maggio 1980 indica che sotto il DC-9 dell’Itavia viaggiava "coperto" almeno un aereo militare, forse due MIG libici. Nei cieli del Tirreno meridionale si svolse un duello con un altro aereo, forse decollato da una portaerei in navigazione; un missile diretto all’aereo "coperto" colpì invece il DC-9 con Ottantuno persone a bordo. Il generale Lamberto Bartolucci, all’epoca capo di stato maggiore dell’Aeronautica, nega la presenza d’aerei militari sul cielo di Ustica e insiste sulla tesi di una bomba a bordo.I rottami del DC-9

Nell'inchiesta sulla tragedia di Ustica il piano dell'accertamento della verità dei fatti e il piano dell'accertamento delle responsabilità della mancata individuazione di quella verità restano ancora oggi drammaticamente divisi. Da quando l'inchiesta ha acquistato vigore, sotto la conduzione del giudice Priore e con il parallelo impegno della Commissione parlamentare, ci si è potuti rendere conto con sempre maggiore precisione di quanti siano stati i depistaggi, le omissioni, i silenzi che hanno costellato l'intero corso di questa vicenda.

Alle comunicazioni giudiziarie emesse dal giudice Bucarelli nel 1989 nei confronti dei militari addetti ai centri della Difesa aerea di Marsala e Licola, il 30 dicembre 1991 si sono aggiunte tredici comunicazioni indirizzate dal giudice ad altrettanti alti ufficiali dell'Aeronautica e del Sismi, tra i quali i generali Tascio, Ferri, Bartolucci e Pisano. Più recentemente si sono aggiunti i provvedimenti contro altri alti ufficiali dell'Aeronautica, tra cui l'ex capo di stato maggiore Stelio Nardini imputato di abuso di ufficio per le vicende connesse all'archivio sequestrato nella sua abitazione.

Dal momento in cui, con l'invio dei primi ventitré mandati di comparizione, la magistratura ha mostrato di non credere alla versione dell'Aeronautica, numerosi sono gli elementi venuti a poco a poco alla luce. Continua però a mancare un quadro coerente, in grado di fornire le spiegazioni mancanti. Nulla si sa ancora su ciò che i silenzi dovevano coprire. Dal punto di vista politico ed istituzionale, come la Commissione ha già ribadito nelle sue precedenti relazioni, poco cambia tuttavia se dovesse essere provata la tesi del missile, della bomba o altro ancora. Se alla fine dell'inchiesta giudiziaria l'unico approdo dovesse risultare l'accertamento delle responsabilità di quanti hanno ostacolato l'accertamento della verità, tanto basterebbe a dare un senso ad una vicenda altrimenti disperatamente priva di ogni senso. Una vicenda il cui significato si racchiude nella constatazione che nel nostro paese è stato possibile che un aereo di linea precipitasse con i suoi Ottantuno passeggeri senza che nessuno potesse darne una ragione.

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RICORDIAMOLI

ERNESTO MUROLO

Ernesto Murolo, nacque a Napoli il 4 aprile 1876, da una famiglia agiata; i suoi genitori Vincenzo e Maria Palombo erano ricchi commercianti. Ernesto Murolo si è sempre contornato, durante la sua vita, di belle donne, ristoranti di lusso e panorami stupendi.

Lasciata la laurea in giurisprudenza, inizia l'attività artistica come commentatore del "Pungolo" e del "Monsignor Perrelli" prima di trasformarsi nel poeta più richiesto dalle case editrici per tutti gli anni 1920 e 1930. A parte la predilezione d'estro, don Ernesto è un poeta sensibilissimo, raffinato, senza scorie e volgarità: la stagione che egli mette in evidenza nelle sue canzoni è un'epoca felice, l'ultima dell'età d'oro di Napoli, in cui il popolo è felice, in cui la luna si compiace allo spettacolo dei conviti sulla spiaggia. La sua visione è totalmente idilliaca, non turbata dalla percezione della povertà e dell'angustia: il suo popolo è quello descritto dai viaggiatori stranieri. Ernesto Murolo

Con lo pseudomino di "Ruber", Ernesto Murolo nel 1904 pubblica un poemetto arguto "’A storia 'e Roma" narrata in dialetto partenopeo. Commediografo, oltre che poeta, ha diretto numerose compagnia teatrali, mettendo in scena, tra l'altro, "Signorine", "O 'mpuosto", "Gente nosta", "Il compagno", "Calamita", "Ninì Bijou", "Addio mia bella Napoli", ecc… ecc…

Nel 1932, su sua iniziativa, si realizza a Sanremo una rassegna di canzoni eseguite da notissimi artisti del momento. Non si tratta, certo, di un vero e proprio concorso canoro, perché lo scopo principale di questo spettacolo, che prende il nome di "Festival Napoletano", è quello di rilanciare tante belle canzoni partenopee. Da ciò si deduce che i brani in gara non sono inediti, bensì composizioni rispolverate tra le varie piedigrotte passate. Certo qualcosa di nuovo s'interpreta, anche se Murolo mira in particolar modo a quelle canzoni che in anni precedenti hanno ottenuto tanto successo.

