17 marzo 1976
Deprezzamento della lira rispetto al dollaro

Muore a Roma Luchino Visconti L'ulteriore deprezzamento della lira rispetto al dollaro induce il presidente del consiglio Aldo Moro a consultare sulle misure da adottare, oltre ai leader dei partiti alleati della DC, anche il segretario del PCI Enrico Berlinguer.

Berlinguer era nato a Sassari nel 1922, da una famiglia d’ampie vedute culturali e politiche, il padre Mario fu noto esponente socialista e azionista, aderì al PCI nel 1943, e subì il carcere per la sua attività antifascista. Posto da Togliatti alla guida del movimento giovanile comunista, fu animatore del Fronte della Gioventù e segretario della FGCI dal 1949 al 1956.Enrico Berlinguer

Presidente della Federazione Mondiale della Gioventù dal 1950 al 1953, ebbe l'occasione di conoscere i principali leader del comunismo. Dopo aver diretto la scuola di partito, entrò nella segreteria del PCI nel 1958 e in direzione nel 1960. Deputato dal 1968. Fu infine vicesegretario con Luigi Longo e segretario del PCI dal 1972 alla morte.

La permanenza di Berlnguer al vertice del PCI si è identificata con il periodo di maggior affermazione del partito, specialmente alle elezioni del 1975 e del 1976, e con il sostegno comunista ai governi di "solidarietà nazionale". In questi anni Berlinguer, si fece promotore di numerose proposte innovative, fra cui nel 1973 quella del "compromesso storico", inteso come incontro tra comunisti, socialisti e cattolici, le grandi componenti ideali e popolari della politica italiana, al fine di garantire e realizzare pienamente la democrazia in Italia. Condusse il PCI a prendere le distanze dall'URSS e dal suo modello di socialismo, contrapponendogli un "eurocomunismo" democratico e riformatore, "terza via" tra capitalismo e socialismo autoritario e burocratico, e ad accettare definitivamente la presenza italiana nella comunità europea e nella NATO. In numerosi interventi sottolineò anche l'urgente necessità di affrontare la "questione morale" e l'"austerità", ambedue condizioni per risolvere la crisi italiana degli anni '70 e rinnovare la democrazia.

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RICORDIAMOLI

LUCHINO VISCONTI

Il 17 marzo 1976 muore a Roma Luchino Visconti, uno dei maggiori protagonisti del cinema, del teatro e dell'opera lirica nel secondo dopoguerra. Nato a Milano nel 1906, aveva esordito nel cinema nel 1943 con la regia di Ossessione. Luchino ViscontiSi affermò in teatro nel 1945 allestendo una memorabile edizione dei Parenti terribili di Cocteau. Passato al cinema, continuò a dedicarsi anche al teatro con una certa continuità fino alla metà degli anni Sessanta.

Tra i suoi spettacoli più importanti alcuni geniali allestimenti dal repertorio contemporaneo da A porte chiuse di Sartre, a vari testi di Williams e di Miller, alcune rivisitazioni eterodosse di classici della drammaturgia da Il matrimonio di Figaro all'Oreste di Vittorio Alfieri, da Troilo e Cressida a La locandiera e soprattutto la riproposta, nella lezione di Stanilavskij, del teatro di Cechov iniziata nel 1953 con una non dimenticata edizione di Tre sorelle.

Alla scena italiana, ancora prigioniera di una secolare routine, diede il gusto dello spettacolo moderno, basato su una concezione unitaria dell'evento teatrale e sull'estrema professionalità di tutte le sue componenti.

Del pari importante fu l'attività di Visconti nella regia lirica iniziata nel 1954 con La Vestale di Spontini alla Scala e culminante con la famosa edizione della Traviata del 1955, con il Don Carlos del Covent Garden nel 1958 e con il Macbeth di Spoleto nello stesso anno Accostatosi al cinema in Francia, quale assistente di Renoir per Une partie de campagne all'epoca del Fronte Popolare, tornò in patria imbevuto di spirito antifascista e populista, che espresse in un articolo-manifesto sulla rivista Cinema per un cinema "antropomorfico" e rese concreto nel film Ossessione, che già annunciava il neorealismo del quale Visconti divenne poi il più "definitivo" rappresentante con La terra Trema nel 1948.dal film: Ossessione

Trasferendo sullo schermo il mondo verghiano dei Malavoglia, egli lo fece, infatti, con una rinuncia totale allo spettacolo e in una dimensione sociale e di lotta di classe così polemicamente accentuata da non lasciare altro spazio all'approfondimento della tendenza, se non in una società diversa da quella reale.

Dopo quest’affresco plastico-figurativo la ricerca artistica viscontiana seguì altre vie. In Bellissima (1951) esasperò non senza artificio il contrasto tra una madre popolana e un mondo del cinema che s’identificava in certo metodo neorealista di sfruttamento del personaggio "preso per la strada".

Con Senso, affrontando il film in costume e il colore, esplorò con sontuosa profondità il rovescio del dal film: Il Gattopardomondo risorgimentale attraverso una coppia negativa "perché" aristocratica. Già con qualche avvisaglia di accademismo, risultò la modernizzazione e italianizzazione in bianco e nero delle Notti bianche dostoevskiane; mentre ebbe successo l'immissione di elementi dostoevskiani nell'universo contemporaneo e sociale di Rocco e i suoi fratelli. Dopo Il lavoro, il migliore dei suoi racconti brevi inserito in Boccaccio '70, l'involuzione di Visconti coincise col tardivo riconoscimento estero e italiano ufficiale, dal Gattopardo ch'ebbe la Palma d'oro al Festival di Cannes, a Vaghe stelle dell'Orsa, che vinse finalmente il Leone d'oro a Venezia.

Accentuata la sua componente di decadentismo, il regista si allontanava dalla battaglia ideale e si avvicinava a una sorta di cosmopolitismo. Dopo il fallimento della trasposizione di Camus Lo straniero, la trilogia "tedesca" La caduta degli dei, Morte a Venezia da Mann, Ludwig lo rilanciò come mai sul piano internazionale, anche se in queste opere, a differenza che nelle sue maggiori, l'autobiografismo prevalse sulla storia, la scenografia e il costume sull'umanesimo, il morbido e il morboso sulla lucidità del giudizio e della ragione.

Colpito dalla malattia, Visconti affidò a Gruppo di famiglia in un interno un testamento personale, che è anche testimonianza della sua chiusura di "vecchio" di fronte all'irruzione dei giovani, e riuscì a portare a termine L'innocente, all'insegna di D'Annunzio che si sostituiva a Verga e concludeva al polo opposto un'eccezionale parabola.

Bibliografia

F. Di Giammatteo, Visconti, storia e romanticismo, Siena, 1955; G. Ferrara, Luchino Visconti, Parigi, 1963; P. Baldelli, I film di L. Visconti, Manduria, 1965; Y. Guillaume, Visconti, Parigi, 1966; G. Nowell-Smith, Visconti, Londra, 1967; L. Macciché, Visconti e il neorealismo, Napoli, 1990.

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IL FATTO

L’AMORE NE "IL FEDRO" DI PLATONE

Nel Fedro appare il distacco tra il mondo terreno e quello metafisico: ma uguale è il desiderio dell’anima che aspira alla visione delle realtà supreme, della vera giustizia, sapienza, saggezza, immuni dal divenire e aventi per oggetto ciò che realmente è. Ammessa l’assoluta trascendenza delle idee platoniche, ogni sentimento che agisce sull’anima deve tendere ad avvicinare l’esistenza terrena alle sue origini ultraterrene poiché viene teorizzata l’immortalità dell’anima perché oggetto che si muove da sé. La trasformazione che dovrebbe portare l’uomo ad elevarsi può avvenire sia attraverso la contemplazione e la meditazione sulla bellezza, sia per mezzo dell'educazione e la parola.