Cantore impareggiabile del mare, Ernesto Murolo, nel corso della sua carriera, dedica moltissime canzoni al mare, ai pescatori, alle barche e alle femmine del mare Nun me scetà, Piscatore 'e Pusilleco, Addio mare 'e Pusilleco, Serenata a mmare, Tramuntana, Quanno cantava ammore e tante altre.

Afferma Ettore De Mura nella sua "Enciclopedia della Poesia Napoletana" Casa Editrice Il Torchio, Napoli 1969, che "Murolo ha reso in colore la sua poesia perché, principalmente, è il suo stesso dialetto armonioso ad essere colore. Ed ecco le sue masserie ampie e verdi come un sogno sereno, i suoi giardini cosparsi di fiori vividi, e profumati, le casettine "pittate" in rosa, le strade di campagna grigie od assolate nell’immensità agreste, le osterie rustiche - quasi note a lui solo - col piccolo pergolato teso come un aereo baldacchino di verde sull’allegria di cuori giovani e festanti, il terso rubino del vinello vesuviano a cui si accosta la bocca amata e amante, e il colore del cielo e quello del mare. Colore e senso vivo della vita, l’attimo vissuto o da vivere, il mondo color di rosa...Sono questi i motivi delle sue poesie e delle sue canzoni. Amò la sua Napoli teneramente, tenacemente ,e seppe difenderne l’Arte con ardore appassionato".

Don Ernesto morì a Napoli il 30 ottobre 1939.

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IL FATTO

UN POETA AL GIORNO
DANIELA COSTANTINI E LA RONDINE NELL’ARCOBALENO

Daniela Costantini, vive e lavora a Roma, divide il suo tempo tra ufficio, casa, famiglia e le sue passioni: lavori a maglia, all'uncinetto, la pittura il disegno, la lettura, l'informatica, la musica specialmente quella dell’australiano Tony O'Connor. Trascorre le ore libere in compagnia di Prévert, Neruda, Gibran, De Mello. Ha iniziato a scrivere poesie per dare un'espressione alla sua anima, ai sentimenti che spingono ad essere compresi e accettati.

La Rondine nell’Arcobaleno si presenta in aperta campagna: è la prima ora del giorno: il cielo puro e trasparente del mattino palpita al soffio di una lieve brezza; i prati rinfrescati dalla rugiada hanno un verde tenero e lucente; i fìori, sui quali brillano goccioline iridescenti, ingemmano l'erba coi loro colori; le acque correnti sembrano vene di cristallo; e i raggi del nuovo sole si distendono come luminoso manto sul verde prato. Gli uccelli salutano festosamente la luce col loro canto lieti di vivere e di librarsi nello azzurro. C'è nelle cose e nelle persone la freschezza di una rinascita, il senso del risveglio; risveglio mattutino e risveglio primaverile; felicità di una vita naturale non penetrata ancora d'umanità. Di questo mondo silvano Daniela è l'immagine piena e perfetta, e sembra riassumerlo in sé: è in lei compiutamente espresso quel tipo ideale di volo, di un senso di vigoria tranquilla, quasi inconscia, alla radiosità del sole che saluta il mattino, sul labbro il sorriso franco e fiducioso della dolce età fiorita, caro e familiare ai Poeti introspettivi di quest’epoca e la Costantini esprime la sua più alta espressione poetica e pittorica. Con amore seguo questo ritornello d’allegria; lo ammiro sollevato in uno slancio di corsa veloce e leggera; la tazzina di caffè sollevata al sole come il più bel saluto dell’anima e sento arrestarsi la foga impetuosa del correre negli agili giochi, tra il suo sguardo e le rondini e il sole che gioca coi rami degli alberi lucenti, ormai tersi della rugiada. A un osservatore superficiale i versi della Costantini potrebbero apparire esercitazione particolaristica dì sostantivi e di aggettivi, nude e semplici notazioni, invece è un quadro di fresca natura cui Daniela Costantini consegna, il valore pregnante della parola, in poetica musicalità.

Francesco De Sanctis direbbe, vi sono qui una serie di fenomeni particolari, "ne vien fuori l'insieme prodotto non dall'ispirazione, ma dal sentimento: quel senso d'intima soddisfazione che ti da la primavera; la voluttà della natura".

UNA RONDINE NELL'ARCOBALENO

Ecco una rondine,
eccone un’altra che con il suo volo
disegna la primavera nel cielo.
C’è un sole radioso che saluta il mattino.
Uno stridio e poi un altro ancora…
Ascolto il meraviglioso ritornello di allegria
che intonano le rondini lassù.
Seduta su una comoda poltrona
davanti alla finestra spalancata verso il cielo,
saluto il nuovo giorno
sollevando la tazzina del caffè.
Che bello, sembra il quadro
di un grande pittore
che per un attimo mi permette di dare
un tocco di colore.
Un guizzo di sole attraversa l’azzurro del cielo;
che bello che vedo laggiù…
c’è un arcobaleno e le rondini
sembrano giocare a nascondino.
La risata divertita e squillante di un bambino
che sta correndo giù nella strada
mi dice che non è un sogno, ma realtà…
la primavera finalmente è qua.

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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