Infatti, è falso e degno di biasimo l’amore prediletto da Lisia, poiché si limita alla egoistica ricerca del piacere sensibile,come ingannatrice è l’arte della parola che senza un fondamento di verità miri solo a persuadere con bei discorsi da sofista. Questo è il punto di contatto tra i due temi fondamentali di questo dialogo: l’amore filosofico e la parola ispirata sono le uniche cose capaci di riportare l’anima all’antica purezza. Dunque si contrappongono due aspetti ben distinti dell’amore: l’uno, corrotto ed egoistico, viene implicitamente condannato dal discorso di Lisia, l’altro è esaltato come manìa benefica, ispirata dalla divinità.

In realtà quando l’amore è ridotto a un basso calcolo e al desiderio di possesso, non differisce da una malattia poiché porta inevitabilmente alla degradazione, mentre se mira all’elevazione dello spirito può condurre al superamento di ogni limite umano. Questa manìa supera i confini della razionalità e trascina alla dimenticanza di ogni bisogno materiale: meta ultima di questo innalzamento morale è la partecipazione all’essenza divina per quanto è concesso alla natura umana. Tale prepotente richiamo è fatto risalire alla visione di una bellezza precedente intravista in un mondo superiore, alla quale lo spirito vuole ritornare. Ecco che con questo dialogo Platone espone la sua dottrina sul valore catartico dell’Eros e la sua funzione liberatrice dagli stimoli e dai travagli del mondo sensibile.

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LA POESIA DEL GIORNO

IALTA NEL CIELO

Alta nel cielo la bandiera, rossa come il sole d'estate,
strappata alla terra dal vento ingrato s'inchina, e tu voli
al di là dell'orizzonte. Illuminato il tuo volto onesto.
Gli occhi d'aquila reale scrutano... Le mani piene di tutto
l'amore stringono un martello e una falce.
Ridi felice del sorriso eterno: unica volta!
Tutte le mie speranze il quel sorriso!
Ho vissuto per vedere il sole splendere sincero
specchiandomi negli occhi tuoi.
Ho creduto nella tua veggenza.
Le tue battaglie: grida d'amor furente
La tua serenità: certezza della vittoria finale.
La tua bandiera: un cerchio cui abbracciare il mondo.
Come Garcia sento nel cuore un grido:
«Non ditemi che è morto!
Non voglio vederlo avvolto nel sudario!»
Non ditemi che è morto! ho visto il mondo
in quel cerchio: non andartene!
Ma te ne sei andato.
Bugiardo, cattivo, te ne sei andato
portando via i sogni, le speranze, l'amore.
Chi mi darà il mondo intravisto?
Chi la Pace agognata?
Chi l'equilibrio del domani?
Tu me stesso, Ti saluto!
Nel pugno stretto stringo le promesse
guai a chi tenterà di aprirmi la mano!

II
Ora sei solo un corpo! E pensare
che pochi attimi fa hai seminato e
noi golosamente abbiamo raccolto.
«Chi muore sul campo di battaglia
merita solo onori e onori e onori».
L'anima è nella sventolante bandiera
rossa come l'alba del mio paese
rossa come le labbra di mia madre
cocente come l'amore della mia donna
come la fiamma di libertà che brucia dentro
come le parole che dice la mia bocca, canto.
Canto il tuo credo
canto il tuo amore
canto la tua abnegazione
canto la tua forza
canto la tua certezza.
Anche su terra sterile e sassosa
nasce il grano se c'è chi la fertilizza
con lacrime che sanno di speranza
senza sapore se non della certezza.
Sei solo un corpo e forse lo sei sempre stato
perché l'anima apparteneva a noi compagni.

Reno Bromuro (da «Musica bruciata»)

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Un abbraccio circolare con tutto l’amore cui sono capace e l’augurio che il sole sia sempre più caldo e sincero come il vostro cuore desidera, Reno

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L'amore degli uomini ha un fine e una fine
L'amore di Dio è eterno e disinteressato

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Reno Bromuro
